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👤 CHI È IL PAPARINO?

Mi ricordo quando ti ho incontrata la prima volta. È stato a ballare e naturalmente ho attirato la tua attenzione, volevo attirare la tua attenzione. Attiro sempre quelle occhiate di ammirazione bisognose quando mi muovo tra la folla ma sebbene queste fossero richieste e gradite, ero focalizzato nell’assicurarmi che tu mi notassi.

Sapevo che sarebbe successo.

Era solo questione di tempo. È sempre così. Ero seduto vicino ad uno dei banconi. Sceglievo sempre questo bancone perché era alto, permetteva a tutti di vedermi e permetteva a me di vedere tutti, ed era da questa postazione di vantaggio che ti osservavo. Ti ho vista entrare in sala, il tuo vestito super attillato faceva già voltare le teste e tu sorridevi, ammiccavi e mandavi baci mentre scendevi i gradini che conducono alla pista da ballo come se tutti i presenti nel locale fossero lì per te.

Eri sicura di te, d’accordo ma eri troppo sicura di te e io potevo vedere cosa ci stava dietro. Ho continuato ad osservarti mentre flirtavi con gli uomini vicino a te, incurante che fossero con un’altra donna e sembravi ignara degli sguardi d’odio che ricevevi dal gruppetto di fidanzate o mogli dell’altra metà degli uomini con cui flirtavi. Io ero già interessato a te. Se avessi avuto il sesto senso avrei avuto i brividi.

La tua figura snella è entrata in pista e sentivi che le luci colorate e i toni bassi erano tutti lì per te mentre cominciavi a ballare. Attiravi l’attenzione di molti uomini che uno dopo l’altro cercavano di ballare con te. Riuscivo a vederti sorridere tra te e te mentre giravi la schiena a quelli che non consideravi alla tua altezza.

Ciascuno di loro era ben vestito e attraente, ma tu rifiutavi tutti. Hai fatto dei giri intorno alla pista finché hai avvicinato il tuo obiettivo, un bel tipo ma era più vecchio di quelli che avevi respinto ed era lui la tua scelta. Hai tirato il prescelto verso di te e hai cominciato a ballare con lui.

Potevo vedere che il modo in cui ti strusciavi contro quest’uomo sulla pista era provocatorio e allusivo. Mantenevi con lui il contatto degli occhi, perché se l’avessi perso di vista sarebbe scomparso. I tuoi occhi bruciavano di sfrenato desiderio e il tuo ancheggiare e contorcerti era decisamente un’allusione sessuale.

Emanavi aggressività sessuale e questo ha catturato il mio interesse. Sei apparsa come un punto luminoso sul mio radar e sapevo che avevo bisogno di saperne di più.

Non è passato molto prima che questo compagno di ballo venisse messo da parte e rimpiazzato da una prospettiva più allettante e attraente. Me. Mi hai avvolto le braccia intorno al collo mentre ballavamo, hai incastrato la mia coscia tra le tue gambe, ti sei girata e hai spinto il tuo impertinente posteriore sulle mie parti basse. Era chiaro che volevi sedurmi.

Sono stato al gioco, ricambiando i movimenti, lasciando che le mie mani scivolassero lungo il tuo corpo e infine ti ho guidato verso la zona bar e mi sono seduto su un divanetto vicino a te ordinando un drink per entrambi.

Era la prima volta che ti vedevo da ferma e ciò mi ha permesso di apprezzare in maniera appropriata il tuo aspetto. I tuoi capelli, di un biondo sporco non erano tagliati ma piuttosto mozzati, fuoriuscivano da varie angolazioni, il che dava un’impressione di noncuranza ma con ogni probabilità erano stati accuratamente tirati e attorcigliati al loro posto prima di applicarci un generoso strato di lacca per capelli. Ho dedotto che tu portassi i capelli corti perché da bambina ti era stato negato il diritto di tagliarli.

