IL NARCISISTA E IL POTERE DEL DOLORE


La mia mente si è sempre applicata su come posso esercitare il controllo sugli altri. Capisco ora che ha iniziato a succedere inconsciamente, cioè per la natura stessa del narcisismo. Tuttavia, ho anche acquisito consapevolezza di quanto sia fondamentale il potere per me, di quanto ne ho bisogno, di come lo voglio e di come posso usarlo. Mi sono reso conto che avere potere mi faceva sentire potente, immenso, gigantesco in fatto di presenza e impiego e che non potevo sopportare di esserne privo. Naturalmente tutto ciò derivava dal mio bisogno assoluto (come tutti i miei simili) di controllo in ogni momento. Inizialmente non conoscevo questa particolare esigenza.

È chiaro che ho sviluppato un bisogno inconscio di controllo e potere. Diversamente dalla maggior parte della mia specie, questo si è poi evoluto in un bisogno consapevole di controllo e potere e quindi, unito ad una naturale mancanza di empatia, di un’intelligenza immensa e di una vena sadica, ho preso nota dei modi in cui potevo ottenere attivamente e volutamente controllo e potere.

Questo controllo doveva essere su tutto – l’ambiente intorno a me e naturalmente ciò significava le persone all’interno di quell’ambiente.

Io dovevo controllare le persone. Dovevo assolutamente.

Utilizzando il controllo, faccio in modo che essi facciano ciò che voglio e questo mi consentirà di ottenere carburante da loro. In una prima fase sono stato testimone del potere del dolore e questo ha formato nella mia mente una ragione indelebile per utilizzarlo al fine di ottenere e mantenere il controllo.

Non ricordo esattamente quanti anni avevo, ma ricordo che non avevo ancora iniziato la scuola secondaria, quindi dovevo avere meno di dodici anni. Tra noi c’era un gruppo di bambini che giocavano insieme ed è stato durante una particolare estate in cui eravamo stati impegnati in una specie di gioco nei campi vicino a dove vivevamo tutti noi. I campi e il fiumiciattolo che li attraversava con la sporadica boscaglia costituivano un ambiente eccitante in cui potevamo mettere in scena giochi inventati. Dalle battaglie tra eserciti, alle storie di fantasia che coinvolgono orchi ed elfi fino a far finta di essere astronauti su un pianeta sconosciuto, sfruttavamo appieno lo spazio che ci era concesso.

Ricordo un caldo pomeriggio in cui eravamo impegnati in una partita che prevedeva una battaglia e uno del nostro gruppo, un ragazzo di nome Jonathan aveva avuto il ruolo di generale. Non era molto bravo e aveva preso una serie di decisioni stupide che avevano fatto sì che la nostra squadra perdesse la battaglia. Io ero deciso a non perdere la guerra e proposi che da quel momento dovevo essere io il generale e dovevo essere io a organizzare le nostre truppe. Lui era un bambino lamentoso che cominciò a belare perché io ero spesso il generale e oggi era il suo turno. Spiegò che il suo turno doveva durare tutto il giorno. Io ero sempre più irritato dal suo desiderio di rimanere al suo posto come generale e un generale disastroso per giunta. Come osa assumere il manto della grandezza quando era palesemente chiaro che non era all’altezza del compito? Come osa condurci al massacro e alla sconfitta? Io non ero felice ma, nonostante le mie proteste, lui non si tirava indietro. L’altra squadra se ne era andata da tempo attraverso l’altro lato dei campi ed era in attesa del colpo perché la battaglia avesse inizio. Le nostre truppe erano state inviate in varie località lasciando solo Jonathan e me sul retro. Io ero furioso con lui. La mia rabbia per la sua idiozia stava bruciando dentro di me e mentre lui si ergeva sulla roccia da cui il generale dirigeva sempre le nostre truppe, dato che offriva una buona visuale attraverso il prato, andai dietro di lui. Con un violento spintone lo spinsi dalla roccia e cadde in un letto di ortiche che si erano formate vicino alla roccia. Ululava dal dolore quando le prime punture ebbero effetto e indossando una maglietta e dei pantaloncini, le sue membra e il viso esposti caddero preda delle feroci punture delle ortiche. Lui gridò e balzò in piedi cercando di liberarsi dalle ortiche, ma mentre si avvicinava alla sommità io gli diedi un’altra spinta e lo rimandai indietro in mezzo ad esse facendolo gridare di nuovo. Con le lacrime che gli rigavano il viso e le braccia che mostravano i lividi dalle ripetute punture, cercò di emergere di nuovo e ancora una volta io lo respinsi nelle ortiche pungenti. Lo feci di nuovo e poi di nuovo ancora finché lui, con la faccia rossa e gonfia, decise di non provare a superarmi e incespicò tra le ortiche, sussultando e piagnucolando e prese un altro percorso. Lo guardai andar via finché non si sentì solo il suo vibrante singhiozzare. Salii sulla roccia e da lì presi il controllo delle nostre truppe e ho guidai verso una vittoria straordinaria.

Più tardi il padre di Jonathan fece visita a casa nostra. Lo vidi mentre percorreva il sentiero con Jonathan al seguito, suo padre incandescente di rabbia. Io rimasi in cima alle scale e stetti in ascolto mentre lui tuonava e urlava, ma non aprì la porta. Mia madre gli sbarrò la sua strada; io non fui in grado di sentire la sua voce, ma sapevo che lei lo avrebbe tenuto al suo posto con i suoi toni d’acciaio e gli sguardi inflessibili. Alla fine Jonathan e suo padre tornarono indietro lungo il sentiero e io osservai la loro famiglia ritirarsi per la seconda volta quel giorno.

Non vi fu punizione da parte di mia madre. Non mi fu detto proprio nulla. Come al solito, lei aveva affrontato la questione. Non so quello che disse, ma non me ne fece cenno. Questo era il suo modo di affrontare questioni simili.

Continuai a giocare con il gruppo e con Jonathan. Ogni volta che mi guardava, vedevo il dolore nei suoi occhi proprio come quel giorno in cui lo avevo spinto più volte nelle ortiche pungenti. Non chiese mai di essere di nuovo generale ed era sempre il primo a suggerire che io fossi nominato capo delle nostre truppe. Aveva sperimentato il dolore dispensato da me e sapeva cosa fare da quel momento in poi. Sapevo anche quale potere poteva derivare da un simile dolore. Fu una lezione per imparare uno strumento di manipolazione.

Stavo imparando. Il dolore eguagliava il potere.

Stavo finalmente riparando i torti e il potere era LO strumento per mezzo del quale sarebbe stato raggiunto.

Traduzione di PAOLA DE CARLI dal testo originale di H.G. TUDOR