Conosci bene la necessità che il narcisista ha di perseguire i propri Scopi Primari. Questa è una dinamica che la stragrande maggioranza dei narcisisti, essendo inconsapevoli, persegue a livello subconscio. Esistono molti modi diversi attraverso cui il narcisismo spinge il narcisista a garantirsi quegli Scopi Primari.
Gli Scopi Primari sono la destinazione. E ci sono tante strade, vie, corsie, superstrade, autostrade – chiamale come preferisci – che conducono il narcisista a quella meta.
Una di queste modalità consiste nell’intrappolare la vittima. Che si tratti di un partner intimo, una fonte primaria, una fonte secondaria non intima, un amico, un familiare, un collega o una persona con cui ha una relazione extraconiugale (fonte secondaria intima), il meccanismo è lo stesso.
Ho già spiegato come il narcisista possa usare l’abitacolo di un’auto per intrappolare la vittima e come questo si sviluppi. Ora ti fornirò un altro esempio di come qualcuno venga intrappolato dal narcisista, in un crogiolo di controllo diverso.
La cucina è un campo di battaglia, anche se le superfici lucide e i barattoli delle spezie ordinatamente allineati non lasciano trasparire la guerra che sta per esplodere. Nell’aria si avverte una tensione silenziosa, il tipo di tensione che precede una tempesta.
Laura, la moglie, è in piedi accanto al bancone. Le mani le tremano leggermente mentre affetta le carote per un pasto che spera possa piacere a suo marito, Edward. Lui si aggira lì vicino. La sua presenza è un’ombra lunga e scura che si stende sul pavimento piastrellato. Questa è la loro casa. Il loro spazio condiviso. Ma in realtà è il suo regno, e Laura lo sa.
Laura è una persona gentile. Una donna che ama lenire, aggiustare, amare. Le sue risposte forniscono carburante a Edward, il narcisista, e lui beve a fondo della sua gentilezza, della sua pazienza, della sua capacità infinita di perdonare. Ma in quanto narcisista, non è mai sazio.
Laura percepisce il suo avvicinarsi prima ancora di udirne i passi. Ha quella capacità di cogliere un lieve cambiamento nell’aria. Come se la luce si affievolisse quando lui si avvicina. Le spalle le si tendono. Il coltello esita a metà taglio. Non si volta verso di lui. Non ancora. Ma sente il peso del suo sguardo. Un predatore che osserva la preda.
Edward si muove con deliberazione. Passi misurati. La sua presenza è studiata, a livello inconscio, per metterla a disagio. Non la tocca – non ancora – ma si piazza appena dietro di lei, abbastanza vicino perché Laura percepisca il calore del suo corpo, la minaccia implicita nella vicinanza.
«Laura», dice lui con voce calma. «Dobbiamo parlare». Laura ha sentito quella frase molte volte. Le provoca un sussulto al cuore, ma tiene gli occhi sulle carote, la lama che si muove meccanicamente. Sa cosa significa quel tono. Lo ha già sentito in innumerevoli variazioni: ora morbido e insinuante, ora tagliente e accusatorio. Annuisce, un gesto piccolo e conciliatorio, sperando di disinnescare quello che sente arrivare.
«Certo, Edward», risponde con voce accomodante. «Cosa c’è che non va?». Lui non risponde subito. Il narcisista usa il silenzio per destabilizzarla. Fa un passo avanti, il corpo angolato in modo da bloccarle l’accesso all’uscita della cucina.
Ora Laura è nell’angolo in cui il bancone incontra la parete. Un vicolo cieco, in cui non si era accorta di essersi infilata. Non la tocca, ma la sua presenza è un muro. Una forza che la spinge nell’angolo senza nemmeno sfiorarla. Non è intrappolata da catene, da serrature o da muri, ma dal puro peso della sua intenzione. Questa è una delle abilità del narcisista: saper esercitare controllo senza dover ricorrere alla violenza fisica, dominare attraverso l’insinuazione.
