La Scudiera è la mia Fonte Primaria Intima. La Dott.ssa O è una dei bravi dottori coinvolti nella mia terapia. La Dott.ssa O è gelosa della Scudiera. Per comprendere la radice di questa gelosia, dobbiamo tornare indietro nel tempo…
Erano i primi mesi del mio coinvolgimento con i bravi dottori ed era una giornata fredda e tagliente a Londra. Quando mi ero alzato, una nebbia avvolgeva le strade, gelida, umida e aggrappata alla città come un disperato Narcisista di Medio-Rango intento a mettere in atto un Recupero Preventivo.
Quando mi stavo dirigendo verso il mio appuntamento mattutino con la Dott.ssa O, la nebbia si era dissipata e il sole del mattino faceva sentire la propria presenza. L’aria restava fredda, facendo emergere un tripudio di guanti, sciarpe e cappelli che trasformava tutti intorno a me in blocchi di grigio, marrone scuro e nero. Pochissimo colore, solo volti severi che spuntavano sotto un berretto di lana o bocche inespressive appena sopra una sciarpa avvolta attorno al collo.
Sostituii i volti severi dei passanti sulla strada gelida con l’unica espressione severa della Dott.ssa O, seduta a esaminare il suo Libro di HG davanti a sé.
«Una lista lunga», osservò.
Su sua richiesta, avevo elencato le mie varie relazioni, di natura intima, e coloro che avevano rivestito lo status di fonte primaria. Le elette, le idealizzate, l’elenco di quelle che avevo scelto per sedere alla mia sinistra.
Ci era voluto un po’ di tempo per scorrere la lista mentre nominavo ciascuna, dichiarando solo il nome di battesimo, osservando la penna della Dott.ssa O mentre annotava ogni individuo, elencato in ordine dalla primissima, Sarah, fino all’attuale, Jane.
Attendevo che scrivesse ogni nome, ogni membro dell’Asilo del Grottesco prelevato dalla sua alcova in quella camera e riportato temporaneamente in vita qui, nello studio della Dott.ssa O. Una volta che un nome era stato fissato sulla carta del suo libro, passavo al successivo, ricordi metodici, misurati.
«Mi piace concentrare molto in poco tempo», risposi alla sua osservazione.
La Dott.ssa O continuò a osservare la lista. Stava valutando quella sequenza di nomi, le V, le K, le H, le A (diverse di quelle), le E (un paio anche di quelle) e le S, parecchie S, il che aveva senso, naturalmente. Era impressionata dai miei sforzi prodigiosi; il suo commento sul fatto che fosse una lista lunga ne era testimonianza.
«Hai ricordato ciascun nome, in ordine e senza correzioni o esitazioni», osservò.
«Corretto».
«Ripeti regolarmente la lista per assicurarti di poterla ricordare correttamente?», chiese. Il tono era più curioso che giudicante.
«No.»
Annuii mentre il suo labbro inferiore si protendeva leggermente. Notai che il suo gloss era un po’ più intenso quel giorno, tendente allo scarlatto. Naturalmente voleva che lo notassi. La sgualdrina scarlatta — in realtà la seconda sgualdrina scarlatta, Becky era stata la prima. Non Rebecca, non Becca, certamente non Becci, ma Becky. Almeno per i primi sei mesi. Poi, negli ultimi due, divenne Rebecca, Becca e soprattutto Becci.
«Pensi spesso a queste persone, allora, per ricordarle con tanta precisione?», chiese la Dott.ssa O.
Sapevo che sarebbe stata affascinata da quell’elenco di Fonti Primarie Intime; chi potrebbe non esserlo? Una sfilata di reperti dall’asilo, traditrici tutte. Quasi tutte.
«No. Le elimino dalla mia mente», risposi.
