Nel silenzio ovattato della sua camera da letto, Eleanor giaceva immobile sotto il peso del piumone. Il display digitale sul comodino segnava le 2:47, numeri rossi, freddi, sterili. La casa era antica, un relitto vittoriano ereditato da sua zia, che scricchiolava come se custodisse i fantasmi delle fondamenta che si assestavano e delle grondaie sferzate dal vento. L’insonnia la tormentava da settimane, da quando era stata licenziata dallo studio contabile: i giorni si erano fusi alle notti, un continuo sguardo perso nel soffitto screpolato.
Quella notte non faceva eccezione — o almeno così credeva. La città, al di là della finestra, era solo un brusio lontano; il traffico sfumava nel nulla, lasciando solo qualche sirena isolata che ululava in lontananza come una banshee. Si mosse appena, il materasso gemette piano.
Fu allora che lo sentì: un lieve raschiare, come unghie che scorrono sul legno, proveniente da qualche punto del piano inferiore. Eleanor si immobilizzò, il respiro strozzato in gola. Probabilmente era il gatto del vicino, si disse, quello che a volte graffiava alla porta sul retro. Oppure un ramo che batteva contro la parete. Chiuse gli occhi, cercando di richiamare il sonno, ma il rumore tornò — deliberato, ritmico. Scrape. Pausa. Scrape.
Il cuore prese a batterle più forte, un ritmo sordo contro le costole. La casa era sempre stata piena di rumori, ma quello era… diverso. Troppo intenzionale. Tese l’orecchio: il silenzio amplificava ogni minimo scricchiolio. Ancora quel suono, più vicino ora? No, impossibile. Sembrava provenire dal corridoio che portava in cucina, attutito da muri e distanza. Eleanor tirò su le coperte fino al mento, come una bambina che cerca di scacciare i mostri.
«Non è niente», sussurrò, appena udibile. Ma il dubbio la rosicchiava dentro. Aveva chiuso la porta sul retro quella sera? L’aveva chiusa davvero? Un brivido le corse lungo la schiena. Ripercorse mentalmente la sera: cena in solitudine, un bicchiere di vino, un’occhiata agli annunci di lavoro sul portatile. La porta… non ricordava di aver girato la chiave.
I minuti scorrevano, la sveglia ora segnava le 2:53. Il raschiare cessò, sostituito da un nuovo suono: un fruscio, come di passi che trascinano i piedi sul linoleum della cucina. Eleanor spalancò gli occhi, fissando il buio. La porta della camera era socchiusa, un filo d’ombra rivelava il corridoio oltre. Visualizzò la pianta della casa — la cucina in fondo al corridoio, le scale che salivano fino alla sua stanza.
C’era qualcuno laggiù? Un ladro? Le tornarono in mente le notizie dei furti nel quartiere: case isolate, porte lasciate aperte. Ma l’allarme non era suonato — lei, dopotutto, non ne aveva mai installato uno. Le tornò in mente Mark, suo marito, e il suo consiglio rimasto inascoltato: «Metti almeno un sistema di sicurezza».
Il fruscio divenne intermittente, come se chiunque fosse giù si fermasse ad ascoltare, proprio come lei. Poi un tintinnio — metallo contro metallo, come una posata sollevata da un cassetto. Il respiro di Eleanor si fece corto, spezzato. Cosa stava facendo? Cercava qualcosa di valore? O qualcosa di peggio? Lo immaginò armeggiare fra i coltelli. Il pensiero le attorcigliò lo stomaco.
Allungò la mano verso il telefono sul comodino, le dita tremanti sulla superficie fredda dello schermo. Batteria al 5%. Doveva chiamare la polizia? E se fosse stato un falso allarme? Si sarebbe resa ridicola — la vedova paranoica di mezza età. Ma l’istinto le urlava di agire.
Prima che potesse decidere, il suono cambiò ancora. Passi. Lenti. Irregolari. Provenivano dal piano di sotto, si spostavano verso la scala. Thud. Thud. Non scarpe pesanti, ma qualcosa di morbido, quasi piedi nudi — con un lieve strascicare, come se chi li muoveva fosse ferito… o molto vecchio.
