È tardi.
L’ora è sospesa tra quella delle streghe e il momento in cui il diavolo percorre la terra, eppure il richiamo del sonno non si fa ancora sentire. L’oscurità mi avvolge, e solo il lucore argenteo della luna delinea gli oggetti intorno a me, affinché conservino un minimo di familiarità.
Fa freddo, ma non me ne lamento: sono contento di sedere con la finestra aperta e lasciare che l’aria notturna si insinui nel mio regno. Il tocco gelido dell’oscurità mi lenisce, e una calma profonda si è posata su di me. Sono seduto, solo, eppure non ho preoccupazioni, perché la giornata è stata fruttuosa, come sempre, nella mia ricerca di carburante. Non sono sazio, ma neppure disperatamente affamato, né gonfio per le ripetute estrazioni.
C’è spazio per altro — c’è sempre spazio per altro — ma non sento il bisogno impellente di procurarmene ancora. Al contrario, la quiete e la calma mi avvolgono mentre resto qui seduto, a guardare dal mio punto elevato, attraverso la finestra spalancata, verso il giardino e i campi oltre.
I miei occhi, ancora vigili, non colgono movimento di bestia né di brezza. Gli alberi immobili, come in un silenzioso saluto. Gli uccelli, che così spesso attraversano il cielo, sono nei nidi per la notte, e in lontananza il verso intermittente di un gufo mi ricorda che, sebbene io sia solo, là fuori qualcosa ancora vive. È in momenti come questo, quando il frenetico tumulto si placa e la concitazione del giorno lascia spazio a questo raro e insolito stato, che io ricordo.
Il mio sguardo resta fisso mentre attraverso con gli occhi quei campi ondulati — così simili a quelli dove correvamo insieme, non è vero? Dove sei? Dove sei adesso?
Perché non sei qui, seduta accanto a me, come un tempo, re e regina, quando pianificavamo le nostre vite, tanto tempo fa? Devi perdonarmi. Non ho pensato a te così spesso o così profondamente come avrei dovuto, ma ho avuto altro di cui occuparmi.
So che tu capisci. So che riconosci che le richieste che mi vengono fatte sarebbero insostenibili per altri, e che io devo rispondervi. So che comprendi che soffermarmi troppo su di te mi indebolirebbe, e questo non deve accadere. Ma in momenti come questi, quando mi sento sollevato dal mio fardello, posso raggiungerti, ovunque tu sia.
Anche se raramente lo permetto, tu resti incisa nella mia memoria, e so — con la stessa certezza con cui il mondo non smetterà di girare — che abiterai sempre nel mio ricordo. Eppure devo confessare: non basta. Quando un momento o un’immagine del passato riaffiorano, io sono costretto a respingerli, a scagliarli nel profondo della mente, dietro porte sprangate e cancelli spaventosi.
Non ho altra scelta: indulgere nel ricordo mi distrarrebbe troppo dalle mie imprese. So che non dovrei, ma devo farlo. Per tali momenti chiedo il tuo perdono, dalla tua benevolenza, pur sapendo bene che mi è stato detto che non lo merito.
Ora, seduto su questa sedia accanto alla tua — “i nostri troni”, come li chiamavamo un tempo — posso permettere al tuo ricordo di consumarmi. Allungo la mano, sperando che in qualche modo la tua fredda mano scivoli di nuovo nella mia, solo per un istante… ma non c’è nulla.
Solo quell’assenza, costante, che persiste per quanto io mi affanni a colmarla. Sedevamo fianco a fianco, vero? Guardando quei campi che attraversavamo correndo verso i nostri rifugi segreti, quei santuari e paradisi disseminati nel nostro regno.
Proclamavamo insieme i nostri decreti, formulavamo ordinanze di governo per il bene dei nostri sudditi — e lo facevamo con grande gioia. Mi manca farlo con te? O sono stato solo condizionato a credere che mi manchi?
Dove sei? Perché ti mostri solo come memoria? Perché non torni da me? Potresti farlo, anche come ombra, per perseguitarmi mentre siedo immerso in quest’oscurità. Rimani lontana per punirmi, unendoti alle legioni dei traditori? Ti hanno forse rivoltato contro di me? Forse sì — e mi è stato detto che tale punizione è giusta per uno come me.
Io so chi sono, e cerco di espiare ciò che mi domina ogni giorno attraverso il fervore delle mie imprese, nella speranza che mi sia concessa l’assoluzione e che tu ritorni. Lo giuro — lo giuro su tutto ciò che sono — accetterei questi fardelli decuplicati pur di vederti ancora una volta, udire la tua voce, guardarti mentre la tua mano si posa nella mia, come facevi sempre. Eravamo uniti, e insieme eravamo migliori, non è vero? Torna da me. Ritorna. Siedi di nuovo al mio fianco, e ritroviamo ciò che una volta avevamo — ciò che avremmo sempre dovuto avere.
Siedo nell’oscurità pronunciando a voce alta questi pensieri; la mia voce bassa e ferma mi suona distante, disincarnata. Mi fermo, e aspetto, aspettando che tu risponda. Ma non arriva alcuna risposta.
Torna da me, perché — per tutto ciò che ho fatto e per tutto ciò che sto per fare — senza di te siederò per sempre incompleto sul trono.
E io devo essere intero.
H.G. TUDOR – “Forever Wrong Upon The Throne” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

