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CONOSCERE LO PSICOPATICO: BRUCIA. BRUCIA SOLO PER ME…

Fuoco.
Il potere della conflagrazione mentre consuma tutto ciò che ha davanti.
Dominante. Incrollabile. Spietato.
Il ruggito dell’aria mentre viene risucchiata in quel vortice, mentre le fiamme si gonfiano, i colori che si avvolgono in quella danza ipnotica.
Oh, che potere glorioso incarnato nelle fiamme di giallo, ambra, oro, arancio, ruggine, rame e mandarino.
Lo scoppiettare, gli schiocchi, il gemito del legno mentre soccombe a quella forza irresistibile.
Il sibilo di un liquido, forse la linfa in un ramo o il ribollire della plastica che si scioglie.
Nulla arresta l’avanzata di questa possente muraglia di fuoco.
Un incendio di forza indomabile che divora tutto ciò che tocca.

Il legno annerisce e prende fuoco, le fiamme danzanti lo avvolgono, lo circondano.
La gomma si scioglie lentamente, il fumo nero e acre si sprigiona da essa; la vernice si sfoglia e si gonfia prima di ribollire nell’etere.
La carta, così patetica, prende fuoco senza nemmeno essere toccata dalla fiamma, tanto è intenso il calore che la circonda, mentre si piega e le fiamme le esplodono addosso come un fiore che sboccia.

Una forza così potente, un inferno così distruttivo che consuma e lascia dietro di sé solo cenere, metallo annerito e il fetore della combustione.
Il fuoco non discrimina: conquista e sottomette. Nulla gli si para davanti. Tessuto, legno, plastica, vetro, vegetazione – qualunque cosa sia, verrà consumata dai soldati in marcia della fiamma, dall’esercito che diventa sempre più forte mentre avanza.
Più consuma, più distrugge e più diventa potente.

Alimenta il fuoco, dagli carburante, mantienilo alimentato, guardalo volere sempre più carburante e, mentre lo riceve, osserva come diventa ancora più pericoloso, come si muove a una velocità tale da superare un uomo in corsa, guardalo demolire, divorare e distruggere.
Fuoco.

Il fuoco è sempre stato una mia fascinazione.
Trovo bellezza nella sua forma e nel suo potere. Mi offrivo sempre volontario per accendere le candele a tavola, strofinando il fiammifero e respirando quell’odore sulfureo mentre prendeva vita.
Osservavo la fiamma per un momento, studiando questa nuova forma di vita mentre tremolava e vacillava nell’esistenza.
La fiamma tremolante alla fine si stabilizzava, come un puledro che trova l’equilibrio, e allora la introducevo a ogni stoppino delle quattro candele che venