DIMMI A COSA STAI PENSANDO

Forse ricordi Sophie, che è stata una delle mie ex-fidanzate. Era quel tipo di persona allegra e spensierata e amava passare da persona a persona ad augurare ogni bene. Era come una macchina che sputa fuori auguri, gentilezze e complimenti.

“Stai proprio bene, sei dimagrita”.

“Quella gonna ti sta davvero bene”.

“Ho sentito che vi siete sposati, sarete davvero felici. È davvero meraviglioso”.

“Ehi, che grande notizia di quel nuovo lavoro. Sono davvero contenta per te”.

“Sembri così contento, sono davvero felice per te”.

Lei era davvero, davvero di buon carattere. Oh. e le serviva davvero tanto. Non c’era nemmeno un grammo di cattiveria nel corpo di Sophie e vedeva sempre il lato bello di tutto. Di volta in volta, io ero affascinato per come lo gestiva e anche enormemente attratto dalla sua capacità di trasformare la sconfitta in una vittoria.

“È scontroso perché è stanco, lavora troppo lo sai”.

“Credo che non avesse tempo di parlarmi oggi, ha davvero grandi responsabilità. Davvero”.

“Non mi importa che si sia dimenticato del mio compleanno, sono davvero contenta di stare con lui, è abbastanza come regalo per me”.

“Non l’ho sentito quindi credo sia fuori con gli amici. È davvero bello passare del tempo con altre persone ogni tanto, mantiene le cose vive”.

Lei semplicemente saltellava allegramente distribuendo gentilezza e calore come se fosse tutto quello che era programmata per fare. Ho tratto questa conclusione perché dietro l’eterno sorriso, gli occhi scintillanti e le espressioni esultanti che indossava non c’era davvero molto altro. Non aveva alcun interesse politico, attualità, sport, storia, letteratura e così via. Ascoltava pazientemente se mi lanciavo contro l’ultima proposta riguardante l’immigrazione, annuendo e sorridendo e quando le chiedevo cosa ne pensasse diceva,

“Oh, tutto questo è per gente davvero intelligente. Non per me”.

Non era mai sprezzante nel senso di riversare disprezzo solo perché non era interessata o non capiva. No, semplicemente non aveva interesse perché sentiva che erano cose superiori a lei, non erano cose di cui dovesse preoccuparsi. Era preoccupata di una cosa sola; saltellare qua e là come una specie di fatina moderna spargendo ovunque bontà. Penso che fosse molto carente di opinioni personali e pensieri perché solitamente sviava ogni tentativo di farle criticare qualcosa con un commento di modestia come quello sopra. Apparentemente non veniva mai colta in un momento di riflessione. Non sembrava mai fermarsi a pensare. Mi chiedeva solamente cosa pensavo io. Lo faceva continuamente. Era sempre preoccupata di sapere cosa stavo pensando.

“Cosa hai in mente?”

“Un penny per i tuoi pensieri?”

“A cosa stai pensando?”

“Dove hai la testa oggi?”

“Che succede al piano di sopra?”

Ripetutamente durante la giornata, mentre eravamo seduti a guardare la televisione, dopo che avevamo fatto l’amore, durante la cena, mentre passeggiavamo, mentre mi facevo la barba e così via. Voleva sempre sapere a cosa stavo pensando. Così glielo dicevo. Dal banale (Questo gel per la barba non è così buono come l’ultimo che ho comprato) passando per l’amorevole (stavo solo pensando quanto è meraviglioso stare con te) al feroce (“mi stavo solo chiedendo per quale ragione al mondo sto con una donna con la testa così vuota come te”). Questo era tutto quello che voleva sapere. Cosa stavo pensando? Andava avanti senza sosta, a chiedere e chiedere e non importava cosa dicessi, che fossero complimenti o commenti brutali o frivolezze, lei sorrideva e annuiva soddisfatta.