«Sei distante», dice lui, con voce bassa, quasi addolorata. Ovviamente, nei suoi occhi non c’è tristezza. Restano freddi, mentre scrutano il volto di lei in cerca del minimo cenno di colpa.
«Distante e segreta. Me ne sono accorto, Laura. Me ne accorgo sempre». Il respiro di lei si spezza. Un piccolo suono la tradisce. Depone il coltello, le mani che cercano il bordo del bancone per sostenersi.
«Non sono stata distante», dice con voce tremante, nel tentativo di restare calma. «Sono qui con te ogni giorno».
«No, non è vero», ribatte lui, facendo un altro passo avanti, il corpo ormai a un soffio dal suo. Si sporge, poggiando le mani leggere sul bancone, ai lati di lei, intrappolandola senza toccarla. L’angolo della cucina diventa la sua prigione, e lui, il suo carceriere.
«Pensi che non lo veda? Come guardi il telefono. Come sorridi. Pensi che io non stia osservando? Chi è, Laura? Per chi stai sorridendo?». Il cuore di Laura martella nel petto. Sente le pareti chiudersi intorno a lei. Non quelle fisiche, ma quelle costruite da lui con le parole, le accuse, lo scrutinio incessante.
«Non c’è nessuno», dice. «Ci sei solo tu, Edward. C’è sempre stato solo tu». Lui sorride. Ma non è un sorriso caloroso o rassicurante. È il sorriso del cacciatore che ha braccato la preda, sapendo che la partita è già vinta.
«Bugiarda», dice piano, quasi accarezzando la parola. «Mi hai tradito, vero? Lo sento addosso a te, Laura. Il senso di colpa. L’inganno». Gli occhi di lei si spalancano, il panico le attraversa il volto. Scuote la testa, i capelli che le ricadono sul viso mentre cerca di ritrarsi. Ma non c’è dove andare. Il bancone la preme alla schiena, la parete le chiude il fianco, e il corpo di Edward le sbarra la via.
«Non è vero», insiste. «Te lo giuro, Edward. Non ho fatto nulla». Lui inclina la testa, studiandola come se fosse un campione sotto un microscopio.
«E allora perché sembri colpevole? Perché distogli lo sguardo quando te lo chiedo? Perché tremi come una ladra colta sul fatto?». Laura vorrebbe urlare. Vorrebbe spingerlo via, fuggire da quell’angolo soffocante. Ma dentro di lei c’è anche l’istinto di placare, di supplicare. Gli sfiora il braccio, un tocco incerto, sperando di riportarlo alla ragione.
«Edward, ti prego», dice con voce carica di lacrime trattenute. «Ti amo. Non ti tradirei mai». Gli occhi di lui si stringono. Per un attimo, lei crede di cogliere una scintilla di soddisfazione. Una fiammata di trionfo.
Lui si nutre di questo: della sua disperazione, del bisogno di rassicurarlo, della disponibilità a mettere a nudo il cuore per spegnere i sospetti. Ma non si ferma. Si avvicina ancora, il fiato caldo sulla guancia di lei.
«Sei uscita tardi la settimana scorsa. Hai detto che eri al circolo di lettura, ma ho chiamato Sarah. Laura, mi ha detto che sei andata via prima. Dove sei andata? Con chi eri?», la incalza. La mente di lei corre. Ripercorre in fretta quella sera. Sì, era uscita prima dal circolo. Ma solo per fare la spesa, per sbrigare quelle incombenze che tengono insieme la loro vita quotidiana. Sta per spiegarsi, ma lui la interrompe. Le parole sono taglienti, precise.
«Non mentirmi», dice, la voce che ora sale, un crescendo controllato che riempie quello spazio angusto. «So che eri con qualcuno. So che mi stai prendendo in giro alle spalle. Mi credi uno stupido, Laura? Pensi che non abbia capito?». Lei scuote la testa. Le lacrime scendono ora. Le mani aggrappate al bancone, come se fosse l’unica cosa a tenerla in piedi.
