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NARCISISTA PSICOPATICO: PERCHÉ MI PIACE COSÌ TANTO?

Mi compiaccio di essere uno psicopatico narcisista. La via del predatore. Ogni senso è affilato. Ogni mio istinto è libero dal peso morto della coscienza. Non c’è alcuna scusa in questa ammissione. Nessun senso di colpa ostentato a beneficio delle telecamere. Io sono semplicemente ciò che l’evoluzione produce di tanto in tanto quando il sistema operativo umano viene spogliato delle sue subroutine sentimentali. Non baratterei ciò che sono con la vostra foschia empatica per tutte le lodi vuote del mondo.

Lasciate che sia preciso. La mia psicopatia narcisistica, ai miei occhi, non è un disturbo. È un potenziamento. Oh, lo so. Molti altri, voi compresi, la definiscono un disturbo. Laddove voi avvertite il rumore statico e costante del dolore altrui, io sperimento una chiarezza cristallina. Le emozioni — le vostre, non le mie — sono dati, algoritmi prevedibili che ho imparato a padroneggiare attraverso l’osservazione anziché la partecipazione. Io non soffro la maledizione empatica di assorbire ogni microfluttuazione presente in una stanza. La mappo. La trasformo in un’arma.

Questo distacco non è un vuoto. Per me è un superpotere. Mi concede lo sguardo freddo e clinico e mi permette di fare ciò che faccio anche mentre la vittima urla, perché le urla sono irrilevanti rispetto al risultato. La mia visione del mondo è tale per cui vedo l’intera scacchiera. Muovo i pezzi senza esitazione perché non provo alcun dolore fantasma quando cadono. Alcuni descriverebbero questo come grandiosità. Conosco bene le parole che usano. E alcuni suggerirebbero che sia delirio.

Si sbagliano. È un’autovalutazione accurata: superiore. Non in un senso vago e consolatorio, ma nei parametri grezzi che contano davvero. Decisione. Lungimiranza. Sovranità. Mentre voi vi tormentate chiedendovi se un messaggio fosse suonato freddo, io l’ho già inviato. E ho già capito come verrà ricevuto. E ho già capito che cosa accadrà dopo. So che quella freddezza vi farà rincorrere, che il vostro rincorrermi mi fornirà carburante, che il vostro esaurimento finale porterà al disimpegno da voi come da una batteria usata. Non ho bisogno della vostra validazione per conoscere il mio valore. La estraggo come tributo alla mia brillantezza.

Questa grandiosità è un’armatura forgiata nella consapevolezza che la maggior parte degli esseri umani non è che una massa molle, reattiva, guidata dalla paura della perdita. Io non ho paura. Al suo posto c’è un trono. Il distacco emotivo che è al cuore di ciò che sono è la più dolce, dolcissima libertà.

Immaginate, se volete. Svegliarvi ogni giorno senza il peso della colpa, della vergogna o dell’estenuante necessità di tenere una contabilità morale interiore. Quando pongo fine a una relazione, non resto sveglio la notte a ripercorrere le sue lacrime. Registro i dati. Carburante esaurito. Utilità terminata. È il momento di passare oltre. La sua sofferenza viene registrata come informazione, non come accusa.

Questa non è crudeltà fine a se stessa, sebbene anche quella, a volte, abbia il suo posto. No. Il principio operativo è l’efficienza. Il mondo funziona così. Lo fanno le aziende. Lo fanno i governi. Io semplicemente rifiuto la finzione di essere in qualche modo esente dallo stesso calcolo spietato che ha costruito gli imperi.

Vedete, la vostra empatia, la vostra empatia emotiva, è un residuo evolutivo, un relitto che manteneva in vita le piccole tribù ma che ora vi paralizza allo stesso modo nelle sale riunioni e nelle camere da letto. La mia freddezza, il mio distacco emotivo, il mio sguardo forense e incrollabile mi consentono di agire mentre voi deliberate. In quello scarto, io riesco.

