Proseguo il mio resoconto di un episodio accaduto alcuni anni fa, quando un gruppo di uomini ubriachi si avvicinò al tavolo in cui io e la mia allora fidanzata Tabitha, la mia fonte primaria intima, eravamo seduti. Poco prima, avevano fatto nascere in me la percezione di una minaccia al mio controllo, a causa di un commento impercettibile, un sogghigno e un dito puntato. Era accaduto dopo il loro arrivo: si erano presentati in gruppo, tutti insieme, diretti verso il nostro tavolo.
Per comprendere la mia reazione, è necessario capire innanzitutto il funzionamento della mia mente. Non sono guidato dalla paura, né in situazioni come questa vengo offuscato dalla rabbia. Posso provare furia, ma è molto raro che si manifesti. Al contrario, è il distacco freddo della mia psicopatia a servirmi egregiamente in un’analisi logica, fredda e clinica di ciò che ho di fronte. Non sono governato da una risposta emotiva. Sono governato da una risposta logica. In certi casi, ciò potrebbe portarmi a decidere di abbandonare la scena e lasciare che siano altri a occuparsene, se questo rappresenta la scelta più funzionale ai miei interessi. In altri, la risposta sarà ben diversa.
Pur riconoscendo la minaccia al mio controllo, non tremo. Non mi si incrina la voce. Non provo quella sensazione di debolezza che altri sembrano avvertire di fronte a un pericolo. Al contrario, colgo l’occasione per affermare la mia dominanza, per ottenere carburante, per smantellare con precisione da orologiaio i miei avversari. In situazioni come questa, la mia psicopatia è un vero e proprio superpotere: l’assenza di empatia mi consente di agire senza rimorso, con un’acuta consapevolezza che registra ogni micro-espressione, ogni spostamento del corpo, ogni minimo segno di esitazione.
Sono vigile su tutto, e sono io il direttore d’orchestra. Questo gruppo di idioti che mi sta davanti è l’orchestra ignara di stare per suonare secondo il mio spartito. L’alfa parla per primo. La sua voce è un ringhio beffardo:
— Bella signora che hai lì, amico, ti dispiace se ci uniamo a voi?
Il tono non è quello di un complimento, ma intriso di scherno. Fissa il mio sguardo, e riconosco subito che si tratta di una sfida. Il beta ridacchia, si sporge verso di noi. Sento l’alito impregnato di whiskey. Gli altri stanno in disparte. Le loro risate, però, tradiscono una tensione latente. Aspettano che l’alfa dia il ritmo. Può darsi che non approvino del tutto il suo atteggiamento, oppure che abbiano notato la mia reazione inusuale: non ho alzato le mani in segno pacificatore, non mi sono ritratto, non mi sono spostato. Sono rimasto immobile, seduto, e ho sostenuto lo sguardo di ciascuno di loro. Li sto osservando. Aspetto.
Poi decido che è il momento di sorridere. Inclino leggermente la testa, il sorriso fermo, la calma prima della tempesta.
— Signori — rispondo con voce suadente, il mio baritono netto, il tono stentoreo e autoritario — temo che questo tavolo sia riservato a chi possiede almeno un briciolo di raffinatezza. Forse il bar al piano di sotto sarebbe più adatto al vostro entusiasmo.
Vedo l’iniziale delusione dell’alfa: si aspettava che reagissi con violenza. Non aspettava altro che la rissa. Ma le mie parole sono come un bisturi che colpisce l’ego. Anche se termini come “briciolo”, “raffinatezza” e “entusiasmo” forse sfiorano i limiti del loro vocabolario, percepisco chiaramente che il messaggio è arrivato. Gli occhi dell’alfa si stringono, la mascella si irrigidisce: un segnale inequivocabile di orgoglio ferito.
Il sorrisetto del beta svanisce, la sua sicurezza vacilla di fronte alla mia assoluta assenza di timore. I seguaci si agitano, percependo che il baricentro del potere è cambiato. Non sto solo rispondendo: sto prendendo il comando. Sono io a dettare i termini di questa interazione.
Il mio primo passo è disarmarli. Ho già deciso di ingannarli con un falso senso di sicurezza. Come il camaleonte che sono, abile nel riflettere le emozioni che gli altri si aspettano, mi inclino all’indietro, la postura rilassata, il sorriso cordiale ma intriso di condiscendenza.
— Non vorrete certo creare problemi, spero — dico con tono quasi scherzoso — questo è un luogo per conversazioni civili.
— Che ne dite di raccontarmi cosa vi ha portati qui stasera? Una festa, forse?
Sono sicuro di me, imperturbabile. La domanda serve a spostarli dall’aggressività alla spiegazione, colti di sorpresa.
L’alfa esita, disorientato dalla mia compostezza.
— Solo per divertirci — borbotta, ma senza convinzione. Lo registro mentalmente. Il beta, ansioso di riconquistare terreno, interviene:
— Abbiamo visto la tua ragazza e abbiamo pensato che magari voleva un po’ di compagnia vera.
Tabitha si irrigidisce nel sentirsi ancora una volta tirata in mezzo, ma le stringo delicatamente la mano per segnalarle di non rispondere. La mia risata è bassa, vuota. Controllata. Un suono che disarma e inquieta.
— Compagnia vera? — ripeto, fissando il beta negli occhi. — Ti assicuro che è già pienamente soddisfatta della compagnia che ha. Ma ora mi hai incuriosito. Cosa ti fa pensare di essere all’altezza?
A queste parole, i seguaci ridacchiano nervosamente, e il beta si volta di scatto verso di loro, zittendoli con un sibilo. Sono soddisfatto: ho già creato una frattura nel gruppo. Non sanno se schierarsi con l’alfa e il beta o se non sia meglio mostrare una qualche forma di alleanza nei miei confronti, vista la mia sicurezza inaspettata. L’alfa si sta arrabbiando. La faccia gli si è arrossata. L’ego è ferito, ma non è ancora pronto a ritirarsi. Decido che è il momento di provocare ulteriormente.
Fino a questo momento ho finto cortesia e fascino. Ora cambio strategia. Mi alzo. Sono più alto dell’alfa, di almeno cinque centimetri. Lui è più robusto, ma so che potrei avere la meglio in uno scontro fisico. Mi avvicino a lui, guardandolo dritto negli occhi, e parlo a bassa voce.
— Parli bene, bellimbusto — dico. Non sa come interpretarlo: è un complimento o una presa in giro? Cerca di parlare, ma le parole non escono.
— Sei confuso? Non sai cosa vuol dire “bellimbusto”? — lo schernisco.
Un’altra risata parte dal gruppo, subito soffocata. Il beta, ancora, si gira per rimettere tutti in riga. Ma questo non è un gruppo coeso. E io lo vedo chiaramente.
È il momento di smantellarlo.
È il momento di colpire.
H.G. TUDOR – “The Psychopath Defends – Part 2” – Traduzione di PAOLA DE CARLI
