PSICOPATICO: BRUCERÒ TUTTO

— Tuttavia, il terrapieno era relativamente ripido, il modo in cui gli alberi vi erano cresciuti sopra e l’erosione di parte del terreno avevano fatto sì che fossero stati creati dei gradini naturali sul terrapieno per facilitare la salita. Feci la salita, con la tanica in una mano, usando l’altra per assicurarmi di mantenere l’equilibrio mentre salivo sempre più su. Dopo qualche minuto mi fermai e mi voltai a guardare indietro. In basso, nell’incavo, c’era la casa dei miei nonni, il tetto di ardesia grigia sembrava messo in modo tale da poter saltare dall’argine e atterrarci sopra. Per un momento pensai di farlo, facendo un enorme salto dall’argine, volando in aria, sopra gli alberi e atterrando sull’ampio tetto. Lì potevo togliere le tegole del tetto e poi versarvi la benzina. A quel punto basterebbe un solo fiammifero, un unico sottile bastoncino di fuoco che cade nello spazio creato e poi le fiamme danzerebbero per me. Presto il tetto avrebbe preso fuoco, tutte quelle travi di legno e così via e sarebbe passata un’eternità prima che un’autocisterna dei pompieri arrivasse in quel luogo isolato, a quel punto la casa sarebbe stata un inferno furioso. Guardai il divario tra me sul terrapieno e la casa sottostante, sembrava attraversabile ma dopo aver riflettuto conclusi che sarei ben presto caduto e mi sarei schiantato sulla balaustra sul lato est della casa e questo mi avrebbe fatto sembrare un fallito. No, la casa sarebbe stata risparmiata. Questa volta.

Guardai in lontananza, godevo di una vista fantastica della campagna, il paesaggio ondulato che si estendeva nella foschia prima che mi voltassi e ricominciassi a salire. Mi feci strada tra i pini, salendo più in alto, un avventuriero solitario che si faceva strada attraverso l’oscurità crescente degli alberi. Ricordavo l’ultima volta che ero stato quassù. Ancora una volta stavo creando il paesaggio della mia città su un terreno accidentato quando vidi la testa di una ragazza spuntare sopra il muro a secco e poi altre due. Avevano più o meno la mia età e mi chiesero cosa stavo facendo.

“Sto bruciando degli oggetti, è chiaro”, risposi in tono sprezzante.

“Perché?” chiese una di loro. Aveva lunghi capelli biondi e un naso che terminava all’insù.

“Perché mi piace farlo”, risposi. Lei ci pensò un attimo e annuì in segno di accettazione.

Non ricordo molto altro della conversazione, ma ciò che ricordo è che finii per arrampicarmi parzialmente sull’argine con tutte e tre, così eravamo nascosti dalla casa e ci cimentammo in una gara di baci. Volevano vedere per quanto tempo riuscivo a baciarle senza respirare. Accettai prontamente questa sfida. Anche se ero giovane, avevo esperienza di baci fin dai tempi della scuola e quindi sapevo che avrei facilmente raggiunto gli obiettivi che si erano prefissate. Rimasi sul lato dell’argine, baciandole una dopo l’altra. La prima si limitò a premere le labbra contro le mie e non mosse la bocca, cosa che trovavo noiosa, ma non volevo interrompermi. Alla fine la mosse e le feci notare che non era così che si baciava.

“Guardate questo”, ordinai, e passai alla seconda ragazza con la terza che diceva che dovevamo baciarci per venti secondi. La seconda ragazza non aveva la rigidità della prima e rispose mentre la attiravo a me, stringendola forte e poi si unì a me mentre io cominciavo a muovere la bocca. Aprii un occhio per assicurarmi che le altre due ragazze stessero guardando. La prima aveva gli occhi spalancati come se stesse guardando qualcosa per la prima volta, la terza osservava con un sorrisetto compiaciuto sulle labbra.

Fu uno strano incontro con quelle tre amiche, una delle quali viveva più in fondo al vicolo e le sue due compagne di scuola erano andate a trovarla nel pomeriggio. Il ricordo prese forma nella mia mente e fu portato con me quando raggiunsi la cima dell’argine, dove lo lasciai dissipare nell’etere del passato.