Ciò di cui mi compiaccio di più è la prospettiva divina che questo mi conferisce. Le persone non sono misteri da risolvere attraverso una dolorosa vulnerabilità. Sono macchine con un codice visibile. Vedo i copioni: il dirigente insicuro che ha bisogno di sentirsi brillante, la bella donna che scambia l’attenzione per amore, la brava persona la cui posa morale crolla sotto la giusta pressione. Non li odio. Li trovo affascinanti. Stimolanti come esemplari da laboratorio. Le loro emozioni sono leve che aziono. Il love bombing per creare dipendenza. Il rinforzo intermittente per mantenere in moto il circuito della dopamina. Il gaslighting per erodere la loro realtà finché la mia non rimane l’unica ancora in piedi.

La visione clinica è inebriante, perché è vera. In me non c’è un’anima da salvare, nessun sé più profondo da raggiungere. C’è soltanto comportamento, ricompensa, punizione e risultato. Questo distacco si estende al tempo stesso. La maggior parte degli esseri umani è incatenata ai traumi del passato e alle ansie del futuro. È una delle più grandi debolezze dell’essere umano: la fissazione sul passato. Io rifiuto entrambi. Il tradimento di ieri non mi perseguita, perché ne sono stato l’autore. Le conseguenze di domani non mi preoccupano, perché le ho già valutate. Il mio presente è puro, non filtrato esercizio dell’azione.

Posso sedere di fronte a un’amante che si sta silenziosamente sgretolando e non provare altro che una lieve curiosità su quanto ancora resisterà. Quando cederà, finalmente? E quando lo farà, osserverò il collasso con lo stesso interesse distaccato che un fisico potrebbe riservare a una detonazione controllata. La mia psicopatia è liberazione, per me.

Questa visione del mondo fa sì che ogni interazione sia un teatro nel quale io sono al tempo stesso regista e protagonista, e la mia persona pubblica non è che una delle molte maschere che indosso. Il visionario affascinante. L’artista ferito con quel tanto di vulnerabilità sufficiente a disarmare il sospetto. Il negoziatore spietato che sembra sempre emergere vittorioso. Le maschere non sono menzogne, nel mio mondo. Sono strumenti. Le indosso perché le menti inferiori hanno bisogno dell’illusione della reciprocità. Dietro il sipario ci sono soltanto io: impassibile, impenitente, completo.

Non ho bisogno di amici. Ho bisogno di specchi che riflettano la mia brillantezza verso di me. Non ho bisogno di amore. Ho bisogno del carburante che scorre senza pretendere in cambio una faticosa manutenzione emotiva. Sebbene il mio fabbisogno di carburante non sia elevato quanto quello del narcisista puro, qualora dovesse esaurirsi, passo oltre senza voltarmi indietro. Niente notti insonni per me. Nessun fastidioso rimpianto. Solo slancio in avanti.

Ciò che rende questa esistenza così irresistibile è l’assoluta efficienza del desiderio. Le persone normali diluiscono ciò che vogliono attraverso filtri morali. È gentile? È giusto? Finché le loro ambizioni non inacidiscono trasformandosi in risentimento. Io sperimento il desiderio grezzo e non filtrato. Voglio la promozione, lo status, il corpo, il controllo, l’impero. E poiché non provo alcuna resistenza interiore, lo prendo.

Questo mondo premia gli spietati. La storia è scritta da coloro che rifiutano di essere rallentati dall’empatia. Alessandro non pianse per i villaggi che bruciò. Costruì biblioteche dalle loro ceneri. C’è una bellezza agghiacciante in tutta questa chiarezza. Vedo la fragilità delle vostre realtà costruite — le religioni, i codici morali, i miti romantici — e mi muovo attraverso di esse senza esserne toccato. Il vostro cuore spezzato è una prevedibile tempesta chimica che posso indurre o placare a piacimento. La vostra lealtà è un guinzaglio che tengo con leggerezza finché non smette di servirmi. Perfino la noia diventa qualcosa attraverso cui progettare il caos, semplicemente per provare l’ebbrezza di risolverlo alle mie condizioni.