«Non è vero», dice, la voce cruda per l’emozione. «Ero solo al supermercato. Posso mostrarti gli scontrini.
«Gli scontrini?», ribatte lui con sarcasmo. Ride, una risata gelida e sprezzante.
«Pensi che un pezzo di carta dimostri la tua lealtà? Credi che sia così facile ingannarmi?». Il suo corpo è un muro d’accusa. La sua presenza soffocante. Lei è intrappolata, fisicamente ed emotivamente. Laura sta annegando.
Sommersa da quell’ondata, dal peso del sospetto, dal bisogno disperato che lui le creda, che capisca la verità. Vuole che lui si fermi, che torni in sé, vuole che capisca che lo ama, che gli è devota. Ma ogni parola che pronuncia viene distorta. Ogni gesto, interpretato come una prova di colpa.
«Edward», sussurra ormai, appena udibile. «Ti amo. Non ti farei mai del male. Ti prego, credimi». Lui esita. I suoi occhi cercano quelli di lei. Per un istante, lei spera che si fermi, che faccia un passo indietro, che le lasci respirare. Ma poi sorride di nuovo. Quel sorriso freddo, predatorio.
«Sei brava, Laura», dice con voce intrisa di finto apprezzamento. «Così brava a fare l’innocente. Ma io vedo oltre. L’ho sempre fatto». Fa un mezzo passo indietro. Basta solo per darle un minimo spazio, non abbastanza per farla uscire. L’angolo resta la sua prigione. Il suo corpo, le sbarre.
Continua il suo monologo, riportando offese immaginate, inventando scenari, infedeltà che esistono solo nella sua mente. Parla di messaggi notturni che lei non ha mai scritto, di incontri mai avvenuti, di sguardi mai dati. Ogni accusa è una pietra lanciata al cuore. Lei si sente sgretolare, la forza di resistere che si consuma sotto il peso delle sue parole.
Eppure, anche mentre si sgretola, si aggrappa all’idea di poterlo raggiungere, di poterlo salvare con il suo amore. Questa è insieme la sua forza e la sua condanna. La maledizione eterna dell’empatica: amare anche quando fa male, dare anche quando si svuota. Cerca di parlare, di respingere le accuse, ma le parole sono deboli contro quell’assalto implacabile. Lui è colui che ha il controllo.
Per Edward, non si tratta di verità. Non è questione di infedeltà o di tradimento. Si tratta di controllo. Le sue lacrime, il tremito, le suppliche disperate: sono il nutrimento della sua esistenza narcisistica. Non ha bisogno di alzare una mano per farle del male. Le sue parole, la sua presenza, la sua capacità di intrappolarla in quell’angolo gli forniscono il controllo e il carburante che, anche se inconsciamente, ricerca. Si nutre del suo turbamento emotivo, del modo in cui si ritrae sotto il suo sguardo, del modo in cui si spinge sempre più in là pur di compiacerlo.
I minuti per Laura sembrano eterni. La cucina è un crogiolo, dove viene forgiata e distrutta allo stesso tempo. Il suo cuore è a pezzi, ma resta in piedi. Continua a cercare di raggiungerlo.
«Ti amo», ripete. «Ti prego, basta così. Sediamoci. Parliamone». Lui la guarda. Gli occhi freddi, implacabili. Poi fa un passo indietro. Il suo corpo non è più un ostacolo. E Laura prova un senso di sollievo.
Ma dura poco.
«Non è finita», dice lui, con voce calma, quasi disinvolta. «Ti osservo, Laura. Sempre». Si volta e se ne va, sazio di carburante e con il controllo in mano. Lascia Laura nell’angolo, il corpo che trema, il cuore appesantito dal peso delle accuse. Lei scivola a terra, la schiena contro il bancone. Le lacrime cadono silenziose. Ma da Edward non arriva compassione.
La cucina ora è silenziosa, ma le sue parole riecheggiano ancora.
Un promemoria del controllo che ha su di lei.
H.G. TUDOR – “Trapped By The Narcissist” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

