Di recente sono stato coinvolto in una discussione con il Dr E. La conversazione riguardava le relazioni.
«Allora, quando metti fine a una relazione, dimmi, come ti senti al riguardo?», cominciò lui aprendo il suo taccuino e cercando un foglio bianco.
«Io non metto fine alle mie relazioni», risposi.
«Capisco, quindi vengono sempre terminate dall’altra persona, è così?», chiese lui.
«No».
Aspettò per vedere se avessi intenzione di dire altro, ma io rimasi in silenzio. Andiamo, Dottor E, vediamo dove vuoi arrivare. Non puoi battermi in astuzia. Rimase a guardarmi e io guardai lui.
«Queste risposte mi suggeriscono quindi che le tue relazioni non finiscono».
Dai al dottor E abbastanza tempo e ci arriva sempre.
«Esatto», risposi.
«Capisco. Abbiamo discusso di un certo numero di relazioni che hai e hai avuto. Con familiari, conoscenti, amici e, naturalmente, amanti. Ora, da quello che mi hai spiegato, considererei certamente molte di quelle relazioni concluse, per causa tua o, seppure meno spesso, per mano dell’altra persona».
«Il suo concetto di relazione evidentemente differisce dal mio».
«Per favore, spiega meglio questo punto».
«Le mie relazioni iniziano quando io decido che debbano iniziare», cominciai a parlare. Il dottor E aggrottò la fronte ma non disse nulla. Capivo che voleva che chiarissi quell’affermazione e io fui felice di accontentarlo.
«Quando individuo qualcuno che si rivelerà utile per me, la nostra relazione è già iniziata. Non importa se abbiamo parlato di persona o persino avuto un solo contatto. La decisione che la relazione sia iniziata spetta a me».
Il dottor E stava prendendo appunti mentre parlavo.
«La natura della relazione è definita da quanto quella persona mi è utile nel fornirmi il carburante. Se il carburante che fornisce è forte e potente trascorrerò molto tempo con quella persona, altrimenti meno. Io stabilisco il ritmo con cui la relazione si svilupperà in base a quei criteri che, a quanto capisco, le persone come lei applicano alle relazioni».
«Quali sono questi criteri?», chiese il dottor E.
«Casi come la familiarità reciproca, se ci salutiamo con una stretta di mano o un bacio, il nome con cui ci chiamiamo a vicenda, se quella persona può essere affidabile nel fornire informazioni, se ci presterà denaro, se andiamo in certi posti insieme e con quale frequenza, se viviamo insieme, tutte queste cose sono i criteri con cui voi misurate la natura di una relazione».
«E tu consideri quei criteri come eventi che dovrebbero verificarsi in un determinato periodo di tempo?»
«No. Sono tutti criteri in base ai quali so che persone come lei determinano la natura della relazione. Io li uso come indicatori che possono influenzare il livello di carburante, di conseguenza li farò avanzare a un ritmo che si adatta alle mie richieste di carburante».
«Ma non in base al suggerimento di un’altra persona; o, diciamo, a una regola generalmente accettata dalla società?»
«Beh, l’altra persona deve acconsentire all’atto, voglio dire, non ho imprigionato nessuno in casa mia. Finora», sorrisi.
«Ma se devono dare il loro consenso, di sicuro questo significa che la tempistica è fuori dal tuo controllo».
«Niente affatto. Io faccio in modo che mi diano il consenso in base alla mia tempistica», dissi.
«In base agli indicatori che mi hai descritto in precedenza?»
«Esattamente».
Il dottor E rimase in silenzio mentre continuava a scrivere.
«Quindi tu determini quando inizia la relazione e il ritmo con cui procede, e questa relazione non finisce mai?»
«Sì».
«Ma alcuni esempi delle tue relazioni intime che mi hai descritto si integrano certamente con il concetto che sono finite».
«Niente affatto. Se ho messo da parte alcune persone è perché, come sempre, mi hanno deluso in qualche modo, quindi non le lascerò andar via. Potrebbero pensare di essere riuscite a farlo. In effetti, in certi casi, incoraggio quella linea di pensiero in modo che le difese della persona rimangano basse, così sarà predisposta a farmi riprendere l’interazione. Nessuno mi lascia e io non lascio nessuno. Serviranno sempre a qualcosa a un certo punto, e quindi può esserci una pausa nella nostra interazione, ma non c’è mai un’interruzione».
«E se l’altra persona decidesse di non voler più interagire con te?»
«Perché mai dovrebbe pensar questo?», chiesi perplesso.
«Beh, il modo in cui hai trattato molte di loro è stato duro e sgradevole».
«Ma non meno di quanto meritassero. Le persone devono di conoscere qual è il loro posto, e se ne escono fuori devono essere rimesse in riga».
«Perché?», chiese il dott. E.
«Perché ho dato loro tutto e ogni volta mi ripagano deludendomi. È ingiusto. Ogni volta che do loro il mondo – lo faccio davvero, dottore, e non importa quanto io sia meraviglioso con loro – non fanno abbastanza per ricambiare e lasciano che il loro affetto diventi noioso, oppure non riescono a fornirmi l’adorazione che merito. È sbagliato e bisogna far vedere a queste persone quanto sbagliano. Vengono punite per le loro trasgressioni».
«Quindi mantieni una relazione per punire l’altra persona?»
«In parte sì, ma di solito è perché si dimostrano ancora utili e hanno un debito con me da ripagare».
«Capisco», osservò il dottor E, e continuò con i suoi appunti.
«E quando ripagano questo debito?», chiese.
«Questo è il problema, dottore», risposi con un sospiro, «non lo fanno mai. Ecco perché non le lascio mai andare».
H.G. TUDOR – “Never Let Go” – Traduzione di PAOLA DE CARLI
