Uno dei nostri obiettivi, quando ti intrappoliamo, è farti provare l’equivalente della sensazione di essere sepolta viva. Questo ci consente di tenerti nella nostra morsa e sotto il nostro controllo. Per alcune persone, il solo pensiero di essere sepolte vive genera un terrore profondo.
L’idea di essere legata e lasciata cadere in una fossa scavata apposta nel terreno, distesa contro la terra fredda e umida mentre la prima palata di terra ti colpisce, la polvere ti scivola sul volto e sbatti freneticamente le palpebre per evitare che ti entri negli occhi, fa rabbrividire. Una seconda palata arriva, più compatta, colpendoti il torso con la forza di un pugno moderato alle costole.
Gridi, ma il tuo aggressore ignoto non risponde, mentre altra terra ti cade addosso. Scalci e ti dimeni, ma presto il terriccio inizia ad accumularsi attorno a te, i tuoi movimenti si fanno sempre più limitati, e cerchi di sollevare la testa quanto più puoi, proprio come fai durante la nostra svalutazione nei tuoi confronti, cercando disperatamente di conservare un minimo di dignità.
Continui a gridare, a urlare, e cominci a domandarti se stai davvero emettendo dei suoni, visto che non ricevi alcuna risposta. Le tue gambe ora sono coperte, non riesci più a muoverle, il peso della terra le immobilizza. Qualcun altro ha preso il controllo su quanto puoi muoverti, e ha deciso che non ci sarà più alcun movimento – almeno dalla vita in giù.
Quel movimento costante e ritmico si sente ancora appena sopra di te, mentre la terra continua a cadere, creando un sipario costante che diventa la tua tomba. La terra ti ha ormai raggiunto il petto, e guardi in basso, le braccia legate davanti a te mentre le sollevi e le abbassi rompendo ancora per poco lo strato di terra.
Il processo continua, con sempre più terra che ti sommerge, facendoti sentire come se il terreno ti stesse inghiottendo. Quante volte avevi desiderato sparire così quando subivi una delle nostre tirate feroci?
Cerchi di muovere le braccia, ma il peso è troppo. Ora il terrore ti ha tolto la voce: le grida potenti e gli urli acuti sono diventati uno strano rantolo strozzato, mentre le suppliche rimangono incastrate in gola – proprio come presto farà la terra.
Le tue implorazioni di clemenza, le richieste di pietà, rimangono inascoltate mentre la terra continua a salire, e scuoti la testa da un lato all’altro cercando di respingere l’assalto. Il tuo corpo, tutto tranne la testa, è ormai paralizzato, intrappolato dal peso enorme che ti è stato gettato addosso.
Senti i polmoni schiacciarsi e respirare diventa sempre più difficile. Desideri di morire. Un colpo di pistola alla testa, rapido e istantaneo. Sarebbe meglio di questa discesa lenta, opprimente e straziante verso il soffocamento. I suoni si fanno improvvisamente ovattati, e capisci che la terra ha iniziato a coprirti anche le orecchie.
Muovi ancora la testa, ma lo spazio si è ulteriormente ridotto. Hai gli occhi chiusi – se li aprissi, sarebbero pieni di granelli e fango. Sputi, soffi via la terra che ti cade sulla bocca, mentre solo un ovale del tuo volto sporge ancora dalla superficie. Il tuo terrore e la tua angoscia sono al culmine, e poi… l’assalto cessa.
Non senti più nulla caderti addosso. Una scintilla di speranza. È finita? Ti sei salvata all’ultimo momento? Forse sei stata soccorsa, il tuo aguzzino ora è a terra grazie all’arrivo provvidenziale della polizia? Mancano solo pochi istanti prima che una pala cominci a scavare attorno a te per liberarti? Sbatti furiosamente le palpebre, apri gli occhi, sperando di vedere il bagliore di una torcia.
La vista si mette a fuoco e scorgi la sagoma di qualcuno affacciato al bordo della fossa, con la pala in mano, che ti osserva come se ti stesse scrutando per l’ultima volta. Non riesci a distinguere i suoi tratti, controluce, contro un cielo che si fa sempre più scuro. Poi, la pioggia di terra riprende.
Riesci a trovare l’energia per un ultimo, disperato grido di protesta mentre la terra ti invade il volto, ti copre gli occhi, ti blocca il naso, ti sigilla la bocca, e mille pensieri ti attraversano la mente, mescolandosi al terrore mentre ti chiedi quanto tempo ti resta.
Il pensiero di essere sepolta viva da un aggressore sconosciuto, o di risvegliarti in una bara, creduta morta per errore, e poi gridare, graffiare il legno liscio, i tuoi urli che non superano il coperchio e la terra ammassata sopra – questo incubo provoca una fortissima angoscia in molte persone.
Un’esperienza immaginaria come questa è paragonabile al modo in cui trattiamo le nostre vittime. Le controlliamo e le limitiamo, in modo lento ma efficace, con la solita tecnica del taglio dopo taglio, mentre riduciamo sempre di più la loro libertà di movimento, come se stessimo gettando loro terra addosso.
Creiamo quel senso crescente di panico, dove c’è ancora un minimo di movimento, ma insufficiente per fuggire alla minaccia incombente. Con le nostre manipolazioni ti teniamo bloccata sul posto, senza possibilità di fuga, senza via d’uscita – proprio come se fossi distesa, inerme, in fondo a una fossa.
L’accumulo costante e reiterato delle nostre manipolazioni ti fa sentire come se stessi soffocando lentamente. Non puoi parlare senza il nostro consenso o senza incorrere in una punizione; i tuoi pensieri non ti sembrano più tuoi, ti ritrovi a indovinare cosa vogliamo per cercare di evitare altre conseguenze.
Chiudi gli occhi sperando che finisca, e poi senti il cuore sprofondare quando capisci che non è così. Ogni giorno ti sembra di sentire l’aria che ti abbandona, la forza che si esaurisce, la volontà di reagire che si affievolisce, rubata. Le pareti sembrano chiudersi, l’aria diventa viziata e fetida, costretta a stare in casa per lunghi periodi, senza poter vedere nessuno, senza uscire dal nostro campo d’influenza.
Invadiamo i tuoi spazi, leggiamo i tuoi messaggi, le tue email, la tua posta.
Non hai un posto dove rifugiarti per sfuggire alla nostra presenza incessante e totalizzante. Siamo come un peso sul petto, attorno al collo, dentro al cuore. La tua identità viene progressivamente stritolata mentre imponiamo su di te i nostri pensieri, bisogni, desideri e pretese. Ogni giorno la pressione aumenta, proprio come il peso della terra che ti schiaccia il torace.
Supplichi, implori una tregua da questa pressione incessante, ma proprio come lo spalatore muto e indifferente, nemmeno noi ti concediamo sollievo. Il panico cresce, l’ansia ti ruba il respiro, costringendoti ad ansimare mentre l’attacco di panico ti afferra alla gola. Stai soffocando. Non riesci a respirare. Siamo ovunque intorno a te, ti stringiamo, ti blocchiamo, ti invadiamo, ti pressiamo, fino a toglierti ogni respiro.
Stare con noi è proprio come essere sepolta viva.
H.G. TUDOR – “Buried Alive” – Traduzione di PAOLA DE CARLI
