DIECI

Un pomeriggio d’autunno i miei genitori parteciparono a un funerale. Non ricordo chi fosse morto. Non ha importanza e non aveva importanza. Ritenevo che fosse inappropriato per me partecipare a questo funerale. Non ero dispiaciuto. Trovavo noiose le funzioni religiose anche se mi piacevano le chiese. Mi piaceva guardare chi c’era all’interno, soprattutto i più anziani e salire sul pulpito e immaginare di tenere i miei sermoni alla congregazione. Odiavo stare seduto su una panca ad ascoltare un discorso asciutto, però mi divertivo a cercare di catturare l’attenzione di chi mi circondava e suscitare una reazione alle mie smorfie. Comunque, questa è una digressione. Mi fu risparmiata la presenza in chiesa e invece, dato che il funerale era lontano da dove abitavamo, dovevo andare a farmi osservare dagli amici dei miei genitori e prendere il tè lì. Ero felice di farlo. Anche i figli degli amici dei miei genitori erano amici miei e dei miei fratelli. Andavamo tutti insieme da scuola alla casa in questione e mentre veniva preparato il tè giocavamo in giardino.

Mi piaceva il loro giardino. Non era grande come il nostro ma insolitamente aveva un lampione alla fine di un sentiero che poi raggiungeva il muro del giardino. Oltre questo muro c’era il giardino di un vicino. Anche la casa a sinistra e la casa a destra avevano dei lampioni. Mi chiedevo se una volta una vecchia strada avesse attraversato il punto in cui si trovavano i giardini e questo ne fosse un residuo. Nel giardino c’era un vecchio garage che non era mai stato utilizzato per il ricovero dell’auto di famiglia ma era diventato piuttosto un deposito per vecchie bottiglie, vasi raccogli polvere e nascondigli. C’era una baracca traballante attorno a un lato della casa, una specie di latrina, qualcosa di costruito a metà a un’estremità del giardino, un’area di cespugli profondi e ricoperti di vegetazione e vari angoli e fessure invitanti che costituivano la base dei giochi.

Fu durante una partita in cui ero rannicchiato in una di queste fessure, con la schiena contro un vecchio muro, la terra sotto di me ancora asciutta dopo un settembre più o meno piovoso. Quando quel mese finì ed entrammo in ottobre, il cielo era grigio e una brezza alitava sul giardino, ma io, nascosto tra i cespugli, con il muro che fungeva da frangivento, ero piuttosto caldo e certamente asciutto. I suoni degli altri bambini potevano essere uditi altrove nel giardino, ma rannicchiata con me c’era Rebecca. Era la figlia maggiore delle persone a cui eravamo stati affidati per il pomeriggio e la sera. Era una ragazza attraente, con chiari occhi azzurri, pelle leggermente olivastra e un mento pronunciato. Aveva un anno meno di me e mi aveva seguito durante il pomeriggio, assicurandosi di essere nella mia squadra quando era necessario, supportando i miei suggerimenti e comportandosi come quella che in seguito avrei riconosciuto come una groupie.

«Mi piace qui», mi sorrise mentre ci sedevamo fianco a fianco, «nessuno ci può trovare quando siamo qui».

«È un buon nascondiglio», concordai. Mi voltai e vidi che mi stava guardando, senza voler guardare altrove.

«Vengo qui se gridano».

«Chi?»

«Mia madre e mio padre».

«Oh, gridano molto?», chiesi.

«A volte. Non so perché. Non mi piace. Tua madre e tuo padre gridano, HG?»

«Mio padre no. Mia madre sì».

«Ti spaventa questo?», chiese lei.

«Oh no», mentii. Non volevo apparire spaventato di fronte a questa mia amica che mi ammirava.

«Accidenti, a me terrorizza, una volta mi sono bagnata da quanto ero spaventata».

Io risi di lei e lei mi piantò un gomito nel fianco per farmi smettere. Non smisi. Una volta che le mie risate si placarono, continuò a parlare.

«Volevo nascondermi qui con te HG», spiegò. Io non dissi niente.

Qualcuno gridò in giardino e ci fu il rumore che suggeriva una raffica di attività e poi si spense di nuovo.

«Sì, mi piaci, HG», disse Rebecca. La guardai e qualcosa mi disse che dovevo agire.

«Io ti piaccio?», chiese lei.

Non le avevo mai prestato molta attenzione. Mi piaceva come amica. Mi piaceva il modo in cui mi seguiva e concordava con quello che dicevo. Sapevo comunque di dover fare qualcosa per assicurarmi di continuare a piacerle. Mi ricordai di aver visto una fiction in televisione ed ero rimasto colpito da un commento che l’uomo aveva fatto alla donna. Per qualche motivo, non so perché, questo commento mi venne in mente e prima ancora che potessi prenderlo in considerazione, le mie labbra si mossero e stavo parlando.

«Penso che la tua mano sia perfetta per la mia», dissi.

Le presi la mano. Era fresca e morbida e la strinsi forte. Mentre lo facevo, vidi qualcosa sul suo viso. Non ero sicuro di cosa fosse, ma qualunque cosa fosse mi faceva sentire bene dentro. Veramente bene.

«Puoi essere la mia ragazza», dichiarai.

«Davvero?», esclamò lei con entusiasmo.

«Sì, ma non devi dirlo a nessuno».

«Perché?», chiese. Vidi che appariva perplessa e questo mi piacque.

«Perché sì».

«Oh, okay».

È stato facile. Stavo per prendermi un’altra Rebecca. Davvero, mi sentivo proprio bene.

Traduzione di PAOLA DE CARLI dall’audio originale di H.G. TUDOR