«Questo fantasma», disse Marcus, graffiando il foglio con la punta affilata della sua matita, «è verde e spara ectoplasma. Il suo nome è Slymo». Leslie sollevò il suo pastello dall’intrico del libro da colorare antistress e guardò il disegno del figlio: il verde vivido scarabocchiato sul contorno del fantasma.
«Fa paura», disse.
«E quando lo guardi», disse Marcus, «lui diventa invisibile». Leslie guardò l’orologio.
«Potrai far vedere il tuo disegno alla nonna», disse. «Arriverà tra cinque minuti».
«Verrò all’una», aveva detto sua madre. Arrivava sempre all’una in punto. Era il suo orario, e lei era sempre precisa. Proprio all’una. Leslie a volte si chiedeva se la madre aspettasse in macchina, o persino sulla porta di casa, fino a quando l’orologio non batteva l’ora. Non aveva mai bisogno di scusarsi per un ritardo, né sembrava che fosse arrivata di corsa. Leslie andò alla finestra e guardò fuori, ma sua madre non era lì.
«Vado a mettere su il bollitore», disse a Marcus.
«Posso avere un biscotto?», chiese lui.
«Avremo i biscotti quando arriverà la nonna», disse Leslie. Era in cucina, ad aspettare che il bollitore fischiasse, quando l’orologio a pendolo nell’ingresso batté l’una. Qualunque fosse l’ora, l’orologio rintoccava una sola volta: che fosse l’una o mezzanotte, un solo colpo. Leslie aveva iniziato ad associare quel singolo rintocco all’arrivo della madre, tanto che ogni giorno, quando lo sentiva, una parte di lei si agitava, che la madre fosse attesa o meno.
Udì bussare alla porta. Quando entrò nell’ingresso, vide sua madre dietro il vetro, come evocata dal rintocco dell’orologio. L’orologio era un cimelio. Da bambina Leslie ne aveva paura: il suo rintocco le faceva pensare alla moglie del contadino che inseguiva i tre topi ciechi con la mannaia — due filastrocche che le si mescolavano in testa. Era stata sciocca, pensò, ad avere paura di un orologio.
«Questo fantasma», disse Marcus comparendole accanto e mostrando il suo disegno, «non ha amici».
«BeH, forse potremmo essere noi i suoi amici», disse Leslie.
«No», disse Marcus. «Non è molto simpatico. E non ci vuole bene». Leslie aprì la porta.
«Entra, mamma».
«Questa casa è impossibile da raggiungere», disse sua madre.
«Non così impossibile», rispose Leslie mentre la faceva entrare. Stava per richiudere la porta, ma sua madre la fermò, attirando l’attenzione sullo stato della vernice esterna: era logora, disse. «Io sto facendo ridipingere tutta casa da un uomo del villaggio. Fa un lavoro abbastanza accettabile, anche se può essere pigro. Bisogna controllarlo».
Le visite della madre iniziavano sempre con una liturgia di critiche: il giardino davanti da diserbare, le finestre da lavare, la bicicletta di Marcus in mezzo al vialetto.
«E dovevi proprio scegliere una casetta così angusta?»
«Non puoi essere semplicemente felice?», disse Leslie. «Volevi che lasciassi Tom e l’ho fatto. Volevi che mi trasferissi più vicino a te, e l’ho fatto».
«Ti volevo più vicina di così», disse la madre, seguendola in cucina. «Pensavo ti saresti trasferita a Seaside.»
«E sono a dieci minuti da te», disse Leslie. «Non è niente.»
«Non è niente?», disse la madre. «Sono sempre su quella strada, in viaggio per venirti a trovare.»
«Beh, ora sei qui», disse Leslie. «Facciamo un tè?»
Tirò fuori tazze e piattini dalla credenza: sua madre non beveva dal mug.
«E i biscotti?», disse Marcus, comparendo all’improvviso.
«Vuoi mostrare i tuoi disegni alla nonna?», disse Leslie.
«Vieni, nonna», disse Marcus, conducendola in salotto. Quando Leslie li raggiunse, Marcus stava dicendo:
«Non ha nemmeno gli occhi. Solo buchi neri che vanno avanti per sempre, per sempre, per sempre».
L’acqua nelle tazze si offuscò e scurì. Leslie tolse le bustine, aggiunse un po’ di latte, non troppo. Portò tè e biscotti in salotto, dove Marcus stava indicando un contorno spesso, disegnato al margine del foglio.
«Questo fantasma ha paura di tutti gli altri fantasmi».
«Guarda troppa televisione», disse la madre di Leslie.
