JACK E IL PILASTRO

C’era una volta una povera vedova che viveva con suo figlio Jack. Un giorno, la madre disse a Jack di vendere la loro unica mucca.

«Ma madre», protestò Jack, «è la nostra ultima mucca. Se vendiamo Daisy non avremo più latte, e senza latte non potremo vendere nulla per guadagnarci da vivere. In effetti è una mucca da rendita, l’ho imparato a scuola in economia».

«Non provare a farmi fare brutta figura usando paroloni», ringhiò la madre.

«Economia non è un parolone».

«Sì che lo è, e lo sono anche mucca e latte. Ora va’ al mercato e smettila di contraddirmi o sentirai la mia mano sulla faccia, buono a nulla!».

Così Jack si mise in cammino con Daisy. Lungo la strada incontrò un uomo che dichiarò che Daisy era una bella giovenca, pronta per la mungitura. Gli offrì di comprarla.

«Hmm, cosa mi darai in cambio della mia mucca? Che ne dici di una moneta d’oro?», chiese Jack.

«Sembri un ragazzo sveglio, dimmi, hai studiato economia?»

«Certamente».

«Bene, allora ti offro questi cinque fagioli magici. Piantali e potrai sostituire Daisy con un raccolto redditizio».

«Fantastico! Madre sarà deliziata dalla mia abilità economica, anche se dovrò farle un diagramma per farle capire», sorrise Jack.

Jack prese i fagioli e consegnò Daisy. Versò una lacrima: era molto affezionato a lei, grande amante degli animali com’era. La partenza fu piuttosto commu-uuu-vente.

Quando tornò a casa, sua madre andò su tutte le furie.

«Fagioli magici? Fagioli magici? Idiota! Sei troppo credulone! Mi aspettavo che tornassi con un sacco d’oro, una nuova Mercedes Classe E, una vacanza alle Hawaii e due—no, tre—cesti di Fortnum & Mason!», urlò la madre.

«Ma madre, questo è pensiero magico. Nessuno pagherebbe così tanto per una mucca. Con questi fagioli potrò coltivare, vendere, piantarne ancora e garantirci un’esistenza sostenibile ed ecologica».

«Sciocchezze, idiota! Io voglio il meglio, e lo merito!», ringhiò lei. Lo colpì in testa, afferrò i fagioli e li scagliò dalla finestra.

«Ora, a letto senza cena! Ho… ehm… una visita in arrivo», sibilò la madre.

Triste e affamato, Jack andò a dormire.

Il giorno dopo, svegliandosi, vide fuori dalla finestra un immenso pilastro di marmo, con gradini scolpiti, che si innalzava altissimo fino a perdersi tra le nuvole.

Jack sgattaiolò fuori dalla sua stanza e vide sua madre che dormiva a letto circondata da un gruppo di piccoli uomini sparsi qua e là.

«Non sapevo che aspettasse la squadra di campanari per cena… Beh, staranno ringraziandola per tutto il lavoro fatto in chiesa», pensò Jack, uscendo in silenzio e iniziando a salire il pilastro.

Più saliva, più si sentiva felice, speciale, fino a raggiungere un magnifico castello dorato. Dentro trovò una tavola enorme colma di cibi squisiti. Affamato com’era, scrisse un “pagherò” e si mise a mangiare.

Mentre si abbuffava, udì una voce tonante:

«Fee fi fo faf, sento odore di empatico! Furbo o sciocco che sia, lo provocherò finché non mi darà carburante!».

Un gigante entrò nella sala da pranzo. Jack si nascose dietro un tacchino enorme e lo spiò mentre si rimpinzava, per poi seguirlo fino a una stanza dove il gigante contava monete d’oro. Poi il mostro si addormentò.

Jack, sapendo che rubare era sbagliato, pensò che un sacco di monete avrebbe fatto molto bene: avrebbe potuto fondare un ente per salvare gli Unicorni Gay della Foresta dell’Empatia e finanziare le cure mediche di un Principe che aveva aperto una raccolta fondi per riparare il suo fondoschiena dopo un terribile oltraggio. Così prese un sacco d’oro e scese dal pilastro.

«Dove sei stato? La casa va pul… oh, cos’è questo?», chiese la madre.

«Madre, in cima al pilastro c’è un castello pieno di ricchezze. Ho preso questo oro per fare del bene agli Unicorni Gay e…».

«Sì, sì, dammi quei soldi e risali subito! Io… ehm… li investirò nel frattempo».

Sempre desideroso di compiacerla, Jack tornò al castello. Questa volta trovò il gigante con una gallina triste. Aspettò che il gigante si addormentasse e la portò via.

«Non temere, gallina, qui sei in gabbia. A casa nostra potrai razzolare libera».

Ma quando arrivò, la trovò sua madre distesa su una poltrona di pelle, con un calice di champagne Deutz, guardando Real Housewives of Faraway Land su un enorme televisore 4K.

«Madre, ho salvato questa gallina!», disse Jack, posandola su un mucchio di scatole Gucci.

«Una gallina? Idiota! Che ci facciamo con—». Ma si fermò, perché la gallina aveva appena deposto un uovo d’oro.

«Può restare con noi?», chiese Jack.

«Oh, certo, tesoro. Tu piuttosto torna lassù: magari trovi una pecora col vello di platino o una capra con corna di diamante, o meglio ancora una mucca che spruzza champagne!».

Jack, felice, risalì. Stavolta trovò il gigante ad ascoltare un’arpa magica che suonava da sola. «Con quest’arpa potrei organizzare concerti benefici! Uno per aiutare Bo Peep a ritrovare le pecore, un altro per far ricostruire le case ai Tre Porcellini!», pensò.

Appena la prese, l’arpa gridò: «Padrone, aiuto! Mi stanno rubando!»

«Fee fi fo faff, sento odore di empatico ladro!», tuonò il gigante brandendo un’enorme ascia.

Jack corse giù, inseguito dal gigante, e arrivò alla sua casa (ormai ampliata con piscina) dove sua madre se ne stava coi sette campanari, tutti carichi di collane d’oro.

«Madre, il gigante mi insegue!», urlò Jack.

«Cos’hai lì?»

«Un’arpa magica che suona da sola!»

«Fa anche le richieste?», chiese uno dei sette.

Intanto il gigante ruggì: «Furbo o sciocco, ti provocherò per avere carburante!».

Allora la madre di Jack corse al pilastro e, con forza incredibile, lo spinse finché non crollò, seppellendo il gigante.

«Evviva! Il crudele gigante è morto!», esultò Jack.

«Certo, tesoro: per far cadere qualcuno dal suo piedistallo basta sapere come fare», sorrise la madre.

«Fantastico! Possiamo prendere i tesori e distribuirli ai poveri!», disse Jack.

«Eh sì… ma intanto tu vai in cucina a mangiare pollo fritto. Io e i ragazzi andremo a controllare il castello. Non aspettarci alzato!».

Così la madre e i sette uomini salirono il pilastro. Jack non li rivide mai più: il pilastro fu recintato con filo spinato, telecamere e cani da guardia. Jack si accontentò di insegnare all’arpa le opere di G. T. Hudor e di guardare Up the Garden Empath sulla nuova televisione 4K.

E visse, tutto sommato, non così male.

H.G. TUDOR – “Jack and the Pedestal” – Traduzione di PAOLA DE CARLI