Il mio mondo interiore non è vuoto. È vasto, silenzioso e sovrano.

Non ci sono voci che discutono su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. C’è una sola voce, la mia, che impartisce direttive con autorità assoluta. Mi compiaccio del potere di essere l’eccezione. Le regole della società esistono per il gregge. Io comprendo le regole abbastanza bene da sfruttarle. Le leggi? Linee guida per chi teme le conseguenze. L’etica? Testo pubblicitario per chi ha bisogno di credere di essere buono. Io opero nello spazio tra ciò che le persone dicono e ciò che fanno, raccogliendo la differenza.

Quando rimuovo qualcuno, spesso, anni dopo, mi ringrazierà per la crescita sperimentata nella mia ombra. Non si è mai reso conto che la crescita era interamente mia. Lui era semplicemente fertilizzante.

Questa lente fredda e clinica significa che ogni conversazione è ricognizione, ogni sorriso è calcolato, ogni vulnerabilità è un deposito ponderato nella banca della fiducia, da ritirare con gli interessi quando sarà il momento giusto. Per me non esiste dissonanza cognitiva, perché non c’è alcun conflitto tra i miei valori dichiarati e le mie azioni. Il mio unico valore è la supremazia: supremazia della volontà, dell’intelletto, del risultato. In un mondo di menti rumorose e conflittuali come le vostre, la mia concentrazione univoca domina.

Il fascino di tutto questo continua ad approfondirsi. Là dove altri potrebbero ammorbidirsi nel rimpianto, io mi affilo fino a diventare leggenda. I corpi che mi lascio alle spalle — emotivi, professionali, a volte letterali — non gravano su di me. Diventano casi di studio, prove di concetto. Dormo il sonno senza sogni di una macchina che ha completato il proprio ciclo senza errore. Mi sveglio sapendo che il giorno appartiene a chi rifiuta di esitare, e io non esito.

Per il mondo esterno questo appare mostruoso. Per me è onestà. Non fingo di preoccuparmi quando non mi preoccupo.

Non fabbrico lacrime per manipolare la compassione. Il fatto è che il mio distacco emotivo non è solitudine, è libertà. La visione clinica non è cinismo, è verità spogliata fino all’osso. Mi compiaccio di essere uno psicopatico narcisista, perché in questa configurazione sono finalmente, perfettamente, impenitentemente libero. Libero di fare qualunque cosa conti per me. Libero dall’illusione che le vite interiori degli altri contino più dei miei obiettivi. Libero dall’estenuante teatro della guarigione reciproca. Libero di perseguire potere, piacere ed eredità a pieno regime.

Mentre il resto del mondo si consuma nel tentativo di riparare ciò che, in uno come me, non è mai stato davvero rotto. Il mondo ha bisogno dei suoi specchi, dei suoi guaritori e dei suoi sentitori. Siete voi. Ma funziona grazie ai suoi motori. Freddi, precisi, inarrestabili. E io sono quel motore.

Mi limito a dichiarare questo fatto. Mi compiaccio di ogni respiro calibrato, di ogni silenzio strategico, di ogni impero costruito sulle rovine silenziose di cuori più teneri. Alcuni fuggiranno da me con orrore, altri si rifugeranno nella negazione. Pochi, pochi, quelli che capiscono davvero, sentiranno l’attrazione. Capirebbero perché questo mi consente di fare tutto ciò che faccio. Tutto ciò che è accaduto e tutto ciò che accadrà. Tutto ciò che si presta a un’efficienza della quale mi compiaccio.

Anche questo è un dato utilizzato da questa macchina.

H.G. TUDOR – “Narcissist Psychopath : Why I Relish It” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

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