TU INDOSSI LA COLPA

Tu indossi la colpa come un cappio intorno al collo. È li che penzola, aspettando solo di venir tirato da me e la stretta legatura attorno a quell’esile collo ti tirerà dritta giù. Posso poi permettere che il cappio penzoli ancora una volta al tuo collo, pronto ad essere usato appena io decido che è necessario. Non proverai neanche a rimuovere questo cappio; potresti, ma naturalmente ti sentiresti colpevole se tu provassi a farlo e di conseguenza esso resterà sempre con te su di te e attorno a te.

Non è lenta la stretta quando questo cappio viene messo in azione. È immediata indolore e castigante. Concede l’improvviso e istantaneo sforzo di controllo. Quale modo migliore per ottenere questo che contare su qualcosa che sta addosso a un’altra persona. Questo cappio brucia, stringe, e soffoca e tu sai che non se ne andrà. L’unico modo di gestirlo è assecondarlo e allora il cappio si allenterà ma non ti garantirà la liberazione.

Tu hai portato questo cappio per un tempo molto lungo. Una volta era formato solo da pochi fili fitti, ancora del tutto fragili apparentemente, non poteva essere tagliato né rotto né spezzato né strappato. Col passare del tempo, i fili si sono moltiplicati in modo che lo strato è aumentato finché ora penzola presso di te, solido ed efficace. Nessun altro vi ha intrecciato questi altri fili. Tu l’hai fatto. Tu hai portato tutto questo su di te per il piacere contorto che provi a indossare questo cappio. Lo consideri un obbligo. È parte di te e anche se il dolore che ti provoca è qualcosa che preferiresti non dover sopportare, tu sai che, quando ti fa soffrire, ricevi conforto dalla sua presenza e dal suo effetto.

Sai che non tutti portano questo cappio. Ci sono quelli che non ne hanno neanche uno. Tu spesso ti chiedi come dev’essere. Non avere il giogo su di te che ti pesa giù, ti stringe e ti impedisce. Come dev’essere questa libertà? Poi ci sono quelli che hanno un cappio simile ma sembra che siano in grado di toglierselo e lasciarselo dietro quando conviene loro. Altri ancora trovano che il cappio sia debole e si strappa quando cerca di fare pressione contro chi lo indossa. Per te non c’è questa liberazione.

Questo è il cappio che ti è sempre stato conforme. Talvolta ci combatti, sperando che forse potrai una volta, solo una volta, essere in grado di impiegare una forza tale da causarne la rottura, ma non succede mai. Non importa quanta resistenza dimostri o quanto ti sforzi di spezzarlo, non ci riesci e non hai altra scelta che assecondarlo in modo da attenuare il dolore. Esso lascia la sua impronta su di te. Non c’è alcun dubbio su questo. Anche se il dolore bruciante può essere attenuato, tu puoi sempre sentire la stretta presa e sai che gli altri possono vedere dove ha lasciato il segno. Non tutti hanno questa abilità di riconoscere il segno del cappio, ma alcuni ce l’hanno e questi vogliono sempre approfittare della sua presenza. Oh, ci sono stati tempi in cui tu avevi cercato di nascondere questo cappio, mascherarne la presenza nella speranza di sfuggire all’attenzione di quelli che lo riconoscevano. Anche se tu decidessi di nascondere il cappio, il segno che ti ha lasciato sul collo è come un marchio indelebile. Non puoi cancellarla ed è il timbro che dice a coloro che conoscono queste cose che tu porti un cappio del genere.

Puoi non renderti conto di essere stato tu ad aggiungere questi altri fili nel corso degli anni, facendo sì che il cappio si stringesse e si ispessisse. Questi fili sono uniti insieme, strato su strato, avvolti l’uno con l’altro, cosicché diventano più grandi della somma delle loro parti. I fili che sono formati dalla tua colpa pervasiva e ben sedimentata, vengono aggiunti a causa di queste cose che dici e fai. Ogni volta che pensi in un certo modo, cosa che non puoi evitare ma lo fai per chi e cosa sei, viene aggiunto un altro filo, poi un altro, finché presto il cappio diviene stringente e pesante. Ogni volta che pensi alle cose seguenti

È colpa mia; io non ascolto.

Ho bisogno di fare di più per aiutare.

Lui non può farci nulla.

Ho bisogno di assicurarmi di aver capito.

Se solo potessi essere più forte.

Se solo sapessi cosa fare.

Dovrei andare a casa; lui si chiederà dove sono.

Non dovrei far questo.

Non dovrei parlare male di lui davvero; è mio marito.

Non dovrei pensare queste cose, io lo amo davvero, mi sento solo così debole e ciò avviene quando ho questi pensieri.

Dovrei aver compreso.

Devo ascoltare di più.

Devo continuare a provare.

Lo devo a lui di aiutarlo.

Non è così malvagio come dice la gente.

Se solo lasciassi perdere sarebbe meglio.

Devo provarci, perché se non lo faccio, chi ci sarà per lui.

È il mio dovere.

Ho fatto un giuramento e devo restargli accanto.

Dovrò fare qualcosa di sbagliato per far sentire lui in questo modo.

Sembra solo che dica la cosa sbagliata al momento sbagliato.

Questi pensieri e parole, ripetute per più e più volte, fanno sì che il cappio diventi più forte. Perciò si stringe e si strappa, tirandoti nella mia direzione cosicché tu resti sotto il mio controllo, legata da questa colpa al mio servizio, a sostenermi e a fornirmi carburante. Un carico sempre presente che hai aggiunto a te stessa giorno dopo giorno. Un metodo con cui tu vieni manipolata, persuasa e costretta a soddisfare i miei bisogni.

Questo cappio non è lì per impiccarti. No, non c’è desiderio di portarti alla morte. Tu ci sei più utile funzionante. La tua colpa non porterà alla tua fine, ma anzi farà sì di mantenere la tua prigionia.

Tu fai crescere il cappio.

Io faccio si che il cappio ti controlli.

Può essere evitato questo? Noi pensiamo di no. Ci sarà per tutta la vita. Anche se può non stringere o costringere per qualche tempo, persino anni, è sempre lì e con l’impronta così evidente, un altro può arrivare a usare il controllo che offre il cappio anche se noi possiamo non esserne in grado.

Non lo solleveremo. È troppo importante per noi.

Non lo solleveremo perché viene caricato, perpetuato da te.

Ma può essere sollevato. Non è una cosa semplice o diretta e noi ci assicuriamo di non darti l’opportunità di usare quest’evenienza per dar sollievo a te stessa da questo cappio di colpa. Si può fare. È appunto il compito di uscirne vincente ma per te, questo viaggio comincia col rispondere a una domanda.

Chi è il primo a mettercelo?

Traduzione di PAOLA DE CARLI dal testo originale di H.G. TUDOR