VA TUTTO BENONE O NON FA COSÌ SCHIFO

Nella tarda primavera scorsa ho avuto l’occasione di andare in Scozia. Un paese meraviglioso, ricco di bellissimi paesaggi e di storia. Mi accorsi di essere piuttosto vicino a un luogo in cui avevo trascorso alcune vacanze d’infanzia e decisi di andare in macchina fin lì per vedere se fosse rimasto come lo ricordavo.

Trovai facilmente la tenuta e seguii l’unica strada rurale, cercando di scorgere qualcosa, qualunque cosa che mi riportasse alle nostre visite passate. Fu quando svoltai dal sentiero verso un vialetto d’ingresso che capii di aver trovato il posto giusto. Fermai l’auto e fissai il vialetto. Era contornato da decine di alberi di ciliegio in piena fioritura.

Ricordavo la prima volta che lo avevo visto e come ero rimasto incantato dalla vivacità di quei fiori rosa, che cadevano su di noi mentre mio padre guidava lungo il viale, il vento che li sollevava e li faceva piovere su di noi. Sembrava un quadro, un’immagine che ho sempre conservato nella memoria, anche se non tanto quanto ciò che avvenne dopo.

Avevamo trascorso una settimana in un hotel a cinque stelle a circa un’ora di distanza. Questo su insistenza di mia madre, che aveva dichiarato:

«Se devo starci, allora voglio essere circondata dal lusso».

La tipica furia fredda si protrasse finché mio padre, come sempre, cedette e acconsentì a trascorrere una settimana prima e quattro giorni dopo nel sontuoso albergo. La nostra destinazione era una tenuta appartenente a un amico di mio padre. Avevano prestato servizio insieme nella Royal Air Force e Geraint, il suo amico, si era ritirato in Scozia per amministrare l’eredità di famiglia.

Mia madre non aveva più aperto bocca dal momento in cui avevamo lasciato l’albergo quella mattina. Sedeva con lo sguardo fisso davanti a sé, la sua furia fredda impregnava l’abitacolo, mentre mio padre guidava silenzioso. Mia sorella blaterava ininterrottamente, riempiendo il silenzio con commenti su tutto ciò che vedevamo lungo la strada.

Mio padre, abituato a quei viaggi in un silenzio gelido, restava concentrato sulla strada, chiedendosi probabilmente quanto a lungo mia madre avrebbe mantenuto quell’atteggiamento. Io sapevo esattamente cosa avrebbe fatto e vidi il mio riflesso sorridere con anticipazione.

La nostra macchina avanzava lentamente lungo quel tunnel di fiori rosa fino a fermarsi davanti a un cancello. Su una collinetta alla nostra destra si ergeva una grande e imponente casa, dalla quale una figura, che supponevo fosse Geraint, un po’ camminava e un po’ saltellava. I suoi pantaloni di velluto rossi ospitavano due gambe che saltellavano attraverso il prato ben curato che avvolgeva la collinetta, il rosso in netto contrasto con il color senape del maglione e il verde della camicia sottostante. Era colorato quanto l’ingresso della sua tenuta. Mio padre abbassò il finestrino mentre Geraint si avvicinava e tuonava dentro l’abitacolo:

«Ciao ciao, a tutti voi splendide persone, va tutto benone o non fa così schifo?».

Le risate riempirono l’abitacolo. Non avevamo mai sentito nulla di simile e, unito a quel bizzarro personaggio dai colori sgargianti e dal sorriso contagioso, ci divertì enormemente. Da quel momento, per tutta la settimana, io e i miei fratelli ci rivolgevamo continuamente quella domanda: «Va tutto benone o non fa così schifo?».

Mentre ridevo ancora, vidi mia madre chinarsi verso il lato di mio padre e trillare:

«Geraint, che meraviglia vederti! Ti trovo benissimo. Devo dire che non vedevamo l’ora di stare da te questa settimana, è davvero gentilissimo da parte tua ospitarci. È magnifico! Dimmi, come sta tua moglie?»

Sogghignai nel riconoscere che la facciata era stata tirata fuori. Diedi un’occhiata allo specchietto retrovisore per vedere la reazione di mio padre. Come sospettavo, era sollevato.

Noi bambini ci divertimmo molto durante quella settimana. Eravamo alloggiati in un grande cottage che, chiaramente, in passato doveva essere appartenuto a qualcuno che lavorava nella tenuta, forse un contadino o un guardaboschi. Geraint viveva nella casa principale dove, se ricordo bene, cenammo tre volte. La tenuta era immensa e sparsi ovunque c’erano quindici cottage. Trascorrevamo le giornate a localizzarli e ad aggiungerli alla mappa che avevamo creato.

Mia madre alternava tra il mostrarsi affascinante e radiosa ogni volta che incontrava Geraint e la sua famiglia (stava benone) e lo stare in silenzio e imbronciata quando era relegata nel cottage (non così schifo). Come sempre, mio padre le svolazzava intorno cercando di celebrare le virtù del cottage e del suo stile di vita più semplice.

Il cottage aveva un persistente odore di muffa ed era necessario tagliare la legna all’esterno per accendere il camino, oltre a caricare la stufa in ghisa per cucinare e riscaldare gli ambienti. Noi trovavamo questa esperienza interessante, una novità rispetto alle comodità di casa nostra, ma per mia madre non era affatto lo stesso. Non fece alcun commento esplicito, ma non ne aveva bisogno. Aveva già abbondantemente rimproverato mio padre all’hotel, criticando la sua scelta di trascorrere del tempo in quel “maledetto tugurio medioevale”.

Mi sembrava evidente che il lusso sfrenato su cui aveva tanto insistito non fosse stato affatto benone per lei, visto che aveva passato tutto il tempo a denigrare mio padre per aver voluto rivedere il suo vecchio amico della RAF. Dopo le critiche e le accuse, seguì il suo consueto atteggiamento glaciale per l’intera settimana.

Non ricordo che mia madre abbia rivolto parola a mio padre, se non quando eravamo in compagnia di Geraint e della sua famiglia, momenti in cui si trasformava nel fascino fatto persona, dispensando complimenti ed emergendo come la vera protagonista delle cene.

Sì, questo viaggio è rimasto impresso nella mia memoria per molte ragioni, ma soprattutto per quella frase: “Va tutto benone o non fa così schifo”. Vidi come quelle due polarità si incarnavano in mia madre, come parte della sua manipolazione su mio padre. Era straordinario osservarla oscillare tra un fascino squisito e un risentimento silenzioso.

Lei risplendeva, e poi si ricopriva di ghiaccio.

Mi sono reso conto che questa espressione è perfetta per descrivere la nostra specie. O tutto è perfetto, meraviglioso e splendente, oppure è uno schifo, orribile, terribile e crudele.

Non esiste via di mezzo.

Non esiste neutralità.

Non conosciamo la mediocrità o la banalità.

O ti facciamo stare benone, o ti sottoponiamo allo schifo più totale.

H.G. TUDOR – “Tickety Boo Or Not So Pukka” – Traduzione di PAOLA DE CARLI