SOLO NOI DUE

Mentre il sole scendeva verso l’orizzonte, tingendo la campagna inglese di sfumature d’ambra e di rosa, ero accanto a Kate sul ciglio di Willow’s Brow, un dolce pendio che dominava le colline ondulate nei pressi di Ashford. Nell’aria aleggiava il profumo fresco delle foglie d’autunno e della terra umida; una lieve brezza fredda mi sfiorava la pelle mentre il giorno cedeva il passo al crepuscolo.

Sotto di noi, campi di stoppie dorate e di terra rossastra si stendevano a perdita d’occhio, incorniciati da siepi colme di more e fiori selvatici ormai appassiti. Un fiumiciattolo serpeggiava nella valle, la superficie scintillante nel commiato infuocato del sole — arancio fiammeggiante, rosa tenue e un viola profondo che si fondeva nel vespro.

Avevo portato Kate lì lungo un sentiero tortuoso che partiva dal villaggio, dove avevamo trascorso il pomeriggio passeggiando per stradine lastricate e sorseggiando tè in un caffè dall’aria appropriata. Quella cresta offriva una vista mozzafiato. Era un posto che avevo scoperto da bambino, e a cui tornavo quando avevo capito quanto le persone si sentissero speciali nel credere che tu stessi condividendo con loro un rifugio.

Offri loro un bel panorama, parlane come se rappresentasse un santuario, falli credere che li stai lasciando entrare nel tuo mondo — e guarda come cedono. Facile e soddisfacente. La salita era stata tranquilla, le nostre mani si sfioravano di tanto in tanto, per iniziativa sua più che mia, ma avevo tollerato il contatto. Il fruscio delle foglie sotto gli stivali punteggiava la nostra conversazione leggera. Ora, in piedi lì, un silenzio profondo ci avvolgeva, rotto solo dal richiamo lontano di un merlo che salutava il giorno.

Sam si avvicinò, il suo respiro formava nuvolette nella sera che si faceva fredda. La sciarpa verde, drappeggiata con noncuranza, catturava i riflessi del tramonto, e i suoi occhi color nocciola seguivano l’orizzonte, dove il sole pendeva come una sfera incandescente, i raggi che filtravano tra nuvole filiformi. Provai un calore nel petto, vedendola così rapita.

«Ecco qui», dissi, con voce bassa, quasi reverente, come se temessi di disturbare la quiete. «Sono venuto qui da solo innumerevoli volte, Kay, ma volevo condividerlo con te. Questo posto… è come se una parte della mia anima vivesse qui. Il modo in cui cambia la luce a quest’ora… sembra che il mondo si fermi solo per noi». Riuscii a dirlo mantenendo un’espressione seria. Lei si voltò verso di me, un sorriso caldo che le si allargava sul viso.

«È stupendo. Capisco perché volessi tenerlo per te, ma sono così felice che tu mi abbia portata. I colori sembrano vivi, come se il cielo stesse scrivendo una lettera d’amore al giorno. Mi sento completamente rapita». La sua mano trovò la mia, le dita calde nonostante il freddo. Il suo tocco mi trasmise quella sensazione familiare.

Restammo in silenzio, a guardare il sole calare, la sua luce che si rifletteva sulla guglia lontana della chiesa del villaggio, spuntando tra le cime degli alberi. I campi sotto di noi erano un mosaico di raccolti ormai falciati, dorati nella luce morente, con pecore che brucavano tranquille, le loro ombre lunghe sull’erba. Un lieve odore di legna bruciata giungeva da un cottage lontano, mescolandosi al dolce decadimento delle foglie che tappezzavano il suolo. Indicai un gruppo di salici lungo il fiume, i rami che ondeggiavano piano.

«Quegli alberi laggiù? Da bambino fingevo che fossero narratori, che sussurrassero i segreti della terra. Ti ho portata qui perché volevo che sentissi quella magia — quella che fa svanire tutto il resto del mondo. Non è solo la vista, è la pace che ti entra dentro». Sophie seguì il mio sguardo, gli occhi che brillavano.

«La sento davvero. È come se il tempo si fosse fermato. Quei salici sono così eleganti, si piegano ma non si spezzano. Grazie per avermi portata qui — è incantevole. Sono già sotto il suo incantesimo». Appoggiò la testa sulla mia spalla e, dopo un attimo di esitazione, le passai un braccio attorno, stringendola a me contro il freddo della sera.