Forse sì, ma Leslie non pensava che fosse da lì che venissero quei fantasmi. Le idee gli nascevano in testa, come quando credeva che le persone, quando morivano, diventassero di pietra.
Quando vivevano con Tom, vicino a casa c’era un monumento ai caduti: soldati di pietra che sembravano intrappolati. Marcus li toccava sempre passando. Aveva visto statue in città, nei cimiteri: uomini, donne, bambini, persino cani, tutti di pietra. Alcune statue erano rotte, e per lui significava che i fantasmi potevano uscire.
«Non vogliono restare intrappolati dentro», diceva. Leslie a volte si ritrovava a guardare il mondo come lui, dimenticando per un momento che non era davvero così.
«Ha solo immaginazione», disse Leslie.
«Troppa immaginazione», disse sua madre, come se fosse un male. Come avere troppi biscotti, come se potesse marcire dentro.
«E questo cos’è?», chiese, prendendo il libro da colorare di Leslie.
«È un libro da colorare per adulti», disse Leslie.
«Che senso ha?», disse la madre.
«È antistress», disse Leslie. «È piacevole, mi fa sentire di nuovo bambina».
«Ma sei stata una bambina infelice», disse sua madre, richiudendo il libro e mettendolo da parte.
«Che cosa hai fatto oggi?», disse a Marcus. «Spero non sia rimasto chiuso in casa tutto il giorno. Non fa bene a un bambino».
«Stavamo aspettando te, mamma», disse Leslie. «Pensavo che potessimo portare dei panini in spiaggia».
«Con questo tempo?», disse la madre, guardando i peri agitati fuori dalla finestra.
«Non è necessario», disse Leslie.
«No no», rispose la madre. «Se è quello che vuoi fare, lo faremo. Anche se non potrò camminare sulla sabbia con i tacchi. Devo mettere le scarpe da guida, mi rovinerò». Leslie preparò i panini che aveva già fatto.
«Non è necessario portarli in spiaggia», disse ancora.
«No no», rispose la madre. «Faremo come vuoi tu».
I tre scesero i gradini verso la spiaggia. Sua madre si lamentò della distanza, dei gradini bagnati, della sabbia umida, delle rocce scivolose. Marcus correva avanti: quel vasto parco giochi lasciato libero dalla marea, che non sarebbe tornata prima di sera. Ogni tanto si fermava a osservare qualcosa tra le rocce. Quando sollevò una pietra, Leslie disse alla madre:
«Ha trovato qualcosa».
«Spero non sia nulla di morto», disse la madre. Leslie chiamò Marcus. Lui mostrò loro la pietra grigia che stringeva: forse un fossile intrappolato da milioni di anni.
«Potrai metterlo insieme a quello che ti ho dato per il compleanno», disse la nonna.
«Ho rotto il tuo fossile», disse Marcus.
«L’hai rotto?», disse la nonna. «Sei stato molto negligente. Sai quanti milioni di anni aveva?»
«Non è stato un incidente», disse Marcus. «L’ho spaccato con un martello per far uscire il fantasma».
Leslie evitò lo sguardo della madre.
«Almeno ora il fantasma sarà felice, no?», disse a Marcus. «Mangia il tuo panino».
«No», disse Marcus. «Non è felice. Non vuole essere un fantasma. Ma voleva uscire. I fantasmi vogliono sempre uscire».
«Mangia il panino», disse Leslie.
«Non ti darò mai più niente di bello», disse la nonna.
Mangiarono i panini, restando in piedi, raggomitolati su se stessi. Camminarono lungo il lungomare battuto dal vento e poi attraverso il paese, nei cui negozi la madre di Leslie sembrava sempre cercare qualcosa di preciso. Esaminava tazze con il disegno giusto ma la misura sbagliata, piattini della misura giusta ma con il disegno sbagliato.
Dopo un paio d’ore Marcus cominciò a lamentarsi, finché la nonna non lo zittì.
Fecero merenda in un caffè: quando la cameriera portò via i bordi della mini pizza di Marcus, chiese se volessero un dolce, ma la nonna rispose:
«No, niente dolci».
Uscendo, Leslie alzò lo sguardo al cielo che si scuriva.
«La marea sta cambiando», disse.
Tornarono verso casa sotto la minaccia della pioggia. Leslie e Marcus entrarono nell’ingresso come persone liete di essersi messe al riparo da una tempesta, sebbene ancora non fosse scoppiata. La madre, rimasta sulla soglia, disse:
«Ora vado».
«Non devi andartene subito», disse Leslie. «Vuoi una tazza di tè prima?»
«No», disse la madre. «Con un po’ di fortuna arriverò a casa prima che cominci a piovere».
«Sei arrabbiata, nonna?», chiese Marcus. «Sei arrabbiata per via del fossile?». Lei non rispose.