Dovevi averli sempre lunghi e dorati, come i capelli di una principessa. Scommetto che tuo padre ti leggeva le storie su La Bella Addormentata Nel Bosco, Biancaneve e Raperonzolo mentre ti pettinava i capelli, e ti diceva quanto fossero belli perché erano lunghi. Ho immaginato che una volta diventata più grande avessi voluto tagliarli, la lunghezza era difficoltosa da mantenere e inoltre ti ricordava troppo la buona educazione provinciale borghese che hai ricevuto quando volevi essere ribelle.

Scommetto che lottavi per tagliarti i capelli anche solo di pochi centimetri ma ti veniva proibito e ora questo stile di capelli punk, mozzati, quasi massacrati è stato il saluto a due dita che hai dato al tuo passato. Mi urla la sua storia dato che la riconosco da un chilometro.

Il tuo rossetto era di un rosso acceso, gli occhi incorniciati da mascara nero, eye-liner e un ombretto grigio corazzata. Eri magra. Come uno stecco e riconoscevo quella figura. Mi fissavi mentre succhiavi dalla cannuccia facendola scorrere dentro e fuori da quelle labbra contratte mentre tentavi, palesemente, di suggerirmi cosa mi aspettava.

Eri molto più giovane di me. Immagino almeno quindici anni di differenza. Nulla che rasentasse l’illegalità naturalmente, non è assolutamente una mia inclinazione, ma era una differenza d’età sufficiente perché si notasse e certamente qualcosa che avrebbero commentato, lui l’avrebbe commentato, se un giorno mi avesse conosciuto. Se.

Ho visto i tatuaggi sulle tue braccia, grandi decorazioni dal design floreale e altre simili sulla tua coscia dato che nel sederti sul divano il tuo vestito già corto è salito ancora più su. Riuscivo a vedere che il disegno, intricato ed esteso, ti copriva tutta la coscia sinistra ma non mascherava completamente le cicatrici. Quelle nette e precise righe di incisioni che erano state fatte sulla tua coscia, come tacche su una testiera del letto.

Ti avevano dato sollievo, temporaneo e momentaneo, ma ti hanno anche fatto vergognare e quindi sei ricorsa all’inchiostro nel tentativo di mascherare quelle ferite, così come sapevo che anche quella sicurezza estroversa, il flirtare e l’aggressività sessuale, erano solo una maschera. Quella luce sul mio radar splendeva più luminosa e potevo quasi fiutare il carburante che sapevo che sarebbe colato, pronto e copioso da te, proprio come il sangue era colato giù per la tua coscia.

Ho sostenuto il tuo sguardo, quegli occhi inflessibili provavano a bruciare nella mia mente ma non ci riuscivano, un lieve guizzo di incertezza e poi hanno optato per un’espressione che trasudava desiderio. Non avevi alcuna idea della ragnatela in cui eri finita ma io sapevo esattamente cos’eri.

“A che ora passa a prenderti tuo padre?”, ho fatto la mia domanda quasi urlando per sovrastare la musica.

Hai tossito, sparando fuori la cannuccia dalla bocca mentre spingevi lontano il bicchiere.

“Cosa? Mio padre? Non mi passa a prendere”, hai protestato. La tua espressione non era minimamente divertita ma piuttosto sdegnosa e irritata. Proprio come pensavo.

“Ma certamente. Perché dovrebbe venirti a prendere dato che verrai a casa con me?”, ho aggiunto con un ampio sorriso. Hai spalancato gli occhi imitando il mio sorriso.

“Adoro i problemi con la figura paterna”, ho detto piano.

“Cosa?”, mi hai chiesto, non riuscendo a sentire.

“Ho detto, ti avevo quasi persa”, ho replicato con tono più forte, “Stavo per andare a casa.”

“Beh, è un bene che tu non l’abbia fatto”, hai risposto spostandoti più vicino a me, premendo quella figura fragile e infranta contro di me, cercando il calore, lo scudo e la protezione che io ti offrivo.

Tu hai trovato il tuo nuovo paparino.

Io ho trovato una potenziale nuova vittima.

Continua la storia con Sculacciata

H.G. TUDOR – Traduzione di PAOLA DE CARLI

Who’s The Daddy?

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