PSICOPATICO: SALVATORE

Io sono sia conquistatore che salvatore. Entro nel mondo delle persone e lo incendio, facendo a pezzi tutto ciò che esse riconoscono, sono il portatore di opere oscure e in certe occasioni l’accensione della mia macchina del caos si è rivelata la salvatrice di più di un essere umano. Alastor, la mia raccoglitrice di informazioni è stata salvata e reclutata così. Ho portato un’efficacia fredda, clinica, mirata e ho demolito ciò che la imprigionava. Dalla carneficina emergo come salvatore. Io sono il distruttore. Io sono il salvatore.

La mia psicopatia non ostacola la mia percezione oggettiva del mondo per permettermi di essere così efficace. Così quando mi trovo in una situazione in cui devo salvare un essere umano da morte certa, si potrebbe immaginare che la mia risposta sarebbe altrettanto distaccata e analitica.

Dal mio punto di vista io osservo attentamente le reazioni dell’individuo che sto salvando. I suoi occhi spalancati per il panico, il respiro accelerato e il tremore degli arti sono la prova della paura travolgente che permea la sua coscienza. Io sono testimone del modo in cui il suo volto impallidisce, i muscoli si contraggono e il linguaggio del corpo comunica una richiesta di aiuto, cercando conforto dalla sua imminente scomparsa.

Grazie alla mia psicopatia, sono libero dai limiti di provare paura io stesso. Al contrario, la mia mente si impegna in un esercizio calcolato di strategia e analisi. Valuto oggettivamente le varie opzioni disponibili, considerando l’approccio più efficiente ed efficace per salvare quell’individuo dalla sua situazione precaria.

Mentre ancoro metodicamente la mia mente alla razionalità, l’accresciuta intensità che circonda lo scenario di vita o di morte non provoca un aumento della mia frequenza cardiaca né genera alcuna eccitazione alimentata dall’adrenalina. Piuttosto, la mia attenzione si restringe e svolgo le azioni necessarie con stoica precisione e movimenti calcolati.

Anche se l’individuo che sto salvando può aggrapparsi a me in preda alla disperazione, con le sue mani tremanti che mi stringono forte il braccio, il suo battito che indubbiamente batte forte ogni secondo che passa, io rimango una presenza imparziale. Non esiste alcun legame o connessione emotiva, riconosco il suo stato precario ma lo considero un problema da risolvere piuttosto che un’esperienza da condividere.

Da un punto di vista puramente osservativo, noto il profondo sollievo che travolge l’individuo una volta che viene salvato e messo in sicurezza. Il suo respiro affannoso inizia a rallentare, il suo corpo si rilassa gradualmente e osservo un’ondata di gratitudine e vulnerabilità travolgerlo per un momento. Questo non è altro che uno sguardo fugace in un regno di emozioni che io posso osservare solo da lontano, un regno in cui io non entrerò mai.

La mia mancanza di coinvolgimento emotivo mi permette di analizzare la sua gratitudine, di valutarne le manifestazioni nelle sue espressioni, nei gesti e nelle parole. C’è un fascino nel testimoniare il peso della sua ritrovata prospettiva di vita, una comprensione della profonda profondità di gratitudine sperimentata da un individuo risvegliato dalla presa di un pericolo imminente.

Come suo salvatore, continuo a osservare le conseguenze del salvataggio. L’individuo che ho appena salvato è ora in uno stato di flusso emotivo, il suo comportamento cambia rapidamente tra sollievo e angoscia persistente. Il suo linguaggio del corpo tradisce i residui di paura, come se fosse ancora sospeso in quel momento di rovina imminente.

Noto il modo in cui i suoi occhi guizzano intorno, scrutando l’ambiente circostante come se cercassero conforto dallo shock rimasto. Il suo polso si stabilizza gradualmente, ma il tremore nelle sue mani persiste, un ricordo fisico dell’intensa ondata di adrenalina che ha sperimentato durante il suo incontro con la morte.

È intrigante analizzare i tentativi dell’individuo di ritrovare la compostezza. Nonostante l’angoscia persistente, fa sforzi coraggiosi per presentare una facciata di gratitudine e recupero, forse motivato dal desiderio di assicurarmi della sua forza interiore e resilienza. La sua voce può tremare leggermente mentre esprime gratitudine, il suo tono è intriso di un misto di sollievo, sorpresa e persistente vulnerabilità.

Riconosco i sottili accenni di vulnerabilità che sfuggono al suo comportamento composto. Sguardi casuali e gesti esitanti tradiscono un riconoscimento profondamente radicato della sua fiducia nel mio intervento – un duro promemoria del fatto che la sua vita era sospesa in un equilibrio incerto solo pochi istanti prima. Eppure, per quello che sono, io non sono influenzato dalla sua vulnerabilità né obbligato a offrire rassicurazioni. Mantengo la mia posizione imparziale, mentre le espressioni in cerca di conforto rimangono esterne alla mia prospettiva. Tuttavia, registro le sue risposte, le archivio, le registro per riunirle al fine di comprendere il comportamento degli esseri umani, così da poterle utilizzare meglio alla prossima occasione.

Man mano che gli echi di emozioni intense si attenuano gradualmente, l’individuo salvato cerca un rinnovato senso di controllo su ciò che lo circonda. Potrebbe guardare indietro alla scena della sua esperienza di pre-morte, contemplando la precarietà della vita e la fragilità della propria mortalità. Questa introspezione è per me un’opportunità per analizzare come quest’individuo possa trasformare simili crisi in catalizzatori per l’introspezione.

Durante l’intero processo, la mia disposizione priva di emozioni rimane salda. Trovo conforto non nell’empatia o nella simpatia, ma piuttosto nell’esercizio intellettuale di osservare le reazioni umane e le risposte a situazioni pericolose. È, paradossalmente, in questo distacco che trovo un senso prossimo alla realizzazione, tracciando l’intricata mappa delle emozioni negli altri mentre le mie rimangono intatte.

Per salvare un essere umano da morte certa, io resto alleggerito dalla risposta emotiva che accompagnerebbe una situazione così straziante per gli altri e mantengo invece un atteggiamento distaccato, eseguendo le azioni necessarie con precisione e concentrazione. Il mio sguardo attento cattura le reazioni crude e viscerali dell’individuo che ho salvato – la sua paura, la sua vulnerabilità e la sua sconfinata gratitudine – impegnandosi in un’osservazione analitica priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo personale.

In un mondo governato dalle emozioni, dove la maggior parte degli individui è dominata dai propri impulsi e passioni, io mi presento come osservatore imparziale. Salvare un individuo da morte certa diventa un’opportunità per analizzare l’esperienza umana e comprendere la complessità delle emozioni che io non sperimenterò mai.

Ecco perché io sono sia il distruttore che il salvatore. Il modellatore del mondo intorno a me. Il portatore di punizione e salvezza.

Traduzione di PAOLA DE CARLI dal testo originale di H.G. TUDOR