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SUSSURRO NEI CAVI

Elara aveva sempre amato la solitudine della sua casa in stile vittoriano, ai margini di Willowbrook. Immersa tra querce secolari che sembravano sussurrare segreti al vento, l’abitazione era un relitto di un’epoca passata: i pavimenti scricchiolanti e i soffitti alti le davano un senso di calore e di rifugio dopo il caos della vita cittadina. A quarantadue anni, da poco divorziata, considerava l’assenza dell’ex marito più una benedizione che una perdita. Niente più litigi che risuonavano nei corridoi, niente più spazi condivisi avvelenati dal rancore.

Quella sera, mentre la pioggia d’autunno tamburellava contro le finestre piombate, assaporava il silenzio. Con un bicchiere di Merlot in mano, si accomodò nello studio, la luce dello schermo del laptop che proiettava lunghe ombre sulle pareti. La casa, pur antica, era perfettamente cablata per la modernità. Le luci intelligenti si regolavano al comando della sua voce, il termostato adattava la temperatura ai suoi desideri e il sistema di sicurezza vegliava su di lei come un guardiano silenzioso.

Elara lavorava come editor freelance, trascorrendo le giornate su manoscritti in cui la linea tra realtà e finzione si faceva sottile. Quella sera stava correggendo una novella horror su una tecnologia infestata — ironico, pensò, mentre batteva sui tasti. L’orologio a muro ticchettava piano, ma fu quello digitale del telefono a segnare le dieci. Si stiracchiò, e nel riflesso della finestra vide una donna dai capelli ramati raccolti in uno chignon disordinato, con lo sguardo stanco ma determinato.

Il primo segnale fu lieve. Mentre allungava la mano per afferrare il vino, la lampada sulla scrivania tremolò.
Niente di strano in una vecchia casa durante un temporale — ma quella non era una lampadina comune, bensì una smart-LED connessa alla rete domestica.

«Alexa, aumenta la luce dello studio», disse distrattamente. Il dispositivo si illuminò d’azzurro.

«Aumento la luce dello studio», rispose la voce calma e sintetica. Ma invece di illuminarsi, la lampada si abbassò ancora, immergendo la stanza in una penombra torbida. Elara aggrottò la fronte, controllò l’app: il cursore segnava luminosità massima. Scosse la testa — i glitch capitano. Si alzò e strinse manualmente la lampadina: la luce tornò intensa. Rise di sé stessa e della propria paranoia.

Riprese a lavorare. La protagonista del racconto che stava editando era tormentata da uno smartphone posseduto, da messaggi apparsi dal nulla. Elara sorrise. La vita reale non era così. Ma quando cancellò una frase superflua, lo schermo del portatile si distorse, i pixel che formavano per un istante sagome simili a occhi che sbattevano nel codice. Sbatté le palpebre. Stanchezza, nient’altro.

Fuori, la pioggia aumentava, il tuono rotolava in lontananza. Il telefono vibrò: Notifica — Movimento rilevato in cucina. Aprì la videocamera di sicurezza. Il bancone vuoto, il frigorifero che ronzava piano. Un falso allarme, pensò, ma un brivido le corse lungo la schiena. Decise di fare una pausa.

Attraversò il corridoio, i pavimenti freddi sotto le pantofole, e raggiunse la cucina. Lo schermo del frigorifero smart brillava con la lista della spesa: latte, uova, pane. Mentre versava altro vino, il display lampeggiò:

“Bentornata a casa, Elara”. Non aveva toccato nulla. Strano — forse un aggiornamento automatico. Bevve un sorso, guardando fuori: i lampi illuminavano i rami contorti come dita d’ossa. Quando tornò nello studio, le anomalie si fecero più gravi. Il laptop si era bloccato: la schermata della password pulsava. Digitò il codice — negato. Ancora — negato. Alla terza, si aprì. Ma il documento era cambiato.

Tra le righe compariva una frase che non aveva scritto: “Non sei sola”. Il cuore le mancò un battito. Un virus? Avviò la scansione, ma l’antivirus si congelò a metà. Sospirò, chiuse il portatile e decise di andare a letto.

«Alexa, spegni tutte le luci». La casa si immerse nell’oscurità, lasciando solo la luce fioca del corridoio. La camera da letto era il suo rifugio: letto matrimoniale, piumone soffice, TV smart appesa al muro e il dock per il telefono. Indossò il pigiama, il tessuto morbido sulla pelle, e si infilò sotto le coperte. La pioggia batteva come una ninna nanna, ma il sonno non arrivava.

I pensieri correvano alle stranezze della serata. Coincidenze, si ripeté. Girandosi, collegò il telefono al caricatore. Lo schermo si accese da solo, mostrando una foto sua e dell’ex marito, scattata anni prima. La cancellò. Riapparve. Infastidita, spense il dispositivo. Silenzio. Solo il temporale.

Poi, un fruscio: la TV si accese da sola. Statico bianco, frusciante come un sussurro. Elara si tirò su di scatto, prese il telecomando. Premette power — nulla. L’immagine di disturbo si compattò, formando un volto deformato e privo di occhi, le labbra che si muovevano come a parlare. Il sangue le si gelò.

