CHI È IL PAPARINO?

Ricordo quando ti ho incontrata per la prima volta. Era su una pista da ballo e naturalmente ho attirato il tuo sguardo, volevo che tu incontrassi il mio sguardo. Attiro sempre quegli indispensabili sguardi di ammirazione quando mi muovo tra la folla ma, sebbene quelli fossero richiesti e graditi, mi concentravo per assicurarmi che tu mi notassi.

Sapevo che sarebbe successo.

Era solo questione di tempo. È sempre così. Ero in piedi vicino a uno dei bar. Sceglievo sempre questo bar perché era rialzato, permetteva a tutti di vedermi e a me di vedere tutti, ed è stato da questa postazione privilegiata che ti ho osservata. Ti ho vista entrare nella sala, il tuo vestito super attillato faceva già girare le teste e sorridevi, ammiccavi e lanciavi baci mentre scendevi i gradini che conducono alla pista da ballo come se tutte le persone presenti nel locale fossero lì per te.

Eri sicura di te, certo, ma eri troppo sicura di te e io ero già riuscito a capire la situazione. Ho continuato a osservarti mentre flirtavi con gli uomini vicino a te, senza badare se fossero con un’altra donna, e sembravi non accorgerti degli sguardi d’odio che ricevevi dal gruppetto di fidanzate o mogli della metà degli uomini con cui flirtavi. Io ero già interessato a te. Se avessi avuto il sesto senso di un ragno, sarei stato in allerta.

La tua figura snella è entrata in pista e mentre iniziavi a ballare sentivi che le luci colorate e i bassi erano tutti lì per te. Attiravi l’attenzione di diversi uomini che, uno dopo l’altro, cercavano di ballare con te. Ti vedevo sorridere tra te e te mentre voltavi le spalle a coloro che consideravi indegni di te.

Ognuno di loro era ben vestito e di bell’aspetto, ma tu li respingevi. Hai gironzolato per la pista da ballo fino a che non hai avvicinato il tuo obiettivo, un tipo affascinante, ma era più vecchio di quelli che avevi respinto ed era la tua scelta. Hai tirato il prescelto verso di te e hai cominciato a ballare con lui.

Vedevo che il modo in cui ti strusciavi contro quest’uomo sulla pista era provocante e allusivo. Mantenevi il contatto visivo con lui, come se distogliere lo sguardo avesse potuto farlo scomparire. I tuoi occhi bruciavano di sfrenato desiderio e i tuoi movimenti sinuosi e ondulanti erano decisamente un’allusione sessuale.

Sprigionavi aggressività sessuale, e questo ha catturato il mio interesse. Sei apparsa come un punto luminoso sul mio radar e ho capito che dovevo saperne di più.

Non c’è voluto molto prima che questo compagno di ballo venisse messo da parte e rimpiazzato da una prospettiva più allettante e attraente. Me. Mentre ballavamo mi hai avvolto le braccia intorno al collo, mi hai spinto l’inguine contro la coscia, ti sei girata e hai spinto il tuo sedere formoso contro le mie parti basse. Era chiaro che volevi sedurmi.

Io sono stato al gioco, ricambiando i movimenti, lasciando che le mie mani scivolassero sul tuo corpo; infine ti ho guidato verso l’area del bar e mi sono seduto su un divanetto vicino a te, ordinando da bere per entrambi.

Era la prima volta che ti vedevo stare ferma, e ciò mi ha permesso di valutare accuratamente il tuo aspetto. I tuoi capelli, di un biondo sporco, non erano tagliati ma piuttosto sforbiciati e fuoriuscivano da varie angolazioni, e questo dava un’impressione di incuria, ma con ogni probabilità erano stati accuratamente tirati e arricciati con attenzione prima di applicarci un generoso strato di lacca. Ho dedotto che tu portassi i capelli corti perché da bambina ti era stato negato il diritto di tagliarli.

