Site icon Conoscere il Narcisista

CIMENTARSI IN GIOCHI

In una delle nostre sessioni il Dr E. mi ha chiesto quale fosse il mio gioco preferito. Ho replicato che questo implica che io faccia dei giochi. Lui si è scusato e mi ha chiesto quale fosse la mia attività preferita. Io ho risposto che amo giocare. Ha cominciato a sospirare ma ha cercato di nasconderlo (il che mi ha ricordato un’ex fidanzata Becky, che lo faceva spesso. Era abbastanza intelligente da capire che i sospiri mi facevano infuriare. Sembra noia. Chi mai potrebbe annoiarsi con me intorno?, poi mi ha chiesto quale fosse il mio gioco preferito. Ho risposto che non ho un gioco preferito, perché ho sempre giocato ad un unico gioco. Lui ha annuito e mi ha chiesto quale fosse.

Ho spiegato che amo confondere la gente. Mi ha invitato a spiegare meglio il concetto. Sono stato felice di farlo. Ho spiegato che mi provoca divertimento vedere le persone confuse e perplesse. Ad esempio potevo accusarle di ignorarmi. Loro protestavano e spiegavano che mi avevano regolarmente mandato messaggi. Allora io facevo notare la distanza temporale tra un messaggio e l’altro, diciamo 15 minuti (che è un’eternità quanto sto aspettando una risposta)  dimostrando così con chiara evidenza che mi stavano ignorando. Loro non approvavano ribattendo che non le avevo cercate per una settimana e questo è ignorare qualcuno. Allora dicevo loro che stavano cercando di scaricare su di me i loro problemi, come fanno sempre, che la cosa mi ferisce e che se mi amassero come dicono, non agirebbero certo in questo modo. Spiegavo loro che d’altra parte non avevano il dovere di amarmi. Allora loro protestavano dicendo che mi amavano, ripetendo che non mi avevano trascurato. Le accusavo allora di ipocrisia e me ne andavo. Una veloce occhiata dietro la mia spalla mi confermava, dalla perplessa, attonita espressione sulla loro faccia, che erano confuse.

In alternativa, potevo accordarmi con alcune per andare a cena insieme e non presentarmi. A quel punto mi chiamavano chiedendo dove fossi. Ignoravo sempre le prime due chiamate. Rispondevo alla terza e le ascoltavo mentre mi domandavano dove fossi (perché a questo punto erano agitate), rispondevo in modo calmo che avevano sbagliato data, che ero impegnato con un’altra persona al momento (nonostante questo spesso non fosse vero) e come mai avessero interrotto ciò che stavo facendo per accusarmi dei loro errori. Inizialmente insistevano sul fatto che avevo torto ma io spiegavo in modo calmo che non era così. Come potevo essere in errore? Avevo un altro appuntamento e certamente non avrei accettato di incontrarle per cena dal momento che ero già impegnato.
Potevo allora percepire la loro voce incrinarsi per il dubbio. Questo mi incoraggiava. A questo punto dicevo loro che avevano avuto una sorta di vuoto di memoria, probabilmente dovuto al bere eccessivo e consigliavo loro di limitarsi e nel caso cercare aiuto.
In alcuni casi (Samantha è stata la prima a reagire così), lei allora gridava perdendo le staffe. Spiegavo quindi che non potevo aver a che fare con lei quando era in quelle condizioni e di non chiamarmi fino a che non si fosse calmata. Chiudevo la chiamata crogiolandomi nel piacere. Qualche altra volta andava meglio, quando le altre si scusavano, e il pezzo forte era quando a volte dicevano docilmente:

«Scusami, hai ragione tu». Centro! Ricordavo loro:

«Come sempre», e terminavano la telefonata scusandosi ulteriormente.

Ho passato tre ore a spiegare al Dr. E. tutte le varianti e le derivazioni di questo gioco. Mi ha interrotto solamente quando la segretaria gli ha ricordato di avere un altro appuntamento. Era chiaramente affascinato di apprendere particolari su questo gioco che faccio. Dopo che la segretaria è uscita dalla stanza, mi ha guardato e mi ha chiesto se avevo un nome per questo gioco. Ho confessato di non averlo (cosa che mi ha infastidito come se avesse trovato qualcosa a cui non avevo pensato), e immediatamente ho cominciato a scorrere nella mente una varietà di nomi da attribuire al mio gioco.
Prima che ne trovassi uno, il Dr. E mi ha detto che aveva lui un nome. Ero curioso (anche se ho finto disinteresse non dicendo nulla) e ho aspettato. Non ha detto niente.

«Allora, qual è?», sono sbottato, irritato dalla sua risposta a singhiozzi.

«Si chiama Gaslighting».

Ho annuito. Ho un nome per il mio gioco. Mi piace ma non l’ho ringraziato, lo ha probabilmente preso dal nome di un negozio o di un libro e riutilizzato. La sua specie è palesemente ladruncola di idee altrui. Non ho riflettuto sull’origine dell’appellativo, la cosa importante è che ora il mio gioco ha un nome. Gaslighting.

Traduzione di PAOLA DE CARLI dal testo originale di H.G. TUDOR

Exit mobile version