DEFICIT DI EMPATIA: IL RAGNO NELLA VASCA DA BAGNO

Essendo sia narcisista che psicopatico, sapete che ho un deficit di empatia. In altre parole, non ho empatia emotiva. Non si tratta di una carenza o di una capacità lieve. Semplicemente non ne ho. Ho trascorso molti anni osservando, guardando e interagendo con persone che possiedono empatia emotiva. E sono diventato un esperto nel suo funzionamento.

Non nel senso che ne possiedo, ma piuttosto grazie alle frequenti interazioni con chi la manifesta. Ho cercato di comprenderla, di capire come viene utilizzata, di capire come può essere sia un punto di forza che di debolezza per le persone. Capisco il ruolo che l’empatia emotiva svolge e so di non averne.

Molte persone, invece, agiscono in un modo che dimostra che sono regolate dalla presenza di empatia emotiva, spesso senza necessariamente pensarci, o dal modo in cui parlano di come la percepiscono. Trovo tutto questo molto interessante e assorbo queste informazioni perché sono in totale contrasto con me stesso. Possiedo un’empatia cognitiva, fittizia o fredda.

Questa è una conseguenza della mia funzione cognitiva, unita al tipo di psicopatico narcisista che sono. Ho la capacità di capire quale sarebbe la reazione appropriata in una situazione perché ho imparato da quelle situazioni. La mia capacità di imitazione è al massimo livello.

Quindi, quel meccanismo immaginario che seleziona le risposte giuste scompare e, quasi senza soluzione di continuità, sceglie il pacchetto perfetto da indossare, in modo che io possa sembrare preoccupato, comprensivo, compassionevole, che io conosca le parole da dire, che ne conosca l’impatto, che conosca il linguaggio del corpo da adottare, l’espressione del viso, persino lo sguardo.

Ma tutto questo è un artificio. È semplicemente costruito per permettermi di integrarmi, per poter controllare meglio le persone e ottenere da loro ciò di cui ho bisogno. Il fatto è che non ho empatia emotiva e non è possibile iniettarmela.

Di recente mi è capitato un episodio che ha esemplificato la differenza tra me, privo di empatia emotiva, e un’altra persona che la possiede naturalmente e ne è guidata. Questo mi ha fornito un altro spunto interessante per comprendere meglio il comportamento altrui e arricchire il mio bagaglio di conoscenze. Qualche tempo fa, ho ospitato alle Tudor Towers un mio amico.

Ci conosciamo da circa otto anni, è una persona davvero per bene che vedo forse una o due volte all’anno. L’ho invitato a trascorrere qualche giorno a Tudor Towers. Ricordo che, durante il suo soggiorno, entrando in un bagno, ho notato che il ragnetto Incy Wincy era comparso nella vasca da bagno. Non so bene da dove fosse spuntato, ma eccolo lì. Non so di che tipo di ragno fosse. Non era particolarmente grande e se ne stava tranquillo nella vasca.

In molti casi decidevo che era ora di liberarmi del ragnetto Incy Wincy e questo mi costringeva ad aprire il rubinetto per farlo scivolare nello scarico, oppure, se c’era il doccino della vasca, lo prendevo e lo puntavo contro il ragnetto Incy Wincy, che così finiva nello scarico con un sorriso divertito sul volto. A volte, però, decidevo di lasciarlo stare.

Perché ho queste reazioni diverse? Beh, quando lo lascio stare non è perché mi importa del ragno, non è perché penso “Oh ragnetto”, non è perché penso “Oh, ti lascio stare, non ti farò del male”. Ricordo che da bambino mi divertivo particolarmente a prendere i ragni e a strappargli le zampe o a inseguirli con un lanciafiamme fatto in casa, incenerendoli.

Ricordo in particolare questi ragnetti piccolissimi che avevano una gobba sulla schiena e facevano un suono molto particolare quando ci si premeva sopra il pollice, facendolo scricchiolare. Ora però la scelta è tra lasciarlo stare o buttarlo via.

Il motivo per cui lo butterei via è ovviamente che non ho paura del ragno e cosa potrebbe farmi? Niente. È un innocuo ragno domestico britannico. Non mi morderà, o se lo facesse il suo morso non mi causerebbe alcun problema. Il fatto è che la sua presenza nella vasca da bagno mi offende. Non c’entra niente. Rovina l’aspetto e quindi deve essere rimosso.