Dovevi averli sempre lunghi e dorati, come i capelli di una principessa. Scommetto che tuo padre ti leggeva le storie de La Bella Addormentata Nel Bosco, Biancaneve e Raperonzolo mentre ti accarezzava i capelli, e ti diceva quanto fossero belli perché erano lunghi. Ho immaginato che, una volta diventata più grande, avessi voluto tagliarli dato che, con quella lunghezza, erano difficili da mantenere e anche perché erano un simbolo della buona educazione provinciale e borghese che avevi ricevuto quando volevi ribellarti.

Scommetto che hai lottato per tagliare quei capelli, anche solo di pochi centimetri, ma ti veniva proibito e ora questo taglio punk, con capelli sforbiciati, quasi massacrati, è stato il saluto a due dita che hai dato al tuo passato. Mi urlava la sua storia, poiché l’avevo riconosciuta a chilometri di distanza.

Il tuo rossetto era di un rosso acceso, gli occhi incorniciati da mascara nero, eyeliner e un ombretto grigio corazzata. Eri magra. Come un fuscello, e riconoscevo quel tipo di figura. Mi fissavi mentre succhiavi la cannuccia, facendola scorrere dentro e fuori da quelle labbra contratte mentre tentavi, palesemente, di suggerirmi cosa avrebbe potuto aspettarmi.

Eri molto più giovane di me. Immaginai almeno quindici anni di differenza. Nulla che rasentasse l’illegalità naturalmente, non è affatto quella la mia inclinazione, ma una differenza d’età sufficiente per essere notata e certamente qualcosa che avrebbero commentato, che lui avrebbe commentato, se mai mi avesse incontrato. Se.

Ho visto i tatuaggi sulle tue braccia, grandi maniche di disegni floreali e qualcosa di simile sulla tua coscia, dato che nel sederti sul divano il tuo vestito già corto è salito ancora più su. Ho potuto vedere che il disegno, intricato ed esteso, ti copriva tutta la coscia sinistra ma non mascherava completamente la sfilza di cicatrici. Quella fila ordinata e precisa di tagli autoinflitti praticati sulla tua coscia, come tacche su una testiera del letto.

Ti davano sollievo, temporaneo e momentaneo, ma ti facevano anche vergognare e quindi sei ricorsa all’inchiostro nel tentativo di mascherare quelle ferite. Allo stesso modo sapevo che anche quella sicurezza ostentata, il flirtare e l’aggressività sessuale, erano solo una maschera. Quella luce sul mio radar iniziò a brillare più forte e potevo quasi sentire l’odore del carburante che sapevo sarebbe sgorgato, pronto e copioso, da te, proprio come il sangue che ti era colato giù per la coscia.

Ho sostenuto il tuo sguardo, quegli occhi incandescenti cercavano di ardere nella mia mente ma senza alcun successo, un leggero guizzo di incertezza e poi sono passati a trasmettere quel desiderio che emanavi. Non avevi idea della rete in cui fossi finita, ma io sapevo esattamente ciò che eri.

«A che ora passa a prenderti tuo padre?», ho chiesto, quasi urlando per sovrastare la musica.

Hai tossito, la cannuccia ti è scivolata dalla bocca mentre spingevi il bicchiere lontano.

«Cosa? Mio padre? Non mi viene a prendere lui», hai protestato. La tua espressione non era di divertimento, ma piuttosto di sdegno e irritazione. Proprio come pensavo.

«Ma certo che no. Perché dovrebbe farlo, dato che tornerai a casa con me?», ho aggiunto con un ampio sorriso. Hai spalancato gli occhi e hai replicato il mio sorriso.

«Adoro i problemi con la figura paterna», ho detto piano.

«Cosa?», hai chiesto, non riuscendo a sentire.

«Ho detto che per poco non ti perdevo», ho replicato a voce più alta. «Stavo per tornarmene a casa».

«Beh, è un bene che tu non l’abbia fatto», hai risposto avvicinandoti di più a me, premendo quella figura fragile e danneggiata contro di me cercando il calore, lo scudo e la protezione che io ti offrivo.

Tu hai trovato il tuo nuovo paparino.

Io ho trovato una nuova, valida vittima.

Continua la storia con Sculacciata

H.G. TUDOR – “Who’s The Daddy” – Traduzione di PAOLA DE CARLI