«Fate venire avanti il prossimo imputato», dichiara la mia possente voce baritonale dalla mia posizione elevata. Ti ritrovi trascinata e spinta su per le scale da due dei miei luogotenenti. Il chiasso della folla aumenta mentre emergi sbattendo le palpebre e ansiosa sul banco degli imputati. I tuoi occhi saettano per l’aula affollata mentre cerchi volti riconoscibili, ma non ne vedi nessuno.
Vedi elementi di familiarità, sono i nostri amici e familiari, ma sembrano diversi in qualche modo? Non riesci a capirlo bene. Vedi solo facce litigiose simili a cera, bocche spalancate, un rumoroso torrente di bilie che viene verso di te, dita che colpiscono l’aria, braccia che si agitano freneticamente. Una massa ribollente di aspettativa e disapprovazione. Il colpo di un martelletto che viene impugnato interrompe il frastuono e tutti gli occhi, compresi i tuoi, si voltano verso di me mentre sono seduto dall’altra parte e sopra di te. Vestito con la toga da giudice, conforme al mio stato, ti fisso, gli occhi socchiusi e tu ti ritrai sotto questo sguardo incrollabile.
«Bene», annuncio, «Cosa hai da dire in tua discolpa?».
Aggrotti la fronte, confusa da questa domanda. Non sai nemmeno perché sei qui. Non riesci a pensare lucidamente per via di una sensazione pulsante in mezzo alla fronte e un senso di nausea che sale e scende nello stomaco. Le tue mani tremanti afferrano il corrimano del banco degli imputati, ma tu resti in silenzio.
«Ho detto», dichiaro a voce più alta, «”Cosa hai da dire in tua discolpa?”».
La folla riunita inizia a dire in coro.
«Cosa? Cosa? Cosa? Cosa?».
Il frastuono aumenta mentre quelli che sono stipati nell’aula si sporgono in avanti creando muri di facce beffarde e sardoniche tutt’intorno a te. Le gallerie sono piene di curiosi impazienti e il rumore ti si riversa addosso. Il martelletto ancora una volta interrompe la folla e cala il silenzio. C’è un’aria di attesa mentre io e la folla aspettiamo che tu parli. Senti un colpo al fianco: è uno dei luogotenenti che ti dà una gomitata, un selvaggio invito a parlare.
«Non capisco perché sono qui», dici. La tua voce sembra debole e sommessa, ma è evidente che tutti ti hanno sentito, dato che tutti trattengono il respiro e poi senti le osservazioni intermittenti rivolte a te.
«Idiota!»
«Svergognata!»
«Che irrispettosa!»
«Stupida!»
I tuoi occhi tornano su di me e vedi che mi alzo in piedi irto di sdegno.
«Non capisci?», tuono. La folla inizia a farfugliare.
«Non capisce!»
«Non capisce!»
«Che impertinenza, dovresti sapere perché sei qui», dichiaro puntandoti il martelletto contro. Il rumore della folla si attenua mentre la gente si protende in avanti per sentire cosa hai da dire.
«No, non capisco».
«Beh, dovresti capire e dovresti rivolgerti a me in modo appropriato», continuo.
«Scusa?»
«Ah, ti scusi, vero? Per cosa ti scusi?», chiedo, prendendo spunto dalla tua risposta.
«Ehm, intendevo dire che non ho capito cosa intendessi».
«Ah, l’ennesima mancanza di comprensione», annuncio tra i rumori di disapprovazione della folla. Vedi le teste che si scuotono tutto intorno a te.
«Sei un’idiota? Una pazza? Una sempliciotta?», chiedo.
«Certamente no».
«Certamente no, mio signore», rispondo con un sorriso che non trasmette alcun calore.
Tu aggrotti la fronte ancora incerta su cosa diavolo ci fai in questo posto, chi sono tutte queste persone e, soprattutto, perché io sono seduto come un giudice a presiederti. Ti lancio uno sguardo incoraggiante. Tu guardi a destra e a sinistra, incerta, prima di parlare di nuovo.
«Certamente no, mio signore».
«Finalmente qualche progresso», dico. La folla annuisce in segno di approvazione.
«Allora, ti chiedo di nuovo, cosa hai da dire in tua discolpa?»
«Non capisco perché sono qui», alzo le sopracciglia e attendo, «mio signore».
«Beh, dovresti!», esplodo in una rabbia improvvisa.
«Sì, dovresti, sì, dovresti», ripete la folla.