Non si tratta più tanto di voler fare del male al ragno come una volta, quanto piuttosto di un cambiamento di atteggiamento. La stimolazione che provavo un tempo nel vedere un ragno trasformarsi improvvisamente in fiamme o nel guardarlo mentre gli strappavo sistematicamente le zampe, dopo averlo fatto in passato, non mi attrae più e ora è più una questione estetica.

Guardavo il ragno nella vasca e pensavo: “Beh, quella è la mia vasca e tu non vuoi stare qui, quindi te ne devi andare”. Non mi veniva mai in mente di fare altro che tirare lo sciacquone o, se ero impegnato a fare altro, ignorarlo e, invariabilmente, quando tornavo era sparito. Ma in quell’occasione, per colpa del mio ospite, le cose andarono diversamente.

Dopo che se n’era andato in macchina, mi capitò di andare nel bagno degli ospiti per dare una sistemata e assicurarmi che tutto fosse a posto. Entrando, notai un pezzo di carta igienica, bianca, trapuntata, mai a metà colorata in un bagno, orribile! Era appoggiata sul bordo della vasca, arrivando fino in fondo, e si trattava di una vasca con lo schienale alto.

Il mio primo pensiero fu: “Non ricordo di averlo fatto io. Ah, dev’essere stato il mio ospite. Perché l’ha fatto?”. Perché aveva deciso di lasciare un pezzo di carta igienica lì? Non era che la vasca fosse accanto al water, quindi avrebbe potuto, ad esempio, aver deciso di usarla, ma no, era dall’altra parte della stanza.

Quindi cosa ci faceva quel pezzo di carta lì? Mi sembrava strano. Mi stava forse mandando un messaggio? L’aveva messo lì per usarlo? Non si era fatto il bagno durante il suo soggiorno. Aveva usato la doccia. E io ero perplessa, pensando: che gesto bizzarro. Dovrò telefonargli e chiedergli: perché l’hai fatto?

Era piuttosto strano. Forse aveva deciso di usarla e se n’era dimenticato? E poi, all’improvviso, ho capito. Strano. Non riuscivo più a vedere il ragno, ed era evidente che i miei ospiti avevano fatto una cosa del genere – e ci misi un po’ a capirlo – creando una sorta di scala con la carta igienica per permettere al ragno di uscire dalla vasca, perché ovviamente i bordi erano troppo lisci e lucidi per lui, quindi se tentava di uscire – e forse ci aveva già provato – ricadeva sempre dentro.

Così il mio ospite aveva deciso di liberare il ragno. E questo mi ha fatto capire che c’era un altro esempio della mia mancanza di empatia. Non mi sarebbe mai venuto in mente di fare una cosa del genere per un ragno. Dopotutto, è un semplice aracnide. Sì, mangia le mosche e si potrebbe dire che in questo senso svolge una funzione utile, ma a parte questo non ha alcun impatto significativo sulla mia vita e quindi, di solito, lo butterei via. Ma il mio amico – e so che è gentile ed empatico, lo sapevo già – mi ha incuriosito assistere a quello che ho considerato un piccolo ma profondo gesto di empatia emotiva da parte sua.

Dopotutto, che importanza ha un ragno nell’economia delle cose? Non ne ha. Eppure, era stato evidentemente mosso dalla vista del ragno, aveva preso la carta igienica e l’aveva sistemata in modo che il ragno potesse scappare. Non sapevo se avesse assistito lui stesso alla fuga, se avesse vegliato e si fosse assicurato che avvenisse.

Ho concluso che forse non l’avesse fatto, perché se così fosse stato, presumibilmente, essendo una persona ordinata, avrebbe rimosso la carta igienica in seguito. E sospetto che l’avesse lasciata lì solo per aiutare il ragno a scappare, e a quanto pare ci era riuscito, perché il ragno non c’era più. E questo semplice gesto racchiudeva la presenza della sua considerevole empatia emotiva e sottolineava la completa assenza della stessa cosa in me.

H.G. TUDOR – “Empathy Deficit: The Spider in the Bath” – Traduzione di PAOLA DE CARLI