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πŸ‘€ IL NARCISISTA TI GIUDICA SEMPRE

“Presenta il prossimo imputato”, dichiara la mia possente voce baritonale dalla mia posizione elevata. Ti ritrovi a essere trascinata e spinta da due dei miei luogotenenti mentre ti trascinano su per le scale. Il rumore di una folla chiassosa cresce mentre emergi sbattendo le palpebre e ansioso sul banco degli imputati. I tuoi occhi guizzano sull’aula affollata mentre cerchi volti riconoscibili, ma nessuno Γ¨ visibile. Vedi caratteristiche di familiaritΓ , sono i nostri amici e familiari, ma sembrano in qualche modo diversi? Non riesci a capirlo. Vedi solo facce irascibili simili a cera, bocche spalancate, una valanga di rumore biliare che si riversa su di te, le dita che colpiscono l’aria, le braccia che si agitano freneticamente. Una massa ribollente di impazienza e disapprovazione. Il colpo di un martelletto che viene impugnato interrompe la cacofonia e tutti gli occhi si girano, compresi i tuoi su di me, mentre io mi siedo dall’altra parte e al di sopra di te. Vestito in abito giudiziario in accordo col mio stato, ti fisso, gli occhi socchiusi e tu ti restringi di nuovo sotto questo sguardo incrollabile.

“Bene,” annuncio, “Che cosa hai da dire in tua discolpa?”

Tu aggrotti la fronte, confusa da questa domanda. Non sai nemmeno perchΓ© sei qui. Non riesci a pensare lucidamente perchΓ© hai un forte tremore in mezzo alla fronte e un senso di nausea che sale e scende nello stomaco. Le tue mani tremanti afferrano il parapetto del banco ma tu resti in silenzio.

“Ho detto,” dichiaro a voce piΓΉ alta, “cosa hai da dire in tua discolpa?”

La folla riunita inizia a dire in coro.

“Che cosa? Che cosa? Che cosa? Che cosa?”

Il rumore aumenta mentre quelli che si sono ammassati nell’aula si sporgono in avanti formando pareti di facce beffarde e sardoniche tutt’intorno a te. Le gallerie sono piene di avidi curiosi e il rumore fa sentire il proprio effetto su di te. Il martelletto ancora una volta interrompe la folla e cala il silenzio. C’Γ¨ un’aria di attesa mentre io e la folla aspettiamo che tu parli. Senti un colpo al fianco mentre uno dei luogotenenti ti dΓ  una gomitata, un selvaggio sollecito per farti parlare.

“Non capisco perchΓ© sono qui”, dici. La tua voce sembra debole e silenziosa, ma Γ¨ evidente che tutti ti hanno sentito dato che c’Γ¨ un’inspirazione collettiva e poi senti i commenti lanciati verso di te a intermittenza.

“Idiota!”

“Vergognosa!”

“CosΓ¬ irrispettosa!”

“Stupida!”

I tuoi occhi tornano verso me e mi vedi che mi preparo irto di umiliazione.

“Non capisci?” Esplodo. La folla inizia a farfugliare.

“Non capisce!” “Non capisce!”

“Che impertinenza, dovresti sapere perchΓ© sei qui,” dichiaro indicandoti il martelletto contro. Il rumore della folla si attenua mentre la gente si protende in avanti per sentire cosa hai da dire.

“No, non capisco.”

“Beh, dovresti capire e dovresti rivolgerti a me correttamente,” continuo.

“Scusa?”

“Ah, ti scusi, vero? Per cosa ti scusi?” Chiedo cogliendo la tua risposta.

“Ehm volevo dire che non capivo cosa intendessi.”

“Ah, l’ennesima mancanza di comprensione,” annuncio ai versi di disapprovazione della folla. Puoi vedere le teste che si scuotono tutto intorno a te.

“Sei un’idiota? Una pazza? Una sempliciotta? “Chiedo.

“Certamente no.”

“Certamente no, mio signore”, rispondo con un sorriso che non trasmette alcun calore.

Tu aggrotti le sopracciglia ancora insicura su cosa diavolo stai facendo in questo posto e chi sono tutte queste persone, e soprattutto perchΓ© io sono seduto come un giudice che ti presiede. Ti do un’occhiata incoraggiante. Tu guardi a sinistra e a destra sentendoti incerta prima di parlare di nuovo.

“Certamente no, mio signore.”

“Finalmente qualche progresso”, dico. La folla annuisce in segno di approvazione.

“Allora, ti chiederΓ² di nuovo, cosa hai da dire in tua discolpa?”

“Non capisco perchΓ© sono qui”, alzo le sopracciglia in attesa, “mio signore.”

“Bene, dovresti!” Esplodo io in una rabbia improvvisa.

“SΓ¬, dovresti, sΓ¬ dovresti”, ripete la folla.

