PSICOPATICO: GELIDO COME IL GHIACCIO

Mentre camminavo attraverso la distesa invernale, un certo distacco si insediò in me, proteggendomi dal freddo pungente e dalla desolazione che mi stava attorno. Il paesaggio si estendeva all’infinito, mentre la sua architettura congelata si estendeva in lontananza. Il silenzio era quasi palpabile, rotto solo dallo scricchiolio occasionale dei miei stivali che affondavano nello strato profondo di neve sottostante. Il mio respiro formava una nube mentre attraversavo questo mondo bianco e desolato. La puntura del freddo sul viso era gradita perché non vi erano sensazioni dentro di me, il vuoto incombeva e la sensazione di freddo sul viso mi permetteva almeno di sentire qualcosa. Sapevo che dentro di me albergava un gelo mortale, un gelo che non permetteva a nessuno di penetrare in quel mondo di terrore perenne. Era importante per me, eppure io non provavo alcuna sensazione con quel gelo interno che contrastava con la sensazione della temperatura sotto lo zero contro il mio viso. Molte sensazioni mi sono state negate e quindi sperimentare l’assalto acuto, quasi doloroso, sulla mia pelle esposta era qualcosa da apprezzare. Il freddo mi aveva sempre fatto questo effetto, fin da quando ero giovane. In modo simile a come ero affascinato dal fuoco e dalla sua potenza, la precisione esecutiva del freddo pungente mi attraeva. A differenza della spettacolarità dell’incendio, questo era silenzioso, aggraziato e meravigliosamente mortale.

Gli alberi, spogli delle foglie, si ergevano come scarne sentinelle, protese verso il cielo desolato. L’aria era ferma e il vuoto del mondo era amplificato, e mi inghiottiva in un sereno isolamento. Mi sentivo come un osservatore che navigava in un mondo completamente separato dal mio.

Il vento cominciò a ululare, la sua lugubre melodia penetrava nell’aria. Faceva roteare senza sforzo i fiocchi di neve intorno a me, creando una danza eterea. Ma anche se i miei passi risuonavano nel silenzio ghiacciato, la scena non registrava pressoché alcuna risposta dentro di me. Potevo vedere tutto, eppure tutto ciò che sentivo era il freddo sulle guance e sul naso. Molto tempo prima avevo cercato di sentire qualcosa in questa occasione, ma durante la lunga marcia non sorse nulla, nulla tranne l’abbraccio del freddo. Dovevo avere quell’abbraccio, mi apparteneva, forniva una base per concentrarmi.

Tenevo lo sguardo fisso sul lago ghiacciato al di là, come un faro lontano che mi spingeva avanti. La sua superficie sembrava solida e inflessibile, una vasta distesa di azzurro ghiacciato che si estendeva verso l’orizzonte. Seppur priva di calore, c’era un certo fascino nella sua gelida maestosità. Rappresentava un potere spietato, un’incarnazione metaforica del distacco che sentivo dentro.

Mentre mi avvicinavo alla riva, non potei fare a meno di apprezzare gli intricati disegni del ghiaccio. Striature di blu intenso si intrecciavano con venature di bianco puro, ricordando un’opera d’arte affascinante. Osservai la formazione di crepe e ragnatele che si facevano strada sulla superficie, come se il ghiaccio stesso si stesse arrendendo alla morsa implacabile dell’inverno.

Nonostante la desolazione che mi circondava, trovai una parvenza di riconoscimento in questo ambiente desolato e spietato. Nel suo vuoto ero libero di vagare, libero di esplorare le profondità del mio distacco. Quando raggiunsi il bordo del lago ghiacciato, una folata di vento ne spazzò la superficie, creando un sibilo acuto che risuonò dentro di me e mi ricordò un suono di molto tempo fa. Rimasi lì per un momento, osservando la ritornata immobilità e il vasto vuoto che si stendeva davanti a me. Il mondo sembrava sospeso, come se il tempo stesso si fosse congelato insieme al lago.

Il mio scopo era chiaro, la mia determinazione incrollabile mentre arrancavo verso il cuore ghiacciato del lago, disconnesso ma stranamente contento in questa terra desolata e ghiacciata. Ogni volta che dovevo fare questi passi, il ghiaccio a volte si sforzava e gemeva sotto il peso della mia avanzata, altre volte rimaneva del tutto silenzioso, il suo spessore riusciva facilmente ad accogliere i miei passi.

A ogni passo sulla superficie ghiacciata, il mio distacco sembrava solo accentuarsi. Andai avanti, spinto da un inflessibile senso di determinazione che oscurava ogni accenno di emozioni o sensazioni che questo paesaggio desolato avrebbe potuto evocare negli altri. Il ghiaccio si spezzò sotto il mio peso, un fugace ricordo della fragilità del mondo intorno a me.

Il vento continuava il suo implacabile assalto, pizzicando la pelle esposta del mio viso, ma io rimanevo concentrato. Ora il freddo era diventato niente più che una mera sensazione fisica, distante e senza importanza poiché era seconda agli stessi pensieri che sempre dominavano quando arrivavo in quel posto. La mia attenzione rimaneva fissa sulla destinazione davanti a me, la distesa ghiacciata mi attirava più vicino con un’attrazione quasi magnetica.

Quando raggiunsi il centro del lago, mi fermai e aspettai, circondato da una quiete serena. La vastità del lenzuolo ghiacciato si estendeva in tutte le direzioni, come se racchiudesse l’essenza stessa dell’isolamento nel suo abbraccio ghiacciato. L’acqua, un tempo vibrante e scintillante, si era ora trasformata in una massa solida, impenetrabile e incontaminata. Aspettai per verificare se il ghiaccio avrebbe retto o se si sarebbe verificata una crepa improvvisa e poi lo strato di ghiaccio si sarebbe scheggiato e fratturato, facendomi cadere nelle acque sotto zero. Sarebbe questo il momento in cui accadrebbe? Sarebbe questa finalmente l’occasione in cui la nostra unione sarebbe completa? Battei forte un piede sul ghiaccio, come per pungolarlo.

“Andiamo dai”, sibilai, con il respiro annebbiato, “andiamo”,  esortai. Abbassai di nuovo lo stivale e sulla superficie rimase un segno bianco, ma il ghiaccio era tale che non ci sarebbe stato alcun cedimento. Risi, inclinando la testa all’indietro sogghignando per la codardia di ciò che era sotto di me perché ancora una volta non era riuscito a prendermi. Un tempo non era stato così recalcitrante.

Nonostante il freddo opprimente, percepivo una bellezza insolita in questo paesaggio brullo. L’assenza di vita e l’assenza di rumore, eccetto il vento, mi permettevano di esistere al di fuori dei confini dell’esperienza umana. Trovavo compagnia nel silenzio, riconoscimento nel vuoto che rispecchiava la profondità del mio distacco.

Rimasi, gelido come il ghiaccio dentro, circondato dal freddo mentre ancora una volta il lago si era ristretto per trascinarmi sotto le sue acque oscure.

Rimasi lì per un po’, trionfante per il suo fallimento, poi con la mano coperta da un guanto presi il telefono per completare il rituale in questo luogo di perdita.

Vuoto dentro e vuoto fuori.

Per sempre gelido come il ghiaccio.

Traduzione di PAOLA DE CARLI dal testo originale di H.G. TUDOR