OGGETTIFICAZIONE

Noi vi consideriamo oggetti. Vi vediamo come apparecchi concepiti per assolvere a una funzione: soddisfare i nostri Scopi Primari. Ricorda: I narcisisti Inferiore e di Medio-Rango non ne sono consapevoli. I narcisisti Superiore e l’Ultra ne sono invece pienamente consapevoli. Il mondo deve ruotare attorno a noi. Siamo il centro dei vostri universi. Questo dev’essere una costante.

Garantendo che il mondo ruoti attorno a noi, possiamo affermare il controllo necessario e ottenere il carburante che ci consente di esistere. Riceviamo tratti caratteriali e benefici residui che riteniamo  necessari e a cui ci consideriamo pienamente titolati.

Perché tutto ciò accada – e perché continui – abbiamo bisogno di controllo totale. Se, ad esempio, voglio far bollire dell’acqua, verso l’acqua nel bollitore, premo l’interruttore, e il bollitore svolge la sua funzione finché l’acqua non bolle, poi si spegne automaticamente. Se più tardi voglio altra acqua bollente, ripeto il processo.

Il bollitore funzionerà sempre per me. Premo il pulsante. Risponde. Fa bollire l’acqua. Fa esattamente ciò che voglio. Non mi contraddice. Non si rifiuta di bollire l’acqua. Non inizia a farla bollire per poi fermarsi a metà. Non raffredda l’acqua. Non la rende marrone. Funziona.

Certo, col tempo, il bollitore può guastarsi. Non funziona più come voglio io. È semplice: o lo riparo, oppure – più probabilmente – me ne sbarazzo e lo sostituisco con un modello più nuovo e lucente che faccia ciò che pretendo.

Il tuo ruolo è funzionare per noi. Devi fornirci carburante. Devi fare cose per noi. Ci aspettiamo che ciò accada quando lo esigiamo –senza esitazioni, obiezioni o prestazioni parziali. Pretendiamo prestazione e risposta ottimali.

Per ottenerle, ti disumanizziamo e ti riduciamo allo stato di oggetto. Affinché ciò accada, dobbiamo anche oggettificarti, perché nel nostro mondo non esiste nulla al di fuori di noi.

Esiste un tipo di empatico – l’Empatico Contagioso – che, per semplificare, si sente in sintonia con il mondo e la sua energia. L’empatico è, per così dire, collegato al mondo e avverte quindi i cambiamenti di energia – positivi e negativi. È particolarmente ricettivo a tutto ciò che lo circonda, e per questo sente a un livello superiore.

Io, ovviamente, non mi riconosco in questo. Non sono un empatico. Ma è quanto mi è stato descritto da chi lo vive. Mi è stato anche detto che la mia specie e la tua sono ai poli opposti dello stesso spettro. E riconosco una certa validità in quest’idea. Se alcuni si sentono parte dell’ambiente che li circonda, io, al contrario, considero quell’ambiente parte di me.

Devo modellarlo. Controllarlo. Dominarlo. Deve essere sottomesso ai miei bisogni. Ecco perché noi – e io – siamo ossessionati dal concetto di controllo. Ogni situazione in cui ci troviamo deve soddisfare le nostre esigenze.

Anche tu fai parte dell’ambiente. E di conseguenza devi far parte di me. È per questo che non ti vediamo come un individuo separato e distinto. Sei un’estensione di noi. Un oggetto collegato a noi e assimilato da noi. Sei lì per servirci. Io sono qui per controllarti.

Affinché questa realtà sia possibile, è necessario che tu venga visto come un oggetto. Se ti considerassi un individuo indipendente, con desideri, pensieri e azioni propri, questo mi causerebbe notevole disagio. Sarebbe un problema continuo se tu facessi di testa tua, perché in tal caso non mi daresti ciò di cui ho bisogno per prosperare e sopravvivere. Perciò, la mia specie ed io ti riduciamo allo stato di oggetto per eliminare ogni senso di autonomia, e di conseguenza anche la paura che tu possa smettere di funzionare.

Ecco perché, quando ci sfidi in qualche modo, o quando rivendichi la tua autonomia e identità, noi reagiamo. Non solo stai sfidando la nostra presunta capacità di controllarti, alimentando la nostra furia, ma stai anche tentando di affermare che non sei un oggetto. Questo minaccia il nostro ambiente e il nostro controllo.

Una minaccia simile provoca una reazione severa da parte nostra, nel tentativo di rimetterti in riga, eliminare la tua indipendenza, annientarla, erodere il tuo senso di separazione e riassimilarti nella nostra funzione e nel nostro controllo.

La tua obiezione, la tua oggettificazione, è uno strumento necessario affinché possiamo esercitare il nostro controllo su di te e sull’ambiente, così che i nostri bisogni vengano soddisfatti e la nostra esistenza sia preservata. Poiché ti consideriamo parte di noi, se tenti di allontanarti, è come se ci strappassero via una mano.

