C’era una volta una mia fidanzata di nome Lesley. Il mio metodo preferito per raccogliere carburante da lei e manipolarla era chiamarla “Cosa”. Questo era estremamente umiliante e in linea con la mia visione del mondo, secondo cui le persone non sono altro che oggetti e apparecchi al mio servizio.
Potresti essere un apparecchio che mi ammira, potresti essere un apparecchio servizievole, che corre dappertutto per me. In alternativa, puoi essere un apparecchio innovativo che mi fornisce ciò che voglio. Una persona è un apparecchio, è un oggetto.
Io sono riuscito a rafforzare questo concetto, soprattutto con Lesley. Non l’ho fatto sempre. Ne avrebbe sminuito l’effetto. Ero comunque costante nel suo utilizzo. Per certi versi, era una via di mezzo rispetto al Trattamento del Silenzio, dato che non le davo un completo riconoscimento, la umiliavo ma senza ignorarla del tutto. Il fatto che parlassi di lei la faceva sentire obbligata a rispondere e quindi ottenevo quello che cercavo: una reazione.
Cominciavo di prima mattina. Come sempre, ero sveglio per primo dopo una notte di sonno ristoratore, il sonno dei giusti. Probabilmente lei era rimasta sveglia per ore dopo che le avevo voltato le spalle, quando voleva fare l’amore. Sapeva bene che non doveva insistere.
Mentre ero sdraiato, appoggiato sul gomito e guardavo il suo viso lentigginoso, lei sbatteva le palpebre per svegliarsi. I suoi occhi azzurri incontravano i miei, e potevo vedere la speranza accendersi in essi, sapendo che la stavo guardando.
«Ah, Cosa è sveglia», sorridevo, mantenendo lo sguardo su di lei. La speranza svaniva all’istante e, sebbene cercasse di nasconderlo, capivo di aver colpito nel segno.
«Oh, non cominciare per favore, è orribile», diceva in tono gentile.
«Sembra che Cosa abbia qualcosa da dire. Cosa ha sempre qualcosa da dire», osservavo. Lei scuoteva la testa.
«Per favore, smettila, sai che non mi piace quando fai così».
«Cosa vuole che la smettiamo. Cosa vuole sempre fare a modo suo».
«No, non è vero».
«Ora Cosa si sta irritando. Cosa perde sempre le staffe».
«Smettila!». Si alzava dal letto e andava verso la doccia. Io mi appostavo nei paraggi e proseguivo con la sequela di commenti.
«Cosa si lava da sola usando il gel doccia che abbiamo comprato per Cosa. A Cosa piace avere un buon profumo».
«Ora Cosa si sta lavando i capelli. Cosa sta cercando di lavare via il senso di colpa. Cosa puzza di colpa».
Lesley cercava di ignorare i commenti ma io sapevo, dai suoi sospiri e dal modo in cui curvava le spalle, che le stavano arrivando. Dopo averla sottoposta a circa quindici minuti di commenti su ciò che stava facendo, cambiavo tattica e iniziavo a usare questa tecnica in modo più provocatorio.
«Oggi Cosa dovrebbe indossare una gonna a tubino e una camicetta. Cosa non vuole apparire troppo sciatta anche se è venerdì».
Lesley sceglieva l’abito suggerito. Sapevo perché lo faceva. Credeva che questo mio suggerimento, anche se continuavo a chiamarla Cosa, dimostrasse il mio interesse per lei, e lo apprezzava appieno. Non si rendeva conto che era quello che volevo che facesse per me e non aveva nulla a che fare con il mio interesse per lei.
«Cosa dovrebbe proprio preparare la colazione, perché non dobbiamo patire la fame».
«Cosa farebbe bene ad assicurarsi che la spesa sia fatta prima che noi torniamo questa sera».
«Cosa dovrebbe ricordarsi che stasera usciamo e che Cosa non è invitata».
Lei usciva per andare al lavoro, irritata ma senza voler peggiorare la situazione. La mia tecnica continuava per tutto il giorno. Le telefonavo e le chiedevo:
«È occupata Cosa?»
«Sì, lo sono, quindi ora stai parlando con me, vero?»
«Cosa vuole sapere se stiamo parlando con Cosa. Ora non più», e riagganciavo.
Verso sera mi supplicava di smetterla, con le lacrime agli occhi. Lesley ne aveva abbastanza della mia oggettificazione, che era stata sostenuta e tagliente per tutta la giornata. Mentre prendevo il portafoglio per uscire con i miei amici, senza di lei, mi giravo e dicevo:
«Adesso esco. Ci vediamo più tardi».
Il sorriso che le si sprigionava sul viso era immenso, perché avevo smesso di chiamarla “Cosa”.
«Va bene, divertiti», rispondeva in tono gentile.
«Certamente. Ciao, Karen».
Non mi voltavo mai a guardarla, ma sapevo quanto l’uso del nome sbagliato l’avesse ferita.
Traduzione di PAOLA DE CARLI dal testo originale di H.G. TUDOR