Leslie, slacciandosi il cappotto e togliendosi gli stivali, chiese:
«Le scarpe ti stanno bene, mamma?»
«Sono umide», disse la madre.
«Oh, cielo», disse Leslie. «La sabbia bagnata è entrata. Se vuoi puoi prenderne un paio delle mie».
«Hai i piedi troppo piccoli», rispose la madre. Vedendo che Marcus lottava con la zip del suo giubbotto, Leslie si chinò per aiutarlo.
«La nonna sta andando via», disse. «Dille ciao».
«Ciao, nonna», disse Marcus. «A presto».
Il cielo si aprì d’un tratto e Leslie disse:
«Guarda che pioggia! Non puoi guidare con questo tempo, mamma. Non è il caso di mettersi sulla strada bagnata. Non vorrai mica passare la notte qui, vero?»
«Vuoi che resti?», disse la madre.
«Mi chiami quando arrivi?», chiese Leslie. Era una routine: la madre la avvisava sempre quando era a casa.
«Sì», disse la madre. «Ti chiamerò».
«È ora di prepararsi per andare a letto», disse Leslie, guidando Marcus nella sua stanza. Tirò le tende contro il buio di fuori.
«Non voglio dormire al piano di sotto», disse Marcus.
«Beh», disse Leslie, «ora dobbiamo dormire qui. C’è solo il piano di sotto, ormai. Su, braccia in alto».
Lo aiutò a togliersi la maglietta.
«Mi piaceva di più la nostra vecchia casa», disse Marcus.
«Sì», disse Leslie. «Anche a me. Ma è bello vivere vicino al mare, non trovi? È bello stare più vicino alla nonna e al nonno, vero?». Rimasero un momento in silenzio: fuori la pioggia continuava a cadere.
«Non credo che la nonna mi voglia bene», disse Marcus.
«Ma certo che ti vuole bene», disse Leslie, porgendogli i pantaloni del pigiama. «Viene a trovarti, no?»
«Viene», disse Marcus. «Ma non credo che mi voglia bene».
«È arrabbiata», disse Leslie, «perché hai rotto il fossile». Marcus si infilò sotto le coperte.
«Rimani con me?», chiese.
«Rimango finché non ti addormenti», disse Leslie. Si stese accanto a lui e gli lesse una storia che lo spaventò un po’. Poi abbassò la lampada e cantò a bassa voce, finché non si addormentò lei stessa accanto al figlio. Il telefono squillò nell’ingresso: fu quello a svegliarla.
Alla luce fioca della lampada uscì dalla stanza del bambino, facendo attenzione a non calpestare i giocattoli sparsi sul pavimento. Aprì la porta della stanza e la luce dell’ingresso, abbagliante, la investì. Tirò la porta dietro di sé e sollevò la cornetta.
«Leslie?», era il patrigno. «Ruth è da te?»
«No», disse Leslie. «Mamma è andata via dopo il tè». L’orologio a pendolo alle sue spalle rintoccò, e lei si voltò a guardare quanto fosse tardi. Sua madre avrebbe dovuto essere a casa da ore.
«Verrò io a cercarla», disse il patrigno. «Magari si è fermata, o l’auto si è guastata».
Leslie girò lo sguardo verso la porta d’ingresso. Aveva sentito qualcosa? La luce del portico era accesa, ma non si vedeva nulla attraverso il vetro. Aprì la porta con il telefono ancora all’orecchio, ma non c’era nessuno.
Guardò la notte agitata, cercando di non pensare alla macchina della madre schiantata in un fosso, le portiere incastrate, o sotto un camion, sua madre morta sul colpo. O peggio: non morta del tutto, ma intrappolata.
«Resto vicino al telefono», disse al patrigno, la voce tremante. «Credi che dovrei chiamare l’ospedale?».
I peli sulle sue braccia nude si drizzarono. Chiuse la porta e la serrò a chiave. Mentre tornava lungo il corridoio con la voce del patrigno ancora all’orecchio, ci mise un attimo a notare suo figlio: sveglio, gli occhi grandi, in piedi sulla soglia della sua stanza.
«Questo fantasma non sarà mai felice», disse Marcus.
Leslie cercò il disegno nelle sue mani. Ma erano vuote.
Il bambino le si aggrappò ai vestiti, senza guardarla davvero, fissando invece oltre la sua spalla. Verso la porta d’ingresso. Da cui filtrava l’aria gelida che Leslie sentiva scorrere sulla schiena.
Aria gelida in cui il rintocco dell’orologio a pendolo sembrava ancora vibrare.
H.G. TUDOR – “The Stone Dead” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

