Site icon Conoscere il Narcisista

QUALCUNO STA CHIAMANDO…

Paula fissava il telefono, lo schermo che brillava debolmente nella penombra del suo appartamento. Era passata da mezzanotte e la città oltre la finestra mormorava di traffico lontano, colonna sonora della sua insonnia. Si era appena messa a letto quando arrivò la prima chiamata. Numero sconosciuto, ID chiamante assente. Esitò, il pollice sospeso sul tasto “rifiuta”. Ma la curiosità la tirava — forse un numero sbagliato, o magari un’amica da fuori città. Rispose.

«Pronto?». La sua voce era titubante, intrisa della stanchezza di una lunga giornata in ufficio. Silenzio, all’inizio, poi un sussurro basso e distorto.

«Credi di essere al sicuro, Paula. Ma io ti vedo». Il suo cuore ebbe un sobbalzo.

«Chi è?». La linea crepitò e la voce proseguì, meccanica, come filtrata da un’app. «Il tuo vestito blu di stasera. Carino. Ma non ti proteggerà da ciò che sta arrivando». Click. La chiamata si chiuse. Paula si mise seduta, il polso impazzito. Che schifo, pensò, ma probabilmente uno scherzo. Ragazzini e le loro app. Provò a dormire, ma le parole echeggiavano:

«Io ti vedo». Come facevano a sapere il suo nome? Il vestito? Aveva indossato il blu a cena con i colleghi. Coincidenza? Si rigirò nel letto, il bisogno di sapere che le rosicchiava dentro. Chi? Perché?

La mattina seguente, mentre sorseggiava il caffè in cucina, arrivò un messaggio da un numero non riconosciuto.

«Hai dormito bene? Sogni di me che ti inseguo nel parco. Correrai, ma non abbastanza lontano». Le mani le tremarono. Il parco — ci correva ogni weekend. Non era casuale. Digitò:

«Chi sei? Smettila». Nessuna risposta. Bloccò il numero, ma la paura rimase, un nodo freddo nello stomaco. Al lavoro si confidò con la collega, Mia.

«Sarà qualche maniaco online», disse Mia. «Ignoralo».

Ma Paula non ci riusciva. Quella sera, un’altra chiamata, numero diverso. Rispose, spinta da quell’insistente richiamo — e se ignorare peggiorava le cose? E se avesse rivelato qualcosa?

«Mi hai bloccato», sibilò la voce, più profonda stavolta, quasi divertita. «Furba. Ma ho altri numeri. Infiniti. E conosco i tuoi segreti, Paula. Come quella notte al college. Quella che hai seppellito». Il respiro le si spezzò. College? La festa in cui aveva perso i sensi, svegliandosi da sola, con voci che correvano. Nessuno conosceva i dettagli, nemmeno le amiche più strette.

«Cosa vuoi?», sussurrò.

«La tua paura. È deliziosa». Una risata, metallica ed echeggiante. Poi: «Guardati le spalle. Sono più vicino di quanto pensi». La chiamata cadde. Paula camminava su e giù per il soggiorno, le luci accese al massimo. Avrebbe dovuto chiamare la polizia, ma cosa avrebbe detto? Chiamate moleste? Nessuna prova di una minaccia reale e, nel profondo, ardeva una curiosità morbosa. Chi sapeva del college? Un ex? Uno stalker? Le servivano risposte.

I giorni si confusero. Le chiamate arrivavano a intervalli, sempre da numeri nuovi — usa e getta, immaginò. Un pomeriggio, mentre faceva la spesa, il telefono vibrò. Messaggio:

«Quelle mele sembrano mature. Ma dentro c’è il veleno. Come in te». Si girò di scatto, scrutando le corsie. Nessuno di sospetto. Rispose: «Fatti vedere, codardo». Nessuna risposta. Blocco di nuovo. Ma la precisione la turbava. Come sapevano che stava comprando mele? Quella sera, una chiamata a cena. Rispose, la forchetta a metà strada verso la bocca.

«Mangi da sola, ancora? Patetica. Potrei raggiungerti. Sfondo la porta».

«Lasciami in pace!», gridò, ma la voce le si incrinò. Spaventata, sì, ma quel bisogno — sapere, capire — la teneva in linea.

«Dimmi», fece la voce, carezzevole, «ti ricordi la cicatrice sul ginocchio? Quella caduta. Io c’ero». Istintivamente si toccò il ginocchio. Un incidente d’infanzia, in bici in periferia. Nessuno ne parlava.

«Come lo sai?». Click.

Il mistero si infittiva, la trascinava dentro come una corrente di risacca. Cominciò a informarsi — app per falsificare numeri, servizi di ricerca inversa. Niente funzionava. Gli amici suggerirono di cambiare numero, ma lei resistette. Se l’avesse fatto, come avrebbe scoperto la verità?

Una settimana dopo, ancora mezzanotte. Numero nuovo. Rispose, il cuore martellante.

«Perché proprio io?»

«Perché sei mia, Paula. Lo sei sempre stata. Quel ciondolo che porti — di tua madre. Lo prenderò quando verrò da te».

Si strinse al collo la collana, cimelio di famiglia. Le vennero gli occhi lucidi. Sconvolta, terrorizzata, ma incalzò: «Chi sei? Ti prego».

Risate. «Fantasma. Spettro. Il tuo incubo peggiore».