«Perché sono qui?», chiedi, ma la tua domanda è soffocata dal rumore.
«Una settimana di trattamento del silenzio», annuncio e sbatto il martelletto con un forte schiocco.
«Per cosa?», gridi, sconcertata e allarmata. La folla sussulta alla tua domanda.
«Due settimane per tanta impertinenza», aggiungo.
«Non è giusto».
«Tre settimane per aver sfidato la nostra autorità», annuncio.
«Tu non puoi giudicarmi, è ridicolo, non so nemmeno perché sono qui, non so di cosa sono accusata».
«Tre settimane di trattamento del silenzio e una dose di triangolazione con un rimpiazzo a nostra scelta», grido con uno sguardo gioioso negli occhi.
«Non puoi farlo», affermi.
«Cosa?», ruggisco. «Io posso fare ciò che voglio».
«Questo di sicuro è contro la legge; non è giusto».
«Io sono la legge!», ruggisco.
«Di sicuro dovresti dirmi cosa ho fatto».
«Io non devo fare nulla di ciò che dici tu, sono io il giudice».
«E che dire allora della giuria, di sicuro loro dovrebbero decidere se sono colpevole o no, di qualsiasi cosa mi si accusi».
Per un attimo sembro riflettere.
«Sì, hai ragione, molto bene, te lo concederò», decreto con tono magnanimo. «Non si dica mai che questa corte è ingiusta. Chiedi alla giuria».
Indico i giurati seduti alla tua destra e tu li noti per la prima volta. Stanno tutti fissando te. In realtà vedi la mia faccia che ti fissa dodici volte.
«Colpevole!», annuncia il primo giurato.
«Aspetta, non ti ho ancora chiesto di cosa sono colpevole!», protesti tu.
«Colpevole!», grida il secondo giurato.
«Colpevole!», urla il terzo.
Scuoti la testa, completamente sconcertata dall’annuncio di questi verdetti.
«È assurdo, non mi è stata letta alcuna accusa, non ho fatto alcuna dichiarazione e dovrebbe esserci un processo. È uno scherzo!», gridi.
«Sei mesi di gaslighting consecutivi alla sentenza precedente!», urlo sopra il raglio della folla.
«Non è giusto».
Le dichiarazioni di colpevolezza continuano a risuonare mentre la folla ti grida: «Colpevole, colpevole, colpevole!».
Un uomo si sporge sul banco degli imputati da dietro di te e ti infila un microfono sotto il naso:
«Ciao, Ian Sim del Quotidiano Diffamazione, come ti senti?»
«Cosa?», rispondi indietreggiando, mentre compare un altro microfono.
«Ciao, Mark Mywords dal Bugiardo Globale, come ci si sente ad essere una persona così orribile?»
«Non so di cosa lei stia parlando».
«Ciao, Ivor Stain di Channel Bias, pensi di poter affrontare questa condanna?»
«May Day di Cattive Notizie, è la tua famiglia che ti ha costretto a fare questo?»
Altri volti si sporgono sul banco degli imputati, spintonandosi l’un l’altro mentre ti vengono lanciate domande. Il frastuono della folla continua mentre i suoi membri si spingono a vicenda in preda al delirio. Vedi dodici volte la mia faccia mentre i giurati saltano su e giù, fischiando e ridendo mentre indicano nella tua direzione e continuano a gridare:
«Colpevole!».
In tutto questo puoi sentire la mia voce da baritono mentre sempre più punizioni vengono aggiunte alla già nutrita lista e la raffica di rumori ti fa girare la testa. I volti si confondono, la nausea ti sale e il cuore ti martella nel petto. Hai caldo, ti senti svenire e delle braccia ti afferrano da tutte le parti e ti trascinano lungo il banco.
«Cosa sta succedendo, non capisco, cosa dovrei aver fatto?», mormori.
«Non preoccuparti», dice una voce calma. Ti volti e vedi un’elegante signora in piedi accanto a te, i luogotenenti che una volta erano lì sono scomparsi. Chi è questa donna? Da dove è uscita? Non l’hai mai vista prima.
«Non preoccuparti», ripete, «mi prenderò cura di lui al posto tuo», sorride e ti lascia subito andare. Si allontana dal banco degli imputati e viene verso di me mentre tu barcolli in cima alle scale, con il buio delle celle sotto di te, e poi cadi in avanti schiantandoti nel baratro sottostante.
H.G. TUDOR – “The Narcissist Always Judges You” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

