LA MARCIA DELLE TRUFFE AMOROSE

Sei morta nel momento in cui mi hai incontrato.

La mia specie è impegnata in una carneficina su vasta scala. Un massacro quotidiano. E nessuno ci ferma.

Questi massacri non comportano morti letterali. No. Ma per come ti lascio, credo che preferiresti davvero essere morta, pur di porre fine al dolore. Un dolore incessante, una sofferenza che non smetterò di infliggerti. Quello che uccido è la tua fiducia, la tua autostima, il tuo senso di valore. Anniento le tue finanze, distruggo le tue amicizie, dilanio la tua sanità mentale e ti trapasso l’anima con un pugnale gelido. Vedi, persone come te vanno fiere della propria onestà, decenza e comprensione. Ed è proprio questo che ti rende così attraente per me. È questo che rende la distruzione ancora più completa.

Potresti pensare che io sia un essere umano orribile e che goda delle conseguenze del mio comportamento. Per alcuni della mia specie è così, per altri no. Alcuni non hanno alcuna consapevolezza di ciò che fanno, e credono semplicemente che sia ciò che va fatto. Altri, invece, sanno benissimo cosa stanno facendo. A me non interessa come ti senti. Non mi importa della tua reazione a ciò che faccio. Mi interessa solo cosa provoca in me la tua reazione emotiva.

Le persone sono stupide. Hanno bisogno di etichette, di categorie, di cassetti dove infilare tutto. Hanno bisogno di grandi cartelli al neon che dicano loro chi sono gli altri, perché sono troppo idiote o troppo pigre per capirlo da sole. Vedi l’uomo con l’impermeabile sporco e i capelli arruffati che si aggira attorno all’area giochi? È un pedofilo. Guarda là, l’uomo con la maglia a righe e un sacco con scritto “Bottino”: è un ladro. E quella donna con i vestiti sporchi di urina, che borbotta da sola mentre prova a nutrire i piccioni con dei sassi? È una pazza. Questo è ciò che la gente si aspetta.

Chiedi a qualcuno di disegnare l’immagine di un assassino e, novantanove volte su cento, raffigurerà un uomo folle, vestito di nero, armato di coltello o pistola. Non disegnerà mai il coniuge. Né un parente. Chiedi a qualcuno dove si nasconde uno stupratore, e ti dirà che lo troverai dietro un cespuglio, pronto a saltare addosso a una sconosciuta. Quello che non farà è indicare il fidanzato seduto accanto a lei sul divano.

Ed è qui che sta il problema. Ti aspetti riconoscere chi ti farà del male, in modo ovvio. Ma non funziona così. C’è un motivo per cui queste persone pericolose riescono a colpire come fanno: è perché ti circondano. Sono sedute accanto a te in macchina. Stanno con te alla macchinetta del caffè o in ascensore. Ti parlano fuori da scuola o ti servono il cappuccino. Sono ovunque nella società. È questo che le rende così efficaci: la capacità di confondersi, di mimetizzarsi in piena vista.

Quante volte hai sentito un vicino intervistato dopo l’orrendo omicidio di una famiglia da parte del padre dire:

«Sembrava sempre così gentile e felice».

Oppure:

«È sempre stato molto riservato».

O ancra:

«Era un uomo tranquillo. Non l’avrei mai detto».

E la mia preferita:

«Cose del genere non ti aspetti che succedano qui. Pensi sempre che succedano altrove».

Queste persone appaiono innocue perché sono normali, perfettamente integrate. Hanno nascosto ciò che si cela sotto la maschera. Erano ordinari. Erano semplicemente sé stessi. E non si sono neanche sforzati di apparire diversi.

Ecco cosa mi rende così pericoloso. Io invece mi sforzo. Faccio deliberatamente in modo di confondermi con chi mi sta intorno. Sono un mutaforma. Prendo le caratteristiche delle mie vittime, rifletto ciò che amano e desiderano. Divento esattamente ciò che vuoi. Hai sempre desiderato conoscere un imprenditore di successo? Sono io. Ti affascinano gli intellettuali che amano il teatro e la recitazione amatoriale? Posso esserlo.

Adori chi ha viaggiato per il mondo? Ti racconterò il mio tour di un anno in giro per il globo. Sei una fan sfegatata del rock? Fatto. Ti piacciono i cantanti? Do re mi fa sol la si. Vuoi un uomo di famiglia? Nessun problema. Mi trasformerò nella persona ideale e, mentre lo faccio, avvolgerò i miei tentacoli intorno a te con un’agilità subdola, trascinandoti nell’orrore del mio mondo.

Non puoi vedermi arrivare. Mi nascondo dietro mille maschere. Le “persone cattive” di cui ho parlato non cercano davvero di entrare nella tua vita: ci sono già. Tu eri solo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Io sono diverso. Io vengo a prenderti. Ti marchio come preda e ti giro intorno, pronto a colpire. Uso la menzogna e la manipolazione per entrare ed uscire dalla vita delle persone con scivolosa facilità.

Appaio all’improvviso. Certo, magari c’era un collegamento preesistente, ma anche quello fa parte della preparazione. Quando entro davvero nella tua vita, lo faccio in un tripudio di gloria disorientante che ti immobilizza, e tu ne vuoi ancora, tale è la natura assuefacente del mio comportamento.

