Per smantellare un gruppo, devi prima di tutto isolare il suo capo. È fin troppo chiaro che, in questo caso, Alpha è il perno centrale. Il suo dominio è il collante che tiene uniti i suoi seguaci. Distruggendo lui, gli altri crolleranno.
È in momenti come questi che la mia psicopatia prospera. Dove gli altri provano paura, io percepisco anticipazione e opportunità. La mia mente sta analizzando gli scenari. Sta valutando le risposte.
Mi alzo in piedi, il mio movimento è deliberato, per sfruttare la mia altezza e anche il mio abbigliamento, come una silenziosa affermazione di autorità. Sebbene Alpha possa apparire fisicamente più imponente di me per via della sua testa rasata e della sua corporatura, tale fisicità diventa irrilevante quando si usa la mente come arma.
«Fuori», dico, la voce calma ma autoritaria. I miei occhi si spostano verso l’uscita, poi tornano su di lui.
«Se insisti con questa pantomima, risolviamola lontano dalla presenza di questa signora. A meno che», aggiungo, avvicinandomi un po’ a lui, «tu non sia solo parole». La provocazione è un rischio calcolato. Sto stuzzicando il suo ego, ma gli offro una via d’uscita che potrebbe preservare il suo orgoglio.
I seguaci bisbigliano. La loro sicurezza vacilla di fronte alla possibilità di un’escalation. Sono abituati a subire il bullismo, e di conseguenza a permettergli di ottenere ciò che vuole solo con la sua presenza. Ma questo con me non funziona. Non sono il tipo da lasciarsi intimidire.
Dopo aver lanciato la sfida, noto che Alpha esita. Già la sua debolezza si manifesta. I suoi occhi guizzano verso il gruppo, alla ricerca di un qualche segnale di supporto. Beta annuisce, ansioso di mantenere la facciata del duro.
«Facciamolo!», ringhia Alpha, facendo strada verso il bordo del tetto, dove un angolo appartato offre un po’ di privacy. Tabitha mi afferra il braccio, la voce è un sussurro:
«Non farlo, ti prego». Le do una pacca rassicurante sulla mano. Il mio sorriso le dice che andrà tutto bene, ma è privo di reale preoccupazione.
«Resta qui», le dico. «Non ci vorrà molto».
Raggiunto l’angolo, al riparo dagli sguardi indiscreti del bar, valuto la postura di Alpha. Le sue spalle sono dritte. I pugni serrati. La sua spavalderia è solo una sottile patina sopra ciò che percepisco come un’insicurezza crescente.
Riesco a leggerlo come un libro aperto, frutto della mia psicopatia e del mio addestramento. Si affida alla brutalità, al bullismo, non all’intelletto, e la lealtà dei suoi seguaci dipende dalla sua capacità di dominare. Ora lo spoglierò di quell’illusione.
Mi avvicino a lui.
«Non è quello che vuoi», gli dico, la voce bassa, quasi intima, come se gli stessi confidando un segreto.
«Sei fuori dalla tua portata. Vai via adesso. Salva l’orgoglio. Se spingi oltre, perderai più di quanto immagini».
«Mi stai minacciando?», ribatte. Scuoto la testa.
«Non minaccio. Informo».
Le parole sono una stoccata psicologica, piantano il seme del dubbio. Alpha sbuffa, ma nei suoi occhi noto un guizzo di incertezza.
«Pensi che tu mi faccia paura?», ribatte, facendo un passo avanti, con la sua mole nel tentativo di intimidirmi. Il movimento improvviso è pensato per farmi sobbalzare, ma non avendo un riflesso di allarme, non funziona. Osservo di nuovo la sua reazione e quella dei suoi seguaci: c’è un’improvvisa esitazione. Non ho battuto ciglio. Al contrario, gli rivolgo un sorriso lento, un ghigno freddo e predatorio che vedo lo turba.
«Farti paura?», domando. «No, non ne ho bisogno. Hai già paura di sembrare debole davanti al tuo branco». I seguaci si agitano. Niente più risate. Hanno percepito che la situazione è cambiata. Beta fa un passo avanti, ansioso nel suo ruolo di luogotenente, per rafforzare Alpha.
«Chiudi quella bocca», sbraita, ma la sua voce manca di convinzione.
Sono tentato di colpirlo subito, spingergli il naso fin dentro la faccia, ma resisto alla tentazione e lo ignoro.
Resto concentrato su Alpha, il mio sguardo incrollabile.
