IL NARCISISTA E LE GIOIE DELLA TERAPIA

È un fatto riconosciuto: non ci vedi mai arrivare. Siamo creature subdole e pervasive. È sorprendente che non passiamo inosservati, perché in realtà non arriviamo affatto in punta di piedi. Appariamo con grande fanfara, fuochi d’artificio, luci lampeggianti e suoni sinfonici. È impossibile non notarci, ma tutto questo serve proprio a mascherare ciò che siamo davvero.

Anche quando le nostre vere intenzioni cominciano a manifestarsi, tu ancora non riconosci chi siamo. Ci sono persone che ci incontrano una volta, e poi cadono vittime una seconda, persino una terza volta: è il modo in cui ci insinuiamo nelle vostre vite, passo dopo passo.

Non sai mai chi siamo, quando entriamo nella tua vita per la prima volta, e spesso non lo capisci nemmeno anni dopo, quando ormai tutto è già accaduto. Alcuni non arrivano mai a vedere la verità, nemmeno col senno di poi. Ogni cosa che facciamo è pensata per ingannare. Siamo avvolti nella menzogna, ne siamo impregnati, e tutto ciò che ci circonda viene contaminato — ma tu raramente riesci a vederlo per ciò che è.

Siamo maestri della manipolazione, mascherati, travestiti, le nostre vere intenzioni coperte da una patina di adulazione e da un muro di manipolazione. Sappiamo bene che poi dai incolpi te stessa, quando finalmente capisci con chi hai danzato. Te ne rendi conto troppo tardi, e allora ti incolpi ripetutamente.

Ma non dovresti essere così dura con te stessa: non avevi alcuna possibilità. Non sei solo tu a non riuscire a penetrare il nostro velo di segretezza: anche i cosiddetti professionisti spesso falliscono. E se nemmeno loro riescono a vederci per ciò che siamo, allora forse puoi perdonare anche te stessa, no?

C’è un esercito di terapisti, medici, counselor, life coach e così via. Chiamali come preferisci e, nonostante tutta la loro brillantezza accademica, le parole rassicuranti e la presunta capacità di comprensione, ce ne sono molti (anche se non tutti, va detto) che non riescono a riconoscerci nemmeno loro. Non hanno vissuto ciò che hai vissuto tu, e quindi non possono che parlare da una posizione di conoscenza teorica, e non di esperienza diretta.

Molti esemplari della nostra specie, inoltre, non entreranno mai in contatto con queste figure professionali, perché rifiutiamo categoricamente l’idea che ci sia qualcosa che non va in noi, figuriamoci se vediamo la necessità di sottoporci a un’analisi. Questo riduce ulteriormente le possibilità che questi “esperti” possano davvero capirci fino in fondo.

E anche quando qualcuno della nostra specie finisce effettivamente su un lettino o in uno studio, facciamo tutto ciò che è in nostro vastissimo potere carismatico per convincere il terapeuta che non solo non abbiamo alcun problema, ma che siamo noi le vittime, perseguitate da comportamenti odiosi della persona che ci ha “trascinati” lì.

Così facendo, limitiamo drasticamente le loro possibilità di comprenderci davvero e questo, inevitabilmente, ci consente di continuare indisturbati nelle nostre macchinazioni.

Prima ancora di incontrare quei bravi dottori che almeno sembrano sapere cosa stanno facendo, ho frequentato allegramente sedute con terapeuti e affini per ben cinque volte. Come avrei potuto rinunciare a una succulenta occasione per raccogliere ulteriore carburante, sia dal nuovo arrivato che da te?

Naturalmente, inizialmente resistevo a ogni tentativo di portarmi in quel terreno di analisi e psicoterapia, proprio per accrescere il tuo sconforto, la tua sofferenza e frustrazione. Alla fine, però — e quasi sempre quando percepivo il rischio concreto che potessi minacciare volontariamente la mia fornitura di carburante, acconsentivo ad andare. Mi preparavo in anticipo, scegliendo accuratamente tutti gli strumenti di fascino e adulazione dal mio Kit di Strumenti del Diavolo.

Oh, quanto mi divertivo a quelle sedute. La mia compagna, naturalmente, pagava ogni incontro — e questo era già un primo colpo di carburante. In più, mi godevo il piacere di esibire il mio carattere affabile e affascinante davanti al terapeuta di turno. In quelle sessioni con terapeuti e simili, adottavo sempre una strategia doppia: da un lato il fascino, dall’altro la negazione plausibile.