Tutto il lavoro lo compio prima di coinvolgerti. Ecco perché la tua esecuzione avviene nel momento stesso in cui ci incontriamo. Tutto ciò che viene dopo sono solo le tue prolungate convulsioni. E credimi, adoro prolungarle il più possibile. Fingo persino, a volte, di rianimarti. Solo per poterti risucchiare ancora un po’ di vita. Lo trovi contorto? Non mi importa. Finché posso nutrirmi, è tutto ciò che conta. Devo nutrirmi. Ogni momento della mia esistenza è teso a placare una fame insaziabile che arde dentro di me. Eppure, sembra non bastare mai.

Così il mio sterminio continua. Vittima dopo vittima che si accumulano. E la bellezza di tutto questo è che basta indossare un’altra maschera e sparire, pronto per la prossima sfortunata. Me ne vado lasciando caos e distruzione dietro di me, ma non mi volto mai indietro.

Dovresti temermi? Assolutamente. Ma purtroppo per te, non sai cosa cercare. Non arrivo con un cartello d’avvertimento. Solo quando ti avrò già uccisa dentro, forse riconoscerai il pericolo — ma a quel punto il danno è fatto. E sorprendentemente, alcune di voi tornano per averne ancora. Incredibile, vero? A volte da me, a volte da un altro della mia specie. Ma l’effetto è lo stesso: un’altra morte, straziante.

Il bello è che nessuno può toccarmi. Chi potrebbe provare a trascinarmi in tribunale di solito fallisce. O non ci riesce perché mi ama ancora, oppure crede di potermi salvare, e preferisce provarci. Altri sono così spezzati da incolpare sé stessi, e non me. Altri ancora sono talmente distrutti da non avere più la forza di reagire. I pochi che superano questi ostacoli scoprono presto che il mio fascino innato, le mie bugie infinite e l’irresistibile potere di persuasione rendono quasi impossibile applicare la legge contro di me. Ed è giusto così. Le regole non sono fatte per me.

Tutto questo significa che quasi nessuno riconosce uno come me quando veniamo a scegliervi. Perché dovreste? Non portiamo segni. Non abbiamo etichette. Non sembriamo abusanti. Ma poi, che aspetto ha un abusante? Ha il mio. Il suo. Il loro.

Quel tipo in giacca e cravatta seduto davanti a te sul treno mentre legge un quotidiano. La preside che cuce all’uncinetto e frequenta la chiesa.

L’abusante può essere l’operaio che si scola una brocca di birra prima di rientrare barcollando a casa.

Può essere il vicino silenzioso. L’adolescente timido. Il professore di musica appassionato. Lo zio espansivo.

Lui. Lei. Loro.

Non ci vedi arrivare. Non hai scampo.

La società non sa riconoscerci, né come agiamo. Minimizza i danni con eufemismi e definizioni vaghe, perché la gente non può accettare che qualcuno tanto piacevole possa essere anche così crudele. Ma è proprio così che agiamo. Ti fideresti di uno che ti prende a pugni in faccia al primo incontro? Certo che no. Ma ti fideresti dopo tre anni di matrimonio, prima che ti colpisca per la prima volta, vero?

Non ti fideresti di un truffatore che ti ruba diecimila euro il primo giorno, ma dopo cinque anni di servizio impeccabile nemmeno sospetteresti che stia falsificando firme e rubando soldi. La società è troppo incline a etichettare e così sminuisce l’impatto di ciò che siamo e facciamo. Tu, che puoi testimoniare il danno orrendo che causiamo, lo sai meglio di chiunque altro. Eppure, ti tocca ascoltare chi dice che “è frainteso”, “era sotto pressione”, “non è da lui”, “qualcuno deve averlo provocato”. Queste persone benintenzionate fanno enormi danni, diventando inconsapevoli complici del disastro che scateniamo.

Ora che sai cosa siamo, riesci a riconoscerci con facilità. Ripensi a tutte le persone con cui hai avuto a che fare, e ora ci vedi come se fossimo stati dipinti di rosso vivo. Il collega. Il “cliente difficile”. Tua madre. Tuo fratello. Quell’amico che ti feriva una settimana e ti adulava quella dopo. Gli amanti. I personaggi famosi. I politici. Sempre più di noi vengono identificati da te. Eppure, continuiamo ad agire indisturbati, passando alla prossima vittima ignara.

La società non ci riconosce. Non capisce cosa siamo. È del tutto incapace di fermarci. I nostri numeri crescono e l’impatto devastante che abbiamo su tutte le persone che intrappoliamo (e non è mai solo una) aumenta. Ma cosa viene fatto?

I politici ci conoscono? (A parte quando si guardano allo specchio?)
I poliziotti sanno chi siamo?
Gli infermieri? Gli assistenti sociali? I giudici? Gli psichiatri forensi? La giuria? I vicini? Gli insegnanti? I funzionari pubblici?

Quasi nessuno tra loro sa cosa siamo. E questo genera in te una frustrazione crescente, mentre noi continuiamo ad avanzare con le nostre agende.

Nessuno ci ferma.

Tu, che cosa farai?

H.G. TUDOR – “The March of the LoveFrauds” – Traduzione di PAOLA DE CARLI