Eleanor serrò il telefono nella mano, il pollice sospeso sul tasto d’emergenza. I passi salirono il primo gradino, il legno scricchiolò. Ne contò mentalmente: uno, due, tre. Le scale erano quattordici. A quel ritmo, ci sarebbero voluti minuti, ma ogni passo lo avvicinava. Il terrore infantile tornò a stringerle la gola.
«Muoviti», si disse, ma il corpo non rispondeva. Le membra erano pesanti, come inchiodate al materasso. Era prigioniera del letto. Quattro, cinque. Pausa. Poi un suono nuovo: un respiro basso, affannoso, che risaliva la tromba delle scale. Non era un respiro normale. Era umido, gorgogliante — come se venisse da una gola piena di muco o da polmoni malati.
La mente di Eleanor si popolò di immagini spettrali. Le tornarono in mente le storie della zia: la maledizione della famiglia, il bisnonno minatore, morto soffocato dalla polvere di carbone. Era spirato proprio in quella casa. Sciocchezze, aveva sempre pensato. Ma ora, con quel respiro che si faceva più vicino, il dubbio si insinuò come nebbia sotto una porta.
Sette, otto. Era a metà scala. L’aria cambiò: un soffio gelido, come se la presenza spostasse l’atmosfera attorno. Eleanor pensò a un’altra ipotesi, ancora più inquietante. E se fosse stato un senzatetto nascosto nel seminterrato? C’era uno scantinato, un vecchio spazio angusto pieno di polvere e scatoloni dimenticati. Un estraneo che la osservava da giorni, forse da settimane?
Nove, dieci. Il respiro era sempre più vicino, accompagnato da un sibilo irregolare. Eleanor chiuse gli occhi, ma le immagini invadevano la mente comunque.
Undici, dodici. Ora era sul pianerottolo. Un raschiare sulla porta, come artigli che sondano il legno. Il battito le rimbombava nelle orecchie. Poteva sentire il respiro, proprio dietro la porta — un rantolo spezzato che sembrava pronunciare parole deformi.
«El…ea…nor…». La chiamava per nome. Come poteva saperlo?
La gola le si chiuse, incapace di urlare. La porta si aprì piano, spinta da una forza invisibile. Un’ombra si allungò sul pavimento — umana, ma distorta, con arti troppo lunghi e schiena curva, come un predatore. Rimase sulla soglia, il respiro greve che riempiva la stanza.
Eleanor sentì il sudore scivolarle sulla fronte, mentre il corpo le restava immobile. Un odore acre, di muffa e decomposizione, saturò l’aria. Poi la voce si fece più chiara, un sussurro che le strisciò nelle orecchie:
«Eleanor… vieni con me…». Era la voce di Mark. Mark, suo marito. Morto in quel letto, una notte, per un arresto cardiaco, mentre lei dormiva al suo fianco. Le tornò in mente quella mattina: il corpo freddo, gli occhi vitrei rivolti al soffitto. La colpa la investì. Forse aveva ignorato i suoi rantoli, scambiandoli per russare. Era tornato per punirla?
Un passo nella stanza. Poi un altro. Era dentro. Il pavimento gemeva sotto i suoi piedi nudi. Uno. Due. Era ai piedi del letto. Eleanor tremava, ma non poteva muoversi. Il materasso si piegò leggermente — come sotto un peso. Poi un movimento lento, che si avvicinava alle sue gambe. Il respiro era più vicino, caldo, fetido.
Un ridacchiare basso, animalesco. Aprì gli occhi. Nel buio, vide una sagoma: magra, spettrale, la pelle che pendeva a brandelli, gli occhi vuoti e febbrili. Era Mark, ma non più Mark. Il volto era corrotto, le labbra ritratte in un ghigno, i denti giallastri e affilati. Si chinò su di lei, il fiato gelido che si mescolava al suo.
«Ti ho aspettata tanto», sibilò, mentre una mano scheletrica le si chiudeva intorno al collo.
Il grido di Eleanor squarciò la notte, un urlo acuto che si spense nel vuoto. Quando i vicini, il mattino seguente, forzarono la porta, la trovarono nel letto, gli occhi spalancati in un orrore eterno. Nessun segno d’effrazione. Nessuna traccia di lotta. La casa, di nuovo, taceva. In attesa del prossimo occupante.
H.G. TUDOR – “A Night Time Visitor” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