La parte superiore dell’argine era un’area appiattita con più alberi. Erano più fitti rispetto al lato dell’argine e mentre li attraversavo la luce svanì. L’oscurità di questa zona boscosa cominciò a circondarmi, i numerosi alberi che ondeggiavano leggermente nel vento debole che si faceva strada attraverso l’argine. L’oscillazione degli alberi e la brezza sempre più forte creavano un forte sussurro che faceva sembrare come se un mantello scuro si gonfiasse sulla terra. Continuai per la mia strada, facendomi strada tra gli alberi e dirigendomi verso il mio obiettivo.

In passato, quando avevo scalato l’argine, mi aspettavo di trovarmi in cima a una collina dove avrei potuto sedermi e osservare tutte le cose che avevo intorno, ma fui sorpreso di scoprire che la cima dell’argine era più un punto di sosta. Una zona pianeggiante di alberi che poi portava oltre la collina, anche se la linea degli alberi si interrompeva e diventava un campo che si estendeva sempre più in alto. Ancora una collina da scalare, anche se non era quello lo scopo di oggi. Mi diressi verso sinistra, la fila di alberi alla mia sinistra, il campo alla mia destra quando vidi il mio obiettivo proprio davanti a me. La costruzione in legno.

Camminai in modo da posizionarmici proprio di fronte. Una serie di gradini in legno conduceva a un ampio portico e poi c’erano le due porte principali. Una era chiusa ma l’altra era leggermente socchiusa. C’erano varie finestre disposte lungo la facciata di questa grande costruzione in legno. La maggior parte dei vetri non c’erano più, rimanevano solo pochi vetri rotti e dall’interno arrivavano le tende sbiadite che danzavano come spettri legati, il vento che le sferzava attraverso le finestre esposte, spettri bianco sporco torturati che sembrava fossero condannati a rimanere legati in quel posto. Dall’esterno non si poteva vedere l’interno, dentro era buio come l’inchiostro. Il legno era rotto in alcuni punti, mostrava segni di marciume nella parte inferiore, ma la struttura nel suo insieme era rimasta intatta. Ero stato lì in numerose occasioni, una volta vi trovai persino un senzatetto a dormire. Era a un solo piano, con un tetto basso e spiovente, in alcuni punti esposto alle intemperie, così attraverso le fessure del tetto si poteva vedere il cielo sopra. L’edificio era lungo circa duecento piedi e largo quindici; a parte le fondamenta di cemento era tutto fatto di legno ed era stata una costruzione importante.

Una volta questo posto era pieno di gente. Avevo stabilito che si trattava di una sorta di ritiro in cui le persone potevano venire e sospettavo che fosse lì che trovassero riposo. All’inizio mi chiedevo se fosse un luogo di svago, ma non mi sembrava appropriato. Invece mi dava la netta impressione dal suo design, da alcuni arredi e accessori gettati all’interno che fosse usato come luogo di isolamento, ma un isolamento relativamente ben arredato. Non era la casa di qualcuno, non era nemmeno una casa vacanza, ma mi convinsi che fosse un rifugio privato che era una sorta di sanatorio o un luogo per calmare la mente. Una delle caratteristiche più insolite era che non c’era alcuna strada che vi conducesse, ma era chiaramente un luogo che aveva diversi visitatori. Forse non era un luogo in cui arrivava un gruppo e non se ne andava mai, ma la formalità del suo interno suggeriva che avesse pazienti piuttosto che ospiti e persone che poi se ne sarebbero andate una volta guarite. Come ci arrivassero le persone non era chiaro: a piedi? Come ci arrivava il personale? Forse una volta c’era una strada ma era stata scavata oppure il prato che avanzava vi era cresciuto sopra. Avevo preso a calci il terreno fuori dalla porta, ma non avevo trovato nulla che potesse indicare una strada, un vicolo o un sentiero. Strano.

Era difficile valutare per quanto tempo fosse rimasto in un stato di negligenza e abbandono, dieci anni, venti anni, non riuscivo a capire, ma tutto quello che sapevo era che, a parte qualche animale occasionale e il già citato dormiente, non serviva più ad alcun scopo significativo.

Tranne che a me.

Il vento era aumentato e questo era vantaggioso perché avrebbe fatto da mantice al mio inferno. Questo misterioso edificio in mezzo al nulla stava in attesa mentre io avanzavo, salendo i gradini scricchiolanti e attraversando il portico. L’edificio si ingrandiva mentre mi dirigevo verso la porta socchiusa a sinistra e l’interno buio di mezzanotte, con la tanica in mano.

È ora che questo posto bruci.

Brucerò tutto.

Traduzione di PAOLA DE CARLI dal testo originale di H.G. TUDOR