Come sapete, le persone per me sono apparecchi. Sono lì per servire il mio narcisismo e la mia psicopatia. Per quanto riguarda il mio narcisismo, devono essere controllate. In certe circostanze, traggo carburante da queste persone. In alcune occasioni, acquisisco tratti caratteriali e benefici residui. Dal punto di vista della mia psicopatia, anche in questo caso le persone devono essere controllate. Sono lì per stimolarmi. Sono lì per essere accumulate. Le persone sono giocattoli. Ma ci sono occasioni in cui le persone sono considerate un bene. E poiché sono un’estensione di me, un’estensione dell’Impero di Tudor, esisteranno circostanze in cui riterrò che un attacco contro di loro sia un attacco contro di me, e pertanto richiederà una difesa.
Per dimostrarlo, ho pensato di condividere con voi una storia di qualche anno fa, che mette in luce varie sfaccettature della mia psicopatia e alcuni aspetti del mio narcisismo in relazione all’atto di difendere.
Vedete, in quanto psicopatico, non sono la caricatura rozza e armata di coltello dell’immaginario popolare. Ciò che sono è un predatore raffinato, un maestro della psiche umana, avvolto nel fascino, e armato di un intelletto che disseziona il mondo con precisione chirurgica. La mia mente è una fortezza, non appesantita dalle fragilità dell’empatia o della paura, e in quella notte particolare ero seduto nel bagliore ambrato di un rooftop bar in una scintillante città cosmopolita. Ero nel mio elemento.
Lo skyline brillava come una bacheca di trofei delle mie conquiste, ogni luce un testimone del mio controllo, del mio potere, della mia supremazia. Accanto a me sedeva la mia ragazza dell’epoca, Tabitha, visione di eleganza curata nei minimi dettagli, i suoi capelli biondi catturavano il pulsare al neon della città, la sua risata era un tintinnio delicato che attirava gli sguardi invidiosi degli uomini meno dotati. Lei era, in quel momento, il premio corrente, uno specchio per riflettere la mia grandezza, una tela per la mia arte.
Sedeva sorseggiando il suo Martini, ignara delle correnti di calcolo che si agitavano sotto il mio esteriore levigato. Penso sia giusto dire che, in quel momento, ero vicino alla massima forma di appagamento che il mio genere può mai provare, poiché mi crogiolavo nel carburante della sua adorazione, e mi godevo anche gli sguardi invidiosi degli altri presenti, ma quelli erano solo la ciliegina sulla torta di quanto era avvenuto quel giorno e durante la settimana. Ma, come sempre, la contentezza è fugace, e in quell’occasione la notte stava per presentarmi una sfida, una sfida alla mia supremazia, una sfida al mio possesso.
Si trattava di un gruppo di uomini aggressivi e chiassosi. Il bar è un crogiolo di debolezza umana. Risate troppo forti e invadenti. Ego troppo fragili. Desideri troppo trasparenti. Eppure, ignoravo tutto ciò mentre sedevo a un tavolo alto, il mio abito su misura una silenziosa dichiarazione di superiorità, lo sguardo che scansionava la sala in silenzio, valutando le prede. Tabitha stava raccontando qualche aneddoto banale, le sue parole solo un piacevole sottofondo, ma la mia attenzione si spostò quando una risata sguaiata esplose da un tavolo d’angolo. Cinque uomini, sulla trentina, vestiti con l’arroganza sgargiante di chi scambia il volume per autorità.
Il loro leader, chiamiamolo Alpha, perché così si crede, era un energumeno a spalle larghe con la testa rasata e una voce che risuonava come una sirena da nebbia. Aveva un compare, che ho osservato, lo chiamerò Beta. Più magro, nervoso, e con un ghigno che suggeriva si credesse il più furbo del gruppo. Gli altri tre erano solo gregari, le loro risate un’eco servile, le pose e le posture sottomesse al dominio di Alpha su quel branco.
Mentre ascoltavo Tabitha, osservavo loro, come faccio sempre assorbendo ogni dettaglio della stanza, e notai che erano prossimi all’ubriachezza: i gesti ampi, gli occhi che guizzavano con l’energia inquieta di chi cerca guai. Vidi lo sguardo di Alpha posarsi su Tabitha e indugiare troppo a lungo. Vidi le sue labbra incurvarsi in un sogghigno che tradiva le sue intenzioni. Non provai gelosia. Pur essendo un’emozione che conosco, non era quella a prevalere in quel momento, ma riconobbi in quello sguardo, in quel sogghigno, una sfida al mio controllo, uno sgarbo alla mia immagine. Peggiorò la situazione indicando Tabitha e dicendo qualcosa di inaudibile agli altri. Qualunque cosa fosse, scatenò una risata fragorosa, una sinfonia rozza di ciò che era chiaramente scherno.
Anche Tabitha se ne accorse, notai che il suo corpo si irrigidì, la mano si serrò attorno al bicchiere. Il mio apparecchio era minacciato, e dunque anch’io lo ero. Le posai una mano sopra la sua. Le diede la rassicurazione che cercava. Il mio sorriso, una lama avvolta nel velluto.
«Non preoccuparti, cara», mormorai con voce bassa e rassicurante, un balsamo calcolato per il suo disagio. «Sono sotto di noi». Decisi che ignorarli era il modo più adatto per affrontarli e, per proteggere il mio bene, la incoraggiai a fare altrettanto. Tuttavia, questa risposta iniziale si rivelò infruttuosa, poiché il gruppo non era disposto a restare nel proprio angolo.
Vidi Alpha alzarsi, i suoi movimenti deliberati, mentre cercava di testare il terreno, seguito da Beta, e poi dagli altri tre, chiaramente rinvigoriti dal numero e dall’alcol. Non mi mossi, ma li osservai, lo sguardo fermo, mentre attraversavano la sala avvicinandosi al nostro tavolo, la mole di Alpha che proiettava un’ombra sul legno lucido. L’aria cambiò. Ora era carica della tensione primordiale del conflitto imminente. Il loro avvicinarsi suscitò in me una sensazione di potere, ma non era un potere selvaggio, bensì un’energia incanalata. Sentivo l’anticipazione scorrere dentro di me.
La mia mente aveva già cominciato a girare il film della situazione e a valutare le possibili evoluzioni. Li avrei ignorati ancora, godendo della loro irritazione, provocandoli ulteriormente, spingendoli a fare un passo falso che avrebbero rimpianto? Li avrei colpiti per primo, sferrando un colpo a uno di loro con la speranza che gli altri si disperdessero davanti alla mia dimostrazione di forza e superiorità? Li avrei affrontati con arguzia e ironia, magari stringendo persino una nuova alleanza? Avrebbero potuto rivelarsi utili?
Ciò che sapevo era che, vedendo il velo di inquietudine negli occhi di Tabitha, la mia mente-motore a freddo, che analizza tutto, riconobbe che il fattore più importante in quel momento era difendere il mio bene, difendere Tabitha.
H.G. TUDOR – “The Psychopath Defends” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