Mi presentavo puntuale, rilassato, ansioso di raccontare per un’ora tutto su me stesso — e con la comodità che a pagare eri tu. Ero piacevole, amichevole, coinvolgente, e trattavo la seduta come se fosse una chiacchierata accanto al caminetto. Parlavo bene della mia compagna, dei miei amici, del mio lavoro, dei miei successi. Raccontavo dei miei interessi, in particolare il cinema, e chiedevo sempre al terapeuta quale fosse il suo film preferito. Nessuno mi ha mai negato una risposta.

La prima seduta è stata sempre una passeggiata: riempivo l’ora con divagazioni, allungando e deviando fino allo scadere del tempo. Continuavo a farlo anche nelle sedute successive, e spesso loro mi lasciavano parlare senza intervenire troppo. Quando provavano a riportare la conversazione su qualcosa di più rilevante rispetto ai miei comportamenti, io la dirottavo altrove con naturalezza.

Il primo counselor che incontrai, dopo cinque incontri, ammise candidamente che non c’era granché da discutere. Io ne fui deliziato. La mia compagna dell’epoca, invece, era sconvolta.

Diventava quasi una sfida, ogni volta che si sollevava il tema dell’aiuto, della terapia o di un trattamento. Io partecipavo alle sedute solo per raccogliere carburante positivo dal terapeuta, e poi carburante negativo da chi aveva insistito affinché io ci andassi.

«Sì sta andando bene, in realtà chiacchieriamo soltanto. È tutto molto amichevole».

«È evidente che le sto simpatico, ride sempre alle mie battute».

«Lo sapevi che tifa la mia stessa squadra? Addirittura ha il posto nella stessa tribuna!».

«Non posso raccontarti nulla».

Quest’ultima è la mia preferita. Quel velo di pseudo-riservatezza che applico alla situazione ti frustra e ti irrita, perché in fondo vuoi sapere, perché pensi di poter aiutare. Ma il fatto che io ti tenga all’oscuro — giustificandomi con le “istruzioni del terapeuta” — accresce la tua confusione e il tuo senso di esclusione.

Quando il terapeuta insiste, pone domande, cerca di andare a fondo su quei comportamenti che tu avevi già segnalato in anticipo, io riesco sempre a insinuare abbastanza dubbi da diluire ogni tentativo di capire chi sono veramente. È quasi comico.

Se quando ti ho intrappolato per la prima volta non ti ho mai mostrato i miei veri colori, pensi forse che mi comporterei in modo diverso con qualcuno che sta cercando di smascherarmi e incastrarmi? Ovviamente no. Tutto ciò che viene riferito su di me — il catalogo dei miei comportamenti anomali — mi arriva indietro, e io so perfettamente come gestirlo. Sono abbastanza astuto da sapere che una negazione categorica potrebbe sembrare sospetta e insospettire chi mi osserva. Per questo scelgo la via della spiegazione plausibile:

«Sì, lo ammetto, a volte perdo la pazienza… ma chi non lo fa? Lavoro tanto, sono sotto stress, ogni tanto mi capita di essere un po’ irritabile. So che non dovrei, ma dopotutto sono umano, no?»

«Lei è molto sensibile, tende a esagerare. Ha avuto una brutta storia con l’ex, capisce? Cerco di essere di supporto ma è difficile perché interpreta molte cose con gli stessi occhi del passato. Non la biasimo, solo che a volte è complicato. Sa, per esempio, c’è stato quel giorno in cui…».

«Abbiamo una relazione passionale. Ci sono rotture e riappacificazioni. C’è una forte energia tra noi, a volte un po’ troppo. Ma è il nostro modo di essere. Riconosco le mie responsabilità, è anche per questo che sono qui, e le sarei davvero grato se potesse aiutarmi ad aiutare lei. Cosa mi consiglia?»

Tutti gli eventi vengono ridimensionati, gli episodi sfumati, i fatti diluiti. La negazione plausibile viene sfoderata, alleata al fascino, e il risultato è che me ne vado con un altro ammiratore nella mia collezione, mentre tu resti basita, chiedendoti come diavolo sia possibile che l’abbia fatta franca ancora una volta.

Non dovresti (anche se a me fa piacere che tu lo faccia) prendertela tanto, perché in fondo questi professionisti hanno davvero poche possibilità di scoprire chi siamo veramente.

E che mi dici del dottor E e della dottoressa O?

Ah, certo. Loro ci sono arrivati. Ma ci sono voluti entrambi, in una manovra a tenaglia. E solo perché,, a un certo punto, ho dovuto cedere. Ma quella guerra è ancora in corso…

E c’è ancora moltissimo carburante da raccogliere.

H.G. TUDOR – “The Joys of Therapy and the Narcissist” – Traduzione di PAOLA DE CARLI