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IL PENSIERO EMOTIVO ACCECA – INSETTI SUL PARABREZZA

Sai quanto mi piace guidare la mia macchina. È un veicolo imponente. È veloce, attraente e dimostra al mondo là fuori quanto io sia superiore agli altri automobilisti, mentre sfreccio oltre di loro con la minima pressione sull’acceleratore. Protetto dentro questo guscio di metallo, corro da un posto all’altro per portare a termine i miei impegni. Raccogliere carburante qui, assicurarmi di distribuire una svalutazione là, e fare una sosta in un altro posto per aprire la portiera e tentarti a risalire sul sedile del passeggero con un sorriso vincente e la rassicurazione che l’ultima volta è stato solo un errore. Te la ricordi l’ultima volta, vero?

Quando ti portai sull’autostrada e poi ti scaricai lì, lasciandoti con una lunga camminata per tornare indietro. Come potresti dimenticarlo? Hai ancora le vesciche e le gambe doloranti, non è vero? Bene, sali e lascia che allevi la tua sofferenza. Ti prometto che non ti lascerò di nuovo nel mezzo dell’autostrada, sconvolta e costretta ad affrontare un lungo cammino verso casa. No, mi dispiace per quella volta.

Perché l’ho fatto? Non stiamo a rivangare ora, c’è tanto da vedere e preferirei mostrarti quanto posso essere bravo piuttosto che ripercorrere quel vecchio terreno. È passato, e dobbiamo entrambi andare avanti se vogliamo che funzioni. Batto con la mano il sedile di pelle invitandoti, mentre tu esiti accanto alla portiera del passeggero. Lo guardi con un misto di desiderio e diffidenza.

«Devi sbrigarti se vuoi salire, ci sono tanti altri che desiderano sedersi lì», osservo guardando oltre la tua spalla. Ti giri di scatto e vedi diverse persone, soprattutto donne ma anche alcuni uomini, che avanzano verso di te lungo l’autostrada. Stanno correndo e, mentre si avvicinano, puoi sentirli gridare supplicandomi di aspettare. Ti fermi un istante a guardare quella folla che si avvicina, arti scomposti, mentre si precipitano verso di noi.

«Presto ti saranno addosso e ti calpesteranno pur di entrare qui dentro», ti avverto.

Questo ti scuote all’azione e sali in macchina, sbattendo la portiera e premendo il tasto di chiusura.

«Vai, vai!», mi inciti mentre la folla adorante si avvicina sempre di più. Sorrido tra me e me, e intanto premo sull’acceleratore e partiamo lasciando quella massa delusa in una nuvola di polvere e fumi di scarico, mentre ci guardano sfrecciare via lungo l’autostrada vuota davanti a noi. Mi volto a guardarti e già vedo che ti senti a tuo agio, mentre affondi nel lusso del sedile del passeggero. Ti sei tolta le scarpe rovinate e consumate, lasciando che i piedi dolenti e pieni di vesciche affondino nel tappeto spesso che riveste il tuo lato dell’auto. Ti sento sospirare di soddisfazione mentre reclini la testa all’indietro.

«Fa sempre bene tornare in questa macchina, vero?», ti chiedo.

Annuendo, allunghi una mano verso di me e mi tocchi il braccio.

«È una giornata bellissima», osservo indicando con un cenno il parabrezza. Tu sussulti quando ti accorgi che l’orizzonte nuvoloso che esisteva solo pochi istanti fa è svanito, e davanti a te c’è un cielo di un azzurro brillante e un sole dorato che arde.

«Da dove spunta?», ti chiedi a voce alta, fissandomi. Io non dico nulla, ti lascio giungere da sola alla conclusione che tutto è sempre migliore quando sei con me.

«Hai sete? Sembri assetata», commento, indicando una bevanda posata in uno dei portabicchieri accanto a te. La prendi e bevi il liquido fresco e delizioso attraverso la cannuccia, mentre io continuo a sfrecciare lungo l’autostrada. Volgi lo sguardo fuori dal finestrino e noti che gli argini che di solito racchiudono la strada e nascondono ciò che c’è oltre sono scomparsi. Al loro posto ti si apre una vista mozzafiato: una campagna ondulata che si estende fino alle colline innevate in lontananza.

La terra è baciata da una luce dorata, alberi rigogliosi disseminati qua e là, l’intero paesaggio idilliaco, proprio come hai sempre immaginato che fosse la campagna. È come se io leggessi i tuoi pensieri e ti mostrassi ciò che desideri vedere. Lo hai sempre pensato: che avessi una sorta di sesto senso capace di creare la scena o l’ambiente che più ti incanta e corrisponde a ciò che vuoi. Quello ti è mancato quando arrancavi lungo quella grigia e desolata autostrada sotto un cielo plumbeo.

Continui a fissare il parabrezza, meravigliandoti della bellezza e della serenità del paesaggio, senza nessun altro intorno. I tuoi occhi si spalancano davanti alla vastità che si dispiega oltre il vetro, mentre godi del comfort della mia corsa. Sei talmente rapita da ciò che vedi fuori dalla mia macchina che non noti i puntini e le macchie che si formano sul parabrezza.

Sei ignaro delle mosche che si schiantano contro il vetro, le loro vite insignificanti annientate in un istante dalla mia corsa a tale velocità e con tale intenzione. Gli insetti non mi hanno visto arrivare, volando spensierati, inconsapevoli di ciò che stava piombando su di loro e li avrebbe cancellati in un attimo. Sempre più macchie di sangue si accumulano sul parabrezza, ma tu non le vedi, rapito com’è lo sguardo dal paesaggio. Io continuo a gettarti occhiate, ma sei talmente ipnotizzato dalla bellezza all’esterno che il crescente tributo di morte proprio davanti al tuo naso passa inosservato.

Non attivo il lavavetri né i tergicristalli, preferendo mantenere questo massacro ben visibile; eppure tu non ne tieni conto. Mi concedo un piccolo sorriso, mentre la mia prova conferma ciò che già sapevo. Proprio come una mosca sul parabrezza, hai ben poca idea di quanto sei vicina al pericolo, di quanto la tua esistenza sia appesa a un filo, e che tutto dipende da me.

La Dipendenza – Come Contrastare il Pensiero Emotivo

H.G. TUDOR – “Emotional Thinking Blinds – Fly on the Windscreen” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

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