Mentre il sole continuava a scendere, il cielo divenne una tela di colori più intensi — cremisi bordato di viola, dove le prime stelle cominciavano a trafiggere il crepuscolo. Una leggera foschia si alzò dal fiume, ammorbidendo i contorni del paesaggio e conferendogli un bagliore etereo. Conigli guizzavano fuori dalle tane nel prato sottostante, i loro salti rapidi in contrasto con la quiete, mentre uno stormo d’oche sorvolava in formazione a V, sagome nere contro il cielo infuocato. Mi concentrai sul volto di Sarah, che si illuminava a ogni nuovo dettaglio.

«Non ho mai condiviso questo posto con nessun altro», ammisi, cercando di infondere alla voce una punta di vulnerabilità. «Ma con te… sembra giusto. Ti ho portata qui perché mi fai venir voglia di aprire quelle parti nascoste di me. Questa vista… è come uno specchio di ciò che provo quando sono con te: calma, vita, possibilità». Sentii una risata salirmi in gola, che soffocai in tempo. Lei si voltò verso di me, le guance arrossate dal freddo e dall’intimità del momento.

«È una cosa bellissima da dire. Sono completamente incantata — da questo posto, ma soprattutto dall’essere qui con te… mi sembra di essere sotto un incantesimo. Potrei restare per sempre». E io sentii la consueta sensazione di controllo impossessarsi di me.

Ci spostammo di pochi passi verso una panchina di quercia, levigata dal vento e dalla pioggia, sotto un ramo basso. Seduti, lasciammo che la scena si srotolasse davanti a noi. Il fiume catturava gli ultimi raggi, trasformandosi in un nastro d’oro liquido. Aster e verga d’oro, in fiore tardivo, brillavano lungo il sentiero come minuscole gemme, catturando gli ultimi riflessi del sole.

La pace era tangibile, soffocava persino il ronzio lontano di un’auto sulla strada del villaggio. I grilli intonavano il loro canto serale, un sommesso mormorio che saliva dal sottobosco. Tracciai dei segni sulla terra con la punta dello stivale, raccogliendo i pensieri.

«Nei periodi più frenetici, venivo qui per ritrovare l’equilibrio. Il tramonto mi ricorda che ogni fine è un nuovo inizio. Ti ho portata qui perché vedo quella rinascita in noi — in ciò che stiamo costruendo insieme. Non è solo un paesaggio: è una promessa di altri momenti come questo», spiegai a Caroline. La risposta di Fiona arrivò rapida, con voce dolce e sincera.

«Mi piace tantissimo. Questo posto mi sta catturando sempre di più. Il modo in cui i colori si fondono è perfetto — come se la natura ci mostrasse l’armonia. Ti sono così grata per avermelo fatto conoscere; il mio cuore è pieno, come se facessimo parte di qualcosa di eterno». Appoggiò una mano sul mio ginocchio, mentre una foglia le scivolava in grembo, i bordi arricciati nell’abbraccio dell’autunno.

Col calare del crepuscolo, il sole sparì dietro l’orizzonte, lasciando un bagliore tenue che colorava di pastello le nuvole. Le stelle brillavano più forti, l’aria si faceva più fredda, con un accenno di brina. In lontananza, le luci del villaggio si accesero, piccoli punti gialli nel buio crescente. Guardai Paula, il profilo illuminato dall’ultima luce.

«C’è un altro motivo per cui volevo condividere questo posto», dissi, con voce intima. «Questo luogo è sempre stato il mio punto d’ancora. Con te qui, è ancora più speciale — come se ora appartenesse a noi. Speravo che anche tu cadessi sotto il suo incantesimo, per capire perché lo considero un tesoro». Joanne annuì, gli occhi che riflettevano gli ultimi bagliori del giorno.

«Ci sono completamente dentro. La pace che si sente è travolgente, ma nel senso più bello. È perfetto. Mi hai fatto un dono che custodirò. Momenti così fanno svanire tutto il resto». Si chinò, le labbra che mi sfiorarono la guancia, suggellando la magia condivisa.

Rimanemmo lì, avvolti dall’abbraccio della sera. La campagna esalava gli ultimi respiri del giorno, le colline inghiottite dalle ombre, il fiume ormai un filo d’argento sotto la luna nascente. La conversazione scivolò tra ricordi e sogni, ogni parola a rafforzare il legame forgiato in quel luogo.

«Vorrei che questo momento non finisse mai», sospirò Karen.

«Ma durerà», risposi per rassicurarla.

«Promesso?», chiese Hannah. Annuii, fissando gli occhi di Tabitha, assicurandomi di cogliere fiducia, desiderio e resa.

«Dopotutto», dissi piano, «siamo solo noi due».

H.G. TUDOR – “Just The Two Of Us” – Traduzione di PAOLA DE CARLI