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✉ UNA LETTERA AL NARCISISTA N. 32

Caro A,

Non so più come tenerti stretto.

Quelle erano le mie ultime parole per te. Dopo l’ennesimo accenno di rabbia infuocata e accuse crudeli, alla fine hai ricominciato ad abusare di me in modo violento, placando il mostro interiore, finalmente lasciando che la rabbia furiosa che ho conosciuto negli anni come l’essenza di te si riversasse su di me. Me lo aspettavo. Era una questione di tempo, credo. E ancora, dopo tutto questo non so più come tenerti stretto. A dire il vero, non l’ho mai saputo.

Il tuo soprannome per me era una proiezione. Hai scelto di darmi un soprannome dopo la tempesta selvaggia che imperversava vorticosamente intorno a noi la prima volta che ci siamo incontrati, gettandoti ciocche dei miei lunghi capelli rossi in faccia, facendo sbattere il cappotto nelle forti raffiche di vento, costringendomi a tenerti stretto fin dall’inizio. Sei diventato il turbine incontrollabile che quella notte si riversava violentemente nella mia vita, e attraverso fugaci momenti di esitazione ho percepito il tuo primitivismo, la tua assenza di una base di cultura; Ero inorridita davanti alla tua oscurità, ero incantata dalla tua scelta di me. C’era anche la travolgente sensazione di aver bisogno di una fuga imminente, sapevo nel mio cuore quello che eri; Sono venuta ancora più vicino; vedi, anche io stavo cercando te. Perciò ho invitato volentieri il tuo caos nella mia vita, la casualità che soffia e si frantuma in milioni di frammenti e piccoli pezzi; la tempesta che si stava rafforzando e poi di nuovo, perdeva forza, chiudendosi su di me e lasciandomi molto lontano; ancora e ancora con dolore. Era tutto lì dall’inizio. In qualche modo lo sapevo. Il tuo era il tipo di vento gelido che mi avrebbe raffreddato fino alle ossa. Il tuo era il genere di tempesta feroce che non avrebbe lasciato nulla dietro. Inesplicabile, crudo, fedele al suo nucleo distruttivo.

Eravamo entrambi dipendenti, tu e io. Tu dal potere. Io dal dolore. Un perfetto accoppiamento di beni danneggiati, formati dalla stessa argilla abusiva, differiscono solo nel modo in cui affrontiamo le nostre ferite infantili. Il predatore e la vittima. Insieme abbiamo intrapreso il coraggioso viaggio di disfarci del nostro passato, rivivendo i nostri sentieri contorti, muovendoci deliziosamente e lentamente attraverso gli intricati passi della gloriosa danza di completa distruzione, assaporando il dolce sapore del puro annientamento, che si trasforma in fiamme e cenere mentre andavamo avanti, ripetendo incredibilmente gli schemi che entrambi conoscevamo così bene.

Tu mi hai sconvolta nel profondo, hai toccato l’intatto. Hai praticato un buco rovente nella mia esistenza sicura, rubando le mie risate e la mia gioia, distruggendomi, punendomi duramente, controllando il mio essere più profondo, mettendo un prezzo troppo alto sull’amore e tirando i fili della vita e della morte nella nostra eterna lotta.

Mi sono prontamente offerta a te all’altare. In modo sottomesso ho tremato di dolore e piacere di fronte a te, abbandonando l’anima al tuo vuoto, perdendo di vista tutti i tempi tranne il presente, strisciando nella polvere, ferita mortalmente dai tuoi orrendi assalti, gemendo nel vento dal dolore di tutto questo, non facendo il minimo rumore mentre le mie labbra secche cercavano ripetutamente di formare quelle frasi devastanti che consistevano nella mia richiesta e supplica a te.

Tu eri il mio distruttore, mi sono arresa a te; tu eri il mio salvatore, che mi costringevi a inginocchiarmi di fronte al dolore del passato. Mi hai punito per ciò che era nella tua natura, mi sentivo gloriosamente viva rivivendo gli alti e bassi della mia infanzia, riuscendo davvero a sentire di nuovo, che finalmente stavo trovando l’amore che è l’unico amore che conosco. Quindi chi ha effettivamente vittimizzato chi? Chi era il parassita, il vampiro emotivo; chi era l’aggressore e chi era l’abusato? Chi si è nutrito di chi? Chi ha cercato la redenzione da chi? Tu che non potevi sentire, io che potevo sentire solo con te? Tu che sarai sempre quello sconfinato spazio vuoto nell’universo, che succhi tutto il contenuto dentro di te; Io che tratterò le mie lezioni apprese come perle preziose, mettendole vicino al cuore, alla fine andando avanti con più intuizione, cercando di annullare il danno del passato?

Ora è tutto così tranquillo qui. Persino le tempeste feroci alla fine si attenueranno, la calma assoluta subito dopo il nostro viscido agitarci e girarci è in un certo senso pacifica per me. Mi manchi ancora. Mi sveglio ancora con il pensiero di te, mi addormento ancora con te nella mente. Ma il mio logorante bisogno di te è sparito.

Non ti perdono. Non lo farò mai. Mi hai ferito profondamente. Mi fai del male in modo irreparabile. Hai avvelenato il mio cuore, mi hai insegnato a odiare.

Ti perdono. Lo farò sempre. Mi hai riportato alle origini, mi hai messo di fronte alle mie paure. Mi hai insegnato cos’è l’amore. Mi hai reso libera.

Tu invece non sarai mai libero. La mia gabbia può essere aperta attraverso l’autoconsapevolezza, le tue barre non verranno mai rimosse. Io ora scelgo con la mia natura empatica di cercare la felicità; quella non è una scelta che puoi fare tu. Starai per sempre lì, a passeggiare nel carcere che ti sei costruito, la tua visione offuscata, la bellezza della vita e l’amore che ti sfugge.

Non so più come tenerti stretto. Quelle parole continuano a echeggiare dentro di me ora che ti ho finalmente lasciato andare.

Tua

Catherine

H.G. TUDOR

A Letter to the Narcissist – No. 32

 

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