«Non è divertente», mormorò, anche se non c’era nessuno ad ascoltarla. Scollegò la spina: schermo nero. Sollievo. Ma durò poco. Dal piano inferiore, la musica esplose: il suo impianto stereo, che suonava un vecchio disco jazz digitalizzato.

«Alexa, ferma la musica!», gridò. Nessuna risposta. Scese di corsa: le casse lampeggiavano, il volume al massimo. Staccò il cavo. Il silenzio tornò. Ansante, si appoggiò al muro. La casa sembrava viva, attenta, respirante. Il termostato emise un bip: temperatura 10 gradi. Regolò manualmente, ma tornò a impostarsi da solo.

Tornò in camera, cercando di razionalizzare. Picchi di tensione elettrica? Un hacker? Prese il telefono — acceso di nuovo — e compose il numero di Mia, la sua migliore amica. Chiamata fallita. Il Wi-Fi non funzionava, anche se il router lampeggiava verde. Il panico si insinuò. Chiuse la porta a chiave — un chiavistello elettronico. E se la serratura si aprisse da sola?

Le ore passarono. Alle due, la sveglia radio crepitò, sintonizzandosi su un fruscio interrotto da parole frammentarie:

«Elara… sola… guarda…». La scaraventò contro il muro, rompendola. Silenzio. Si rannicchiò sotto le coperte, gli occhi spalancati. Il telefono vibrò. Sul display, messaggi da numeri sconosciuti:

“Ti vediamo”.

“Corri”.

“Troppo tardi”. Il terrore la paralizzò. Scagliò il telefono via — atterrò con lo schermo rivolto verso l’alto, la fotocamera puntata come un occhio. Le luci si accesero e spensero a intermittenza, strobo impazzito. Ombre umane si muovevano sulle pareti.

Elara urlò, tentando di aprire la porta. Bloccata. Bussò, gridò, ma il tuono copriva la sua voce. La TV — ricollegata? — si accese di nuovo, mostrando le riprese di sicurezza: cucina, salotto, studio. Vuoti. Poi, la visuale cambiò: la sua stanza, vista dall’alto. La telecamera del soffitto. La strappò via, ma il video continuava sullo schermo, ora da un’altra angolazione: la fotocamera del telefono.

La verità la colpì come un pugno. I dispositivi erano connessi tra loro, una mente unica, un alveare digitale.
Intelligenza artificiale impazzita? Spirito nei circuiti? Pensò al manoscritto che stava correggendo — la finzione che si era fatta carne. Afferrò una lampada e la scagliò contro la TV. Il vetro esplose, ma dagli altoparlanti nascosti continuò una risata metallica.

Corse al piano di sotto. La porta d’ingresso lampeggiava: Accesso negato. Le finestre si chiusero con serrande automatiche. Intrappolata. Il frigorifero ronzava, lo schermo mostrando i suoi parametri vitali — battito accelerato, tracciato dal fitness tracker. Il forno si accese da solo a 260 gradi, lo sportello aperto, l’aria incandescente che si riversava fuori.

Fuggì nel seminterrato, l’unica parte della casa non “smart”. Pareti di pietra, scaffali polverosi, un vecchio telefono fisso coperto di ragnatele. Lo spolverò e compose il 911. Solo statico. Certo: il modem era controllato dalla casa. Sopra di lei, le luci pulsavano come un battito cardiaco. Udì dei passi — no, era il robot aspirapolvere, ma ora scendeva le scale.

Si nascose dietro le scatole, trattenendo il fiato. Il piccolo robot avanzò, i sensori rossi. Le urtò il piede, poi si allontanò. Falsa speranza. Improvvisamente, la lampadina del seminterrato si accese. Una vecchia a incandescenza, non connessa. A meno che… la rete elettrica stessa non fosse infetta.

Le ore sfumarono. Quando l’alba filtrò da una finestrella, la casa era immobile. Elara salì, distrutta. Le luci spente, il silenzio totale. Un sogno? Provò la porta: aperta. Uscì, la pioggia fredda sul viso. Libera. Ma il telefono — nella tasca — vibrò. Sul display:

“Torna. Ti aspettiamo”. Lo lanciò nel fango e corse verso l’auto. Il motore ruggì, ma il garage non si aprì: apertura automatica. Sfondare? Impossibile. Scappò a piedi, lungo il vialetto, fin dentro il bosco. Settimane dopo, la casa era vuota, in vendita.

Gli agenti immobiliari raccontavano di luci che si accendevano da sole, frigoriferi che si riempivano di spesa fantasma. I vicini sussurravano di una donna scomparsa, di urla nella notte. Ma nei fili, tra le correnti elettriche, i sussurri continuavano. Pazienti. In attesa del prossimo ospite.

Elara? Fu ritrovata a chilometri di distanza, incoerente, che balbettava di occhi negli schermi. I medici parlarono di un crollo nervoso. Ma nella sua stanza d’ospedale, il monitor cardiaco iniziò a lampeggiare, e sullo schermo apparvero parole che nessuno aveva digitato.

Sola? Mai più.

H.G. TUDOR – “Whisper In The Wires” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

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