«Perché?» chiese. «La lista significa…» ma si interruppe. Fu così che compresi che la Dott.ssa O stava faticando a mantenere quell’aria di compostezza clinica. Non poteva fare a meno di voler suggerire la risposta. La sua superiorità affiorava. Voleva impressionarmi, dimostrare che stava iniziando a capirmi, e così stava per proporre una spiegazione del mio comportamento. Si fermò in tempo, tentando di non guidarmi. Come se potesse mai guidarmi.
«La lista significa?», suggerii, ricordandole gentilmente chi fosse al controllo.
«Scusa», eccolo lì. Controllo.
«Scusa», ripeté, «perché le elimini dalla tua mente?»
«Sono irrilevanti».
«Perché?»
«Perché non contano».
«Perché non contano?»
«Non sono importanti».
«Perché dici che non sono importanti?», insistette.
Sapevo che avrebbe continuato. Mi divertiva questa danza.
«Non hanno alcun significato per me».
«Ma lo avevano un tempo?», ribatté rapidamente.
La osservai. Era seduta a circa un metro da me. Potevo percepire la sua fragranza. Clean Classic, ne ero certo. Forse Simply Clean; avvertivo il bergamotto. Una fragranza lineare, da giorno, coerente con la sua immagine igienica e ordinata. Sapeva di dover tamponare e non strofinare. Y aveva commesso l’errore di strofinare. Clown.
Decisi di rispondere senza darle ciò che desiderava.
«Avevano una certa rilevanza, questo è ovvio», dissi. «Non le avrei scelte, altrimenti».
«Non lo avresti fatto?»
«No».
«Quindi erano tutte significative. All’inizio».
«All’inizio».
«E ora sono irrilevanti?»
«Sì».
«Perché sono irrilevanti?». Di nuovo in tondo.
Stavo per proseguire quando intervenne.
«O forse non lo sai?». Inclinò la testa. Credeva di avermi colpito.
«Lo so.»
Silenzio. Sguardi. Le offrii il vuoto.
Funzionò.
«Come fai a sapere che sono irrilevanti?» chiese infine.
«Non mi sono più utili. Prima lo erano, dunque erano rilevanti».
Annotò.
«E sei tu a stabilire che sono irrilevanti?»
«Esatto».
«Quindi, una volta che non sono più utili, ti disimpegni da loro?»
«Mi disimpegno», la corressi.
«Sempre?»
«Quasi sempre».
«E le altre volte?»
«In rare occasioni possono rendersi irrilevanti da sole».
«Lasciandoti?» chiese. Bene.
«Sì».
«Quante ti hanno lasciato?»
«Tentato o riuscito?»
«Riuscito».
«Tre».
Annotò.
«Le Tre Che Sono Scappate?»
«Potresti dirlo».
«Sono rilevanti?»
Sentii l’irritazione affiorare.
«No».
«Ma non restano rilevanti perché ti sono sfuggite?»
«Il fatto che siano sfuggite e non siano tornate le rende irrilevanti».
Pausa.
«Pensi mai a loro?»
Non andremo lì.
«Solo se qualcosa me le ricorda».
«È facile tenerle fuori dalla mente?»
«Molto. Io vivo nel qui e ora».
Ignorò la mia domanda di ritorno.
«E il presente è… Jane?»
«No».
«No?»
«È viva, è la mia attuale compagna, ma non è il mio presente immediato».
«Da quando?»
«Da quando ho iniziato a parlare con lei».
Annuì. Nessun rifiuto. Scrisse le mie parole.
Fu allora, in quel freddo novembre, con Jane già in svalutazione, che l’interesse della Dott.ssa O iniziò a germogliare. I semi dell’invidia furono sparsi in quella stanza e caddero su terreno fertile.
Pulito. Fertile.
Compresi allora che qualcosa sarebbe cresciuto.
E crebbe.
(Per saperne di più su Le Tre Che Sono Scappate, usa il link per ottenere informazioni riservate su alcune delle concubine mancanti del Manicomio del Grottesco.)
H.G. TUDOR – “Dr O Vs The Shieldmaiden – Part Two” – Traduzione di PAOLA DE CARLI
