SOLO UNA VOLTA. MA È ABBASTANZA

Ricordi quando ti svegliavi, prendevi il cellulare e trovavi quel messaggio amorevole e rincuorante che ti avevo mandato? Mi alzavo sempre prima di te, assicurandomi che ti aspettasse un messaggio delizioso e stuzzicante al tuo risveglio. Come una tazza di tè sul comodino, era quel piccolo gesto che ti faceva sentire speciale.

Ti faceva capire che la prima cosa a cui pensavo al mattino eri tu. Quel messaggio di amore, desiderio, passione ed entusiasmo ti regalava la prima scossa della giornata, un delizioso promemoria di quanto io fossi meraviglioso e di quanto fossimo straordinari insieme.

Era il primo messaggio di una valanga che ti avrebbe travolta per tutta la giornata: decine di piccoli regali incartati da scartare, che ti facevano sorridere, ridere, scioglierti.

Ma non sapevi che quei messaggi erano riciclati da chi ti aveva preceduta, e che sarebbero stati riutilizzati anche per colei che ti avrebbe sostituita. Non sapevi nemmeno che quelle stesse parole, al mattino, venivano inviate anche ad altre due persone.

E ora non c’è più nulla. Nessun suono di notifica al mattino. Nessuna lucina lampeggiante che segnala un messaggio in attesa. Solo silenzio.  E appena apri gli occhi, il condizionamento che ti ho inflitto ti fa ricordare subito com’era quando quel messaggio arrivava.

Mentre prima ti svegliavi con un brivido di eccitazione nello stomaco, ora c’è solo quella fitta dolorosa, perché sai che non c’è nulla ad aspettarti. Sai che è giusto così, che devi stare lontana da me, ma fa male.

Fa così male… e per quanto tempo resterà questo dolore? Andrà mai via? Quei mesi di messaggi mattutini quotidiani hanno inciso un’abitudine dentro di te, un desiderio profondo, e per quanto tu ci provi, il primo pensiero della tua giornata è sempre:

«Quattro mesi fa mi mandava ancora quei messaggi meravigliosi». Il mese scorso era la stessa frase, solo che iniziava con “tre”. Ti rigiri sul letto e, anche se sai che non dovresti, non puoi impedirti di lasciarmi entrare di nuovo nella tua mente, ricordando quelle mattine in cui facevamo tardi al lavoro per via dei nostri amplessi appassionati.

Quel salto rapido nel bagno e poi di nuovo nel letto, dove io ti aspettavo. Ti giri e guardi il cuscino vuoto, e quella sensazione tanto familiare quanto dolceamara ti travolge ancora una volta. Sai che non dovresti farlo. Sai che dovresti trovare rifugio lontano dai fantasmi di ciò che è stato, ma pensarci fa diminuire il dolore, anche solo per un po’… e in fondo è solo un ricordo, no? Pensare a me solo per una volta… non potrà farti male, vero? Solo una volta.

Sorridi, un sorriso storto, a quella frase che ormai è diventata il tuo mantra quotidiano, mentre cerchi di liberarti dalle tossine che ti ho lasciato dentro, l’eredità della mia seduzione così ben studiata e del mio avvelenamento così efficace. Solo una volta controlli i miei tweet, chi mi segue e chi seguo io.

Solo una volta hai parcheggiato con l’auto vicino a casa mia, accasciata sul sedile del conducente per vedere chi si affacciava alla mia porta. Solo una volta hai mandato un’amica a osservarmi durante un evento dove sapevi che sarei stato presente, per poi farti raccontare tutto.

Solo una volta hai riletto le e-mail che ti avevo scritto. Solo una volta, per ciascuna di queste cose… e poi una volta a settimana, poi una volta al giorno, ma tanto io non lo so, giusto? Che c’è di male? Solo una volta torni sul mio profilo Facebook, setacciandolo alla ricerca di indizi come una detective disperata a caccia di un serial killer.

Guardi ciò a cui ho messo “mi piace”: una foto qui, un commento là, un meme sulle relazioni che forse è una frecciatina a te, ma non ne sei sicura. Ogni traccia di te è stata cancellata dal mio profilo, spariti messaggi, commenti, foto. Ora c’è qualcun altra, anche se con un certo margine di ambiguità.

