Quando ero bambino mia nonna cucinava i biscotti al forno più deliziosi e profumati che esistessero. La sua casa si riempiva dell’aroma di questi dolcetti mentre cuocevano nel forno. Li sfornava e li metteva stesi in fila a raffreddare nei vari vassoi mentre i miei fratelli e io stavamo lì a osservare, con gli occhi spalancati e l’acquolina in bocca. I gusti con cui li faceva erano così allettanti. Gocce di cioccolato, burro di arachidi, mousse di cioccolato, cannella, mirtilli e arance e cioccolato bianco. Non ci era permesso di mangiarli quando erano caldi, anche se sapevamo dai biscotti di nostra madre che in quel modo avevano un sapore sensazionale. La selezione di dolcetti che facevano venire l’acquolina in bocca, venne posta in un grande barattolo per i biscotti e posizionata su una mensola.
«Ora», annunciava mia nonna, «i biscotti vanno meritati. A ogni buon comportamento il premio sarà un biscotto del vostro gusto preferito».
«A me piace più di tutti quello con le gocce di cioccolato», dichiarava mia sorella.
«Io preferisco quello con il burro di arachidi», annunciava il mio fratello maggiore.
«Io lo voglio alla cannella», rilanciò il mio fratellino più piccolo sprizzando eccitazione. Io stavo in piedi senza dire niente.
«E tu, HG? Qual è il tuo preferito?», chiese mia nonna mentre si abbassava fino a guardarmi in faccia.
«Mi piacciono tutti nonnina, non ne ho uno preferito», le risposi.
Mia nonna si mise a ridere.
«Oh, non puoi averli tutti, HG, ti sentirai male», mi disse e mi scompigliò i capelli.
«Succederà così, nonna, è avido», mi rimproverava mia sorella e io rivolgevo il mio sguardo verso di lei. Avevo perfezionato quello sguardo allo specchio durante l’estate precedente. Restringevo gli occhi e fissavo lo sguardo rievocando ogni tipo di rabbia, odio e disprezzo che potevo racimolare. Funzionava meglio se pensavo alle cose che mi facevano arrabbiare. Richiamavo alla memoria il momento in cui ero stato messo fuori dalla squadra di calcio della scuola senza un motivo apparente. Ricordavo quando il mio dipinto non aveva vinto la competizione organizzata dalla chiesa (“Ma sei arrivato secondo”, si era congratulato il mio fratellino più piccolo; cosa c’è di buono nell’essere secondi?!), e ogni altra ingiustizia che mi era stata inflitta. Rievocavo la rabbia provata per ogni atto di esclusione e fallimento nel riconoscere i miei talenti e la canalizzavo nella creazione di questo sguardo freddo e maligno. Quando lo gettai verso mia sorella lei immediatamente si azzittì. Sapeva che era meglio non sfidarmi quando le rivolgevo quello sguardo.
«Bene», continuò la nonna rialzandosi, «se tutti voi mi aiutate a lavare le teglie potrete avere un biscotto per ognuno». Io sogghignavo mentre i miei fratelli si radunavano attorno a lei pronti ad aiutarla in un modo così compiacente per una così magra ricompensa. Mi girai e uscii dalla stanza riluttante all’idea di partecipare alla loro sottomissione collettiva.
«Non vuoi un biscotto?», chiedeva mia nonna, con la voce che mi seguiva mentre camminavo in giardino.
«No grazie», risposi guardandomi dietro la spalla e mi misi ad arrampicarmi sul mio albero preferito per arrivare in alto tra i suoi rami e stare seduto in un così splendido isolamento guardando attraverso il grande giardino che circondava l’impressionante casa dei miei nonni. Rimasi lì seduto per ore, padrone di tutto ciò che sorvegliavo.
Quando tornai per la cena i miei fratelli mi ricordarono quanto erano deliziosi i biscotti che avevano assaggiato, ma io rimanevo impassibile di fronte alle loro provocazioni inefficaci perché sapevo che il mio trionfo avrebbe superato i loro risibili risultati. Mi limitai a sorridere e continuai a mangiare la mia cena.
Quella sera aspettai che tutti gli altri in casa fossero addormentati e scesi di nuovo in cucina. Stavo in piedi sul freddo pavimento di pietra, la luce della luna scintillava nella stanza facendo splendere il barattolo di vetro. Mi arrampicai su uno dei mobili e rivendicai il mio premio. Misi il barattolo giù di fronte a me e tolsi il coperchio prima di immergerci dentro la mano e selezionare il biscotto con il cioccolato bianco. Lo divorai in 3 morsi. Ne presi uno alla cannella e lo divorai prima di morderne uno ai mirtilli e arancia. Ne tirai fuori uno alle gocce di cioccolato, al burro di arachidi e alla mousse di cioccolato e me li misi accanto pronto a portarmeli a letto. La mia mano indugiava ancora sul barattolo. Quanto desideravo prenderne un altro alla cannella e sbriciolarlo accanto al letto di mio fratello minore, ma sapevo che sarebbe stato futile. Mia nonna non avrebbe mai potuto ricordare quanti biscotti di ogni tipo aveva fatto e non avrebbe mai notato che ne erano spariti sei durante la notte. Questa era la base per il mio successo. Quindi non aveva senso tracciare una pista fino al letto di mio fratello minore, non importa quanta soddisfazione potevo avere nel vederlo accusato e piangente mentre protestava di essere innocente. Misi a posto il barattolo e raccolsi la mia ricompensa pronto a tornare a letto e godermi i miei biscotti rubati mentre riflettevo sulle mie abilità. Anche allora conoscevo le debolezze della gente e come sfruttarle al meglio.
Traduzione di PAOLA DE CARLI dal testo originale di H.G. TUDOR

