NELLA FOTO

Amo la prima fotografia che abbia mai visto di te. Non era stata scattata da me, anche se a tempo debito ce ne saranno centinaia di quel tipo. Una molteplicità di istantanee che saranno state scattate per mostrare al mondo quanto tu e io siamo meravigliosi insieme. Ognuna accuratamente configurata da parte mia per inviare un messaggio.

Vedi chi sto portando adesso nel tuo ristorante preferito? Guarda come siamo andati a Roma, dove tu hai sempre desiderato andare. Che ne dici? Sono andato a teatro, quando ti avevo detto che odiavo guardare le rappresentazioni teatrali.

Vedi come andiamo d’accordo con la mia famiglia? Avanti, guarda quanto lei mi rende felice, molto più di quanto tu abbia mai fatto. No, quelle fotografie, per quanto preziose per me e per le mie macchinazioni, non si avvicinano a quanto io mi meravigli davanti a quella tua prima fotografia. Era forse, invece, una fotografia che mi avevi mandato tu? Una delle centinaia che ti ho chiesto, implorato e preteso?

All’inizio le volevo per mostrarti come tu fossi sempre nella mia mente, assicurandomi così di diventare una presenza fissa nella tua. Volevo anche quelle fotografie più audaci che ti ho persuasa a scattare per me. Inizialmente le ho usate per eccitazione, anche se il vero motivo era conservarle e usarle più avanti come metodo di coercizione forzata. Mi conosci, penso sempre alla mossa successiva.

Più tardi ti chiesi di mandarmi fotografie con il pretesto di voler contemplare la tua bellezza, quando la realtà era che volevo assicurarmi che tu fossi dove dicevi di essere. Non hai mai notato davvero come ti chiedessi di metterti sotto l’insegna dei bar in cui andavi, o accanto al nome del negozio in cui stavi facendo acquisti, o vicino agli amici che mi avevi detto di essere andata a trovare.

No, la prima fotografia di te, quella che amo di più, è quella in cui mi sono imbattuto per la prima volta quando ti ho cercata online. Poteva essere la tua foto profilo su un sito di incontri online, l’immagine del banner di Twitter o una che avevi pubblicato su Facebook. Poteva trovarsi sulla stampa locale o essere un fermo immagine tratto da un video di YouTube. In ogni caso, non era una fotografia che avevo scattato io e non era una che ti avevo chiesto di scattare per me.

Amo quella fotografia mentre contemplo il tuo sorriso coinvolgente, la radiosità che ne emana come brillamenti solari dal sole, illuminando e portando calore tutto intorno a te. La tua pelle è impeccabile e sana, fiorente di effervescenza. Quelle lunghe ciocche di capelli che oscillano da un lato, o il movimento del tuo caschetto, o la rigida precisione di quella frangia, tutte a trasmettere quel messaggio di libertà e di scelta da parte tua. I tuoi occhi brillano, la felicità esplode da essi, il colore è vibrante e l’esultanza brucia nel tuo sguardo.

Guardo quella fotografia traboccante di potenziale, carica di possibilità ed emanante speranza. Sei un faro di purezza, decenza e affetto. La tua natura premurosa sgorga da quella fotografia. Sei quell’empatica vergine, non contaminata dalla mia tossicità e non toccata dalla mia influenza inquinante.

Ogni volta che guardo quella tua prima fotografia, l’ondata inizia dentro di me e si innalza rapida e feroce. Devo averti. Ricordo di nuovo perché dovevo averti.

Vedo una preda fresca.

H.G. TUDOR – “In The Picture” – Traduzione di PAOLA DE CARLI