Una donna dai capelli rossi compare in varie foto, mentre ride con me. In una ha il braccio sulle mie spalle, e tu senti la gelosia bruciante e la rabbia montare, maledicendo sia me che te stessa per questo sentimento. Scagli il tablet da una parte, borbottando sottovoce, perché quel solo sguardo ha già rovinato la tua giornata, e ti prometti di non guardare mai più. Ma lo farai. Solo uno sguardo.

Un viaggio tra le foto, controllando per vedere se sono comparse fedi, sia le mie mani (sarebbe devastante vedermi con una fede che a te ho sempre negato) che quelle delle donne con cui mi mostro (ti consola un po’ se ne indossano una, perché significa che non stanno con me… o almeno così vuoi credere).

Ti aggiri tra i miei post su Twitter e torni sul mio profilo, sul sito del mio lavoro, a rileggere quella biografia che conosci a memoria. Le dita si posano sulla mia foto profilo, e rivedi quella cravatta che mi avevi regalato per quel servizio fotografico. A volte speri che venga aggiornata, altre volte quel piccolo dettaglio ti fa sperare che forse non mi odi, altrimenti perché tenerla ancora lì?

Cerchi di non pensarmi, ma la mente ci torna da sola, serpeggiando tra i mille ricordi che riaffiorano ogni giorno. Forse ti fermerai un momento tra quei pensieri… solo un minuto, solo una volta. Nel fine settimana sei tornata sul sentiero nel bosco dove passeggiavamo durante le mattine di sole a settembre. Non c’era mai nessuno. Solo io e te.

Hai ripercorso quel sentiero, solo quella volta, ti dicevi. Dovevi farlo, per parlare con il fantasma della mia presenza, mentre ti sorprendevi a parlarmi ad alta voce, come se stessi ancora camminando accanto a te, tenendoti per mano. Doveva essere solo quella volta… e invece ci sei tornata altre tre, ogni volta giurando che sarebbe stata l’ultima, che avresti scacciato quei fantasmi.

Cosa sto facendo ora? Di sicuro mi sto preparando per andare al lavoro, forse sotto la doccia, cantando come facevo un tempo nella doccia che condividevamo. Sono con qualcuno? Qualcuno mi sta preparando la colazione, oppure è sdraiato nel letto ad aspettarmi mentre torno in camera con l’asciugamano intorno alla vita? Ti sembra passata un’eternità dall’ultima volta che hai avuto mie notizie, eppure così tanto è rimasto sospeso, irrisolto, non detto.

Come reagirei se mi telefonassi? Non riesci a cancellare il mio numero, nel caso ci fosse quella conversazione finale capace di chiudere tutto, mettere a tacere tanti demoni e chiudere tante porte. Basterebbe solo quella, giusto? Solo una conversazione. Un tono distaccato, niente emozioni, solo qualche risposta per poter andare avanti. Te lo meriti, no? Ti chiedi se risponderei, se mi chiamassi?

Come reagirei vedendo il tuo numero sul display? Dubiti che ti abbia bloccata. Perché l’avrei fatto? Giocherelli con il telefono, senti che devi saperlo, solo una volta, per far passare il dolore. Trovi il mio nome. Vuoi sentire di nuovo la mia voce, solo per parlare, nient’altro… ma l’ansia ti assale, il timore ti striscia addosso. Hai bisogno di sapere.

Hai bisogno di risposte. E se mi chiamassi e riattaccassi prima che risponda, solo per vedere se ti richiamo? Sì, è una buona idea. Così capirai se ho voglia di parlarti, senza rischiare che ti riattacchi in faccia. È deciso. Dopo tutti questi mesi di silenzio, mi telefonerai, lascerai squillare e poi interromperai. E così questo dolore onnipresente potrà allentarsi. Quando ti richiamerò, potrai finalmente avere delle risposte. Non ti scioglierai di nuovo tra le mie braccia. No, resisterai a quei dolci incantesimi perché ormai sai bene cosa si nasconde dietro.

Hai fatto esperienza, ormai. Ma questa conversazione ti serve, per te stessa. Hai bisogno di sapere se sono disposto a parlarti. Un messaggio non è abbastanza immediato. Potrei non vederlo subito, potrei rispondere dopo ore. Ma una chiamata persa… quella richiama urgenza, immediatezza. E io dovrei rispondere, no? Mi chiamerai. Lascerai che squillare. Solo una volta.

Ma è abbastanza.

Abbastanza perché la danza continui.

H.G. TUDOR – “Just The Once. But It Is Enough” – Traduzione di PAOLA DE CARLI