“PerchΓ© sono qui?” Dici ma la tua domanda Γ¨ soffocata dal rumore.

“Una settimana di trattamento del silenzio” annuncio e sbatto il martelletto con un sonoro crack.

“Per cosa?” Gridi sconcertata e allarmata. Alla tua domanda vi Γ¨ un sussulto tra la folla.

“Due settimane per una tale impertinenza”, aggiungo.

“Non Γ¨ giusto.”

“Tre settimane perchΓ© sfidi la nostra autoritΓ ”, annuncio.

“Tu non puoi giudicarmi, questo Γ¨ ridicolo, non so nemmeno perchΓ© sono qui, non so di cosa sono accusata”.

“Tre settimane di trattamento del silenzio e una dose di triangolazione con un rimpiazzo di nostra scelta,” grido io con uno sguardo allegro negli occhi.

“Non puoi farlo”, rivendichi.

“Cosa?” Ruggisco, “Posso fare quello che mi pare.”

“Questo deve essere contro la legge; non Γ¨ giusto.”

“Io sono la legge!” Ruggisco.

“Di sicuro dovresti dirmi cosa ho fatto?”

“Non devo fare nulla di ciΓ² che dici tu, sono io il giudice.”

“E che dire della giuria, di sicuro loro dovrebbero decidere se sono colpevole o meno, qualunque sia la cosa di cui sono accusata.”

Per un attimo appaio riflessivo.

“SΓ¬, hai ragione, molto bene, lo permetterΓ²,” decreto in tono magnanimo, “non sia mai detto che questa corte Γ¨ ingiusta. Chiedi alla giuria.”

Indico i giurati seduti sul lato destro e tu li noti per la prima volta. Stanno tutti fissando te. In realtΓ  vedi dodici volte la mia faccia che ti fissa.

“Colpevole!” Annuncia il primo giurato.

“Aspetta, non ti ho ancora chiesto di che cosa sono colpevole!” Protesti tu.

“Colpevole!” Grida il secondo giurato.

“Colpevole!” Grida il terzo.

Tu scuoti la testa completamente sconcertata dall’annuncio di questi verdetti.

“È assurdo, non mi Γ¨ stata letta alcuna accusa, non ho fatto alcuna ammissione e ci dovrebbe essere un processo. È uno scherzo!” Gridi.

“Sei mesi di gaslighting da eseguire consecutivamente alla sentenza precedente!” Urlo sopra il raglio della folla.

“Non Γ¨ giusto.”

Le dichiarazioni di colpevolezza continuano a risuonare mentre la folla canta “colpevole, colpevole, colpevole!”.

Un uomo si sporge dentro il banco degli imputati da dietro di te, ti infila un microfono sotto il naso.

“Ciao, Ian Sim del Quotidiano Diffamazione, come ti senti?”

“Cosa?” Rispondi indietreggiando mentre compare un altro microfono.

“Ciao, Mark Mywords dal Bugiardo Globale, come ci si sente ad essere una persona cosΓ¬ orribile?”

“Non so di cosa stai parlando.”

“Ciao, Ivor Stain di Channel Bias, pensi di poter affrontare questa sentenza?”

“May Day da Cattive Notizie, Γ¨ la tua famiglia che ti ha fatto fare questo?”

Altre facce si appoggiano al banco, accalcandosi l’una sull’altra mentre le domande vengono scagliate contro di te. La rumorositΓ  della folla continua mentre i suoi componenti si spingono a vicenda in un delirio. Tu vedi la mia faccia dodici volte mentre i giurati saltano su e giΓΉ, fischiando e ridendo mentre indicano nella tua direzione continuando a gridare “colpevole”. Attraverso tutto questo puoi sentire la mia voce da baritono mentre sempre piΓΉ punizioni si aggiungono alla giΓ  fiorente lista e la tua testa gira con la raffica di suoni. I volti si confondono, la nausea ti sale e il cuore ti martella nel petto. Hai caldo, ti senti svenire e le braccia ti afferrano da tutte le parti e ti trascinano lungo il banco.

“Cosa sta succedendo, non capisco, cosa si suppone che abbia fatto?” Mormori.

“Non preoccuparti,” dice una voce calma e tu volti il capo e vedi un’elegante signora accanto a te, i luogotenenti che una volta erano lΓ¬ sono scomparsi. Chi Γ¨ questa donna? Da dove viene? Non l’hai mai vista prima.

“Non preoccuparti”, ripete, “Mi prenderΓ² cura di lui al posto tuo”, sorride e ti lascia subito andare. Si allontana dal banco degli imputati e viene verso di me mentre tu cammini con passo malfermo verso la cima delle scale, l’oscuritΓ  delle celle da qualche parte sotto di te e poi cadi in avanti e precipiti nell’abisso sottostante.

H.G. TUDOR – Traduzione di PAOLA DE CARLI

The Narcissist Always Judges You

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