«Dimmi», gli chiedo, «che effetto fa sapere che i tuoi amici ti seguono solo perché sono troppo deboli per stare da soli? Cosa succede quando ti vedranno cadere?». Questa domanda colpisce al cuore, sfruttando il suo bisogno di controllo. Il suo volto si deforma. I pugni si serrano di nuovo. Ma vedo l’esitazione. Vedo la crepa nella sua armatura. Insisto.
«Non sei un leader. Sei un bullo. I bulli si spezzano. Vogliamo testare questa teoria?»
So cosa sta per accadere. È esattamente ciò che volevo. Alpha si lancia verso di me, il pugno che parte in un arco prevedibile. Senza dubbio è forte, ma relativamente lento. Schivo il colpo con facilità, il mio movimento preciso, affinato da anni di esperienza. Non contrattacco. Sarebbe troppo facile. Lascio che si sbilanci, e il suo slancio lo porta oltre me. I suoi seguaci emettono un breve sussulto, la loro fiducia vacilla davanti alla mia disinvoltura.
«Maldestro», commento, il tono intriso di disprezzo. «È tutto qui?»
La provocazione è voluta, serve a farlo infuriare ancora di più e offuscare il suo giudizio. Lui ruggisce e si lancia di nuovo contro di me, ma sono pronto.
Ruoto, gli afferro il polso e uso la sua stessa forza per torcergli il braccio dietro la schiena, schiacciandolo contro una ringhiera.
Non ho dovuto usare la forza bruta. Sospetto sia fisicamente più forte di me, ma ho usato leva, precisione e l’esplorazione della sua debolezza. Lui si dimena, ma applico la giusta pressione per fargli emettere un gemito, la mia presa implacabile.
«Basta», dico di nuovo, la voce sempre calma.
«Ti sei umiliato. Allontanati, o non sarai più in grado di camminare».
Beta, percependo la sconfitta del suo leader, si fa avanti. Il suo atteggiamento spavaldo è un tentativo disperato di salvare l’onore del gruppo.
«Lascialo andare, stronzo!», urla, con un accenno di tremore nella voce.
Lascio Alpha, che barcolla tenendosi il braccio, il volto una maschera di rabbia umiliata. Mi volto verso Beta, rivolgendogli lo stesso sorriso gelido.
«Tu sei il prossimo», dico, facendo un passo avanti, gli occhi fissi nei suoi.
«Ma tu non sei come lui, vero? Sei più furbo. Sai che questa è una battaglia persa. Allontanati adesso e salverai la dignità. Resta, e la perderai».
Beta esita. Il suo ghigno è sparito. La sua postura si riduce sotto il mio sguardo. Io prospero in momenti come questi. Dove gli altri vedono scontro, io vedo manipolazione. Un gioco che ho già vinto, perché ne vedo il risultato.
«Vai», dico a Beta.
Lui guarda Alpha, poi gli altri seguaci, che ora tacciono, evitando il mio sguardo. La loro lealtà si sta sgretolando. Beta mormora qualcosa di incomprensibile e si ritira. La sua ritirata è un’ammissione silenziosa di sconfitta.
Con Alpha umiliato e ancora intento a tenersi il braccio – che ho quasi slogato – e Beta neutralizzato, il resto va esattamente come previsto. I seguaci perdono coraggio. Sono pecore senza pastore. La loro spavalderia evapora sotto il peso del mio dominio.
Mi volto verso di loro, assaporando il momento.
«Qualcun altro?», chiedo, con tono leggero.
Si ritraggono, evitando il mio sguardo, le risate sostituite da mormorii nervosi. Hanno visto quanto è stato facile per me neutralizzare il loro leader senza nemmeno dover sferrare un pugno. Anche se forse non sono le menti più brillanti, sono abituati alla violenza fisica. E riconoscono una persona capace quando la vedono.
Alpha, ancora intento a strofinarsi la spalla e il braccio, mi lancia uno sguardo carico d’odio, ma non dice nulla. Sa di aver perso. Non è stata tanto la rissa a decretare la sconfitta – quella è appena iniziata – ma la battaglia è stata vinta nella mente, ed è lì che si vince sempre. I suoi seguaci, capendo che è tutto finito, si allontanano verso il tavolo, la loro unità in frantumi.
Torno da Tabitha, che ha osservato tutto a occhi spalancati, la sua ammirazione per me è una nuova ondata di carburante.
«Stai bene?», mi chiede, la voce tremante. Mi volto verso di lei, fissandola.
«Certo. Erano solo un piccolo fastidio».
H.G. TUDOR – “The Psychopath Defends – Part 3” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