Per assimilarti, dobbiamo erodere qualsiasi senso di indipendenza tu possa avere. Ecco perché le nostre manipolazioni sono progettate per logorarti, così da non avere più l’energia per ribellarti. Ecco perché le nostre macchinazioni sono pensate per condizionarti a comportarti sempre allo stesso modo – come una macchina – diventando affidabile e prevedibile.

Per questo motivo rendiamo caotico il tuo mondo, così che, paradossalmente, diventiamo l’unico punto fermo. Il nostro comportamento può apparire casuale e arbitrario, ma siamo sempre lì – una costante nella tua vita – e questo ti costringe ad aggrapparti a noi. E nella nostra mente, ciò significa che vieni assorbita da noi.

Generando instabilità intorno a te, vogliamo che tu ti rifugi nella stabilità che fingiamo di rappresentare. La nostra incapacità di provare empatia è anch’essa fondamentale nel processo di oggettificazione. Poiché non proviamo alcun bisogno di prenderci cura di te o di mostrare compassione, ci è molto più facile vederti come un oggetto e quindi ottenere ciò che ci serve.

Non proviamo nulla per te, in termini di affetto. Se non funzioni, ti odieremo. Proveremo rabbia, frustrazione e gelosia sapendo che potresti funzionare per qualcun altro – ma non per noi. Per esempio, se dai attenzione emotiva – carburante – a qualcun altro, anche se quella persona non ne ha bisogno. A noi non importa. Ciò che conta è che noi lo pretendiamo.

I nostri sentimenti verso di te, poiché ti oggettifichiamo, sono paragonabili all’irritazione per un’auto che non si accende, all’invidia per un tagliaerba del vicino più efficiente del nostro, all’odio per un trapano che non fora dritto. Le nostre reazioni a quegli oggetti malfunzionanti sono le stesse che abbiamo verso di te
quando non fai ciò che vogliamo. E questo rafforza ulteriormente la tua oggettificazione.

Ti oggettifichiamo attraverso numerosi meccanismi. Come già detto, se il bollitore smette di funzionare, lo butto e ne prendo un altro. Così, tu vieni trattata come usa e getta. E se smetti di fornirmi carburante, ti scarterò e ti sostituirò. Cerco il controllo totale su di te per impedirti di prendere decisioni autonome.

Non solo ti dirò cosa dire e fare, mi aspetto che tu obbedisca sempre, anche se nemmeno ti spiego cosa voglio. Metto i miei bisogni al di sopra dei tuoi. Negandoti l’indipendenza decisionale, ti oggettifico ancora di più. Poiché non mi importa dei tuoi sentimenti, questo è un atto profondamente disumanizzante
che accresce la tua oggettificazione.

A causa del mio smisurato senso del diritto, ti tratto come mi pare. Proprio come un piatto: posso lavarlo, lucidarlo, romperlo, scriverci sopra… Faccio ciò che voglio, perché è mio. E penso di possederti. Posso trattarti come voglio, senza curarmi di come ti senti. Questa convinzione, unita all’idea di possesso, ti oggettifica ulteriormente.

Ti considero uno strumento fornito per servire i miei scopi. Mi dai carburante. Mi dai denaro. Prepari la cena. Mi gratifichi sessualmente. Fai il bucato. Curi i bambini, eccetera. È previsto. E trattandoti in questo modo, da strumento, la tua oggettificazione prosegue.

Tutti questi modi di vederti e trattarti ci portano non solo a considerarti un oggetto, ma anche a farti sentire come tale. È un processo a due vie. Non basta che noi ti vediamo come un oggetto: dobbiamo anche farti sentire un oggetto – così è più probabile che tu funzioni nel modo che vogliamo.

Oggettificarti ha uno scopo ben preciso: assicurarci che tu ci dia ciò di cui abbiamo bisogno, che tu resti sotto il nostro controllo e funzioni di conseguenza. È anche utile per provocare carburante: ti arrabbierai, ti sentirai frustrata o ferita per essere trattata così, per vedere la tua identità calpestata.

Inoltre, ci permette di erodere la tua autostima. Tutti cerchiamo una conferma di ciò che siamo dagli altri.
La mia stessa esistenza si fonda su questo. E quindi, se ti invalido trattandoti come un oggetto, ti tolgo valore. Inizio a distruggerti – e questo rende meno probabile che tu fugga o esca dal nostro controllo.

L’oggettificazione è cruciale per la nostra sopravvivenza. Usiamo vari metodi per ottenerla. Ti vediamo come un oggetto. Dobbiamo vederti come un oggetto. E… ti trattiamo come un oggetto.

H.G. TUDOR – “Objectification” – Traduzione di PAOLA DE CARLI