Le minacce si fecero più sottili, intessute di dettagli personali che rendevano il tutto intrigante, quasi seducente nel suo orrore. Un messaggio: «L’email del tuo capo. Potrei mandargli quelle foto. Distruggerti». Foto? Non ne aveva di compromettenti, ma l’implicazione la gelò. Rispose:

«Quali foto? Dimmi». Silenzio. Un’altra chiamata, alle 3 di notte. Balzò dal sonno, afferrando il telefono.

«Ora dormi con la luce accesa. Hai paura delle ombre? Bene. Sono mie amiche».

«Dimmi il tuo nome», pregò, la voce roca.

«I nomi sono per i vivi». Click. Lo schema si ripeteva, inquietante nella sua imprevedibilità. Numeri sempre diversi — alcuni internazionali, altri locali, uno persino identico al suo prefisso. Li raccoglieva su un quaderno, detective nel suo stesso incubo. I messaggi erano brevi, cattivi:

«Muori lentamente». «Ti sto guardando». «La tua fine è vicina».

Eppure rispondeva ogni volta. La paura era reale — serrature controllate due volte, tende tirate — ma l’intrigo la sovrastava. E se fosse collegato al suo passato? Il padre da cui si era allontanata? Un amante respinto? Il mistero era un enigma e lei bramava i pezzi.

Una sera di pioggia, mentre il tuono brontolava, un messaggio: «Fuori bagnato. Come le tue lacrime. Piangi per me». Stava piangendo, sola sul divano. Come? C’era una telecamera? Rovistò l’appartamento, non trovò nulla. Rispose: «Dove sei?». Nessuna risposta.

Poi una chiamata, numero nuovo. «Sotto il tuo letto», canzonò la voce. Rise nervosamente, controllando comunque. Vuoto. «Bugiardo».

«Ah, sì? Controlla l’armadio». Si irrigidì. La porta dell’armadio era socchiusa. Si avvicinò piano, il telefono stretto come un’arma. La spalancò — vestiti, scarpe. Niente.

«Vedi? Giochi». Ma la voce le tremò.

«Vincerò io», disse la voce. «Presto». L’intrigo accumulava strati. Briciole di pane lasciate qua e là: «Ricordi la casa sul lago?». Il vecchio luogo di vacanza della famiglia, abbandonato da anni. «Ti ho aspettata lì». Per cosa? Ci andò un weekend, spinta da una forza. Il posto era fatiscente, invaso dalle erbacce. Nessuno. Ma sulla veranda, un biglietto:

«Più vicino». Le si raggelò il sangue. Come? Non l’aveva detto a nessuno che ci andava. Tornata a casa, altre chiamate. «L’hai trovata. Brava ragazza. Ma il gioco non è finito». Le minacce divennero personali:

«Il numero di tua sorella. Posso chiamare anche lei».

«No!», urlò Paula nel telefono. La sorella viveva a chilometri di distanza.

«Allora implora».

Lo fece, umiliata, spaventata. Ma rispose comunque alla successiva, e a quella dopo.

Le settimane diventarono mesi. Il chiamante fantasma divenne una presenza fissa, sussurri sinistri nella sua vita. Una notte, un videomessaggio da un altro numero: una figura sfocata nell’ombra, che teneva un coltello.

«Per te». Alla fine lo denunciò alla polizia, ma liquidarono la cosa — numeri falsificati, non tracciabili.

«Cambi numero», dissero. Lo cambiò, di malavoglia. Una settimana di pace. Poi, una chiamata al numero nuovo.

«Credi che basti? Ho i miei metodi». Come? Hacker? Qualcuno dall’interno? Il mistero si approfondiva, intrigante nonostante il terrore. Messaggi, adesso:

«Il tuo nuovo bar. Cappuccino con latte di mandorla. Rovescia tutto, come il tuo sangue».

Smetté di uscire. Ma il bisogno di sapere la teneva reattiva: «Perché? Che ti ho fatto?»

«Mi hai dimenticato. Ma io ricordo». Dimenticato chi? Una cotta del liceo? Un collega? Il rompicapo la consumava. Una chiamata, la voce incrinata:

«Sono stanco, Paula. Finiscila».

«Come?», sussurrò.

«Vieni al parco. Mezzanotte». Allettante. Pericoloso. Ci andò, il cuore in gola. Panchine vuote, la nebbia che saliva. Il telefono squillò — numero nuovo.

«Sei qui. Brava».

«Dove sei?»

«Dietro di te». Si voltò di scatto. Niente. Risate nella cornetta.

«Corri». Corse, fino a casa, sprangando le porte. Ma l’intrigo — chi era quel fantasma? Altre situazioni: una chiamata durante una riunione, si scusò per rispondere.

«Sussurri segreti? Io urlerò i tuoi». Messaggio a un appuntamento:

«Non fa per te. Me ne occuperò io». Annullò gli appuntamenti e si sentì isolata. L’inquietudine raggiunse l’apice in una notte di tempesta. Blackout, candele tremolanti. Chiamata: «Il buio ti dona. Come la morte».

«Dimmi chi sei!», pretese.

Una pausa. «Il tuo riflesso». Cosa? Giochi mentali. Poi, un indizio-rivelazione:

«L’incidente. Sei scappata». Incidente? Anni prima, un investimento a cui aveva assistito senza denunciare. Colpa sepolta.

«Tu?», ansimò.

«Il fratello della vittima». Ma la vittima era sopravvissuta. Era vero?

«Incontriamoci. Magazzino in Elm». Andò, spinta dal bisogno. Dentro, squillò un telefono — fisso. Rispose.

«Ti ho presa». Ora avrebbe saputo.

H.G. TUDOR – “Someone Is Calling…” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

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