Tutto questo la rendeva molto attraente per una persona come me all’inizio dato che era un generatore di carburante di gran quantità ma una volta consumato tutto, era davvero difficile denigrarla in modo da farla reagire nel modo che volevo. Mi faceva venire in mente quel giocattolo l’ovetto Sempre-In-Piedi. Lo slogan di questi ovetti era “Gli ovetti Sempre-In-Piedi traballano ma non cadono”. Sophie era così. Se ero orribile con lei manteneva il sorriso (anche se pensavo o almeno speravo che stesse morendo dentro), creando scuse e trovando una motivazione per la mia sgradevolezza. Gli insulti sembravano solamente rimbalzarle sopra. Rompere piatti e soprammobili la faceva rimanere ferma a guardare con uno sguardo lievemente perplesso sul viso prima di raccogliere i pezzi. Non piangeva o mostrava paura. Stavo seduto a flirtare con altre donne su internet e facevo commenti a Sophie su quanto fossero attraenti. Mi guardava convenendo con le mie osservazioni e facendo complimenti su quanto fossero bianchi i loro denti o di come le piacesse il loro stile di capelli. Se stavo fuori fino a metà mattina mi chiedeva solo com’era andata la mia nottata. Sono sicuro che sentiva l’odore delle altre donne su di me ma non sembrava reagire. Era come se fosse avvolta in questa patina di gentilezza impervia a qualsiasi cattiveria le lanciassi. Rispondeva con un commento distensivo, trovando una scusa per ciò che avevo detto o fatto, oppure semplicemente non reagiva andando avanti con la sua giornata. Mi chiedevo se mi avesse capito e questo fosse il suo modo di rinnegarmi. Come aveva fatto a fare una cosa simile? Chi le aveva fatto conoscere questa strategia?

Un weekend stava con me nella mia casa e sono ritornato prima di quanto si aspettasse. Non mi aveva sentito entrare (spesso si è detto che riesco a muovermi con una strana abilità di essere molto calmo, sbucando fuori senza avvertire) e la sentii che parlava in camera da letto. Sono strisciato più vicino e attraverso la porta leggermente socchiusa mi sono accorto che parlava con se stessa.

“Non devi pensare, non pensare Sophie. Continua a far così. Sorridi e splendi, splendi e sorridi. Continua ad andare avanti. Non pensarci. Sappiamo cosa succede quando ci pensi. Accadono brutte cose ma noi non faremo cose brutte vero? No. Solo cose belle. Non sono io quella che pensa, è lui. Devo sapere cosa sta pensando e poi posso renderlo felice, è più che giusto, lo merita no? Non pensare Sophie, non devi farlo, dai, ce la puoi fare, lo fai sempre. Fallo e non fantasticare”.

Sono sgattaiolato via e poi ho capito cosa avevo bisogno di fare per distruggerla.

Dopo questo episodio, ogni volta che mi chiedeva cosa stessi pensando, rispondevo dicendo “Niente”. Appariva confusa e rifaceva la domanda.  Io ripetevo la mia risposta. Allora appariva lievemente ansiosa. Io mi giravo verso di lei e chiedevo

“Cosa ne pensi tu?”

Provava a sviare la mia domanda chiedendomelo ancora o cambiando argomento ma ora sapevo come arrivare a lei. Non le dicevo cosa stavo pensando e anzi la inseguivo per farmi dire cosa ci fosse dentro quella sua testa zuccherosa. Ha funzionato. È diventata irritata, arrabbiata, frustrata e ansiosa così ho continuato ancora ancora e ancora. Non avevo idea perché la turbasse così tanto. I suoi occhi si sono riempiti di panico mentre continuavo a non dirle nulla e poi è sembrata rimpicciolirsi, la sua luce si è oscurata mentre le chiedevo cosa stesse davvero pensando. Non poteva sopportarlo. Non avevo capito cosa stesse pensando da causarle così tanto sgomento e non mi importava, tutto ciò che mi importava era essere in grado di provocarla perché mi fornisse quella reazione emotiva. Sembrava che pensare troppo da parte sua fosse una cosa veramente pericolosa. La cosa importante era che avevo capito come provocarle la fornitura di carburante negativo. Ti dà da pensare, non è vero?

Traduzione di PAOLA DE CARLI dal testo originale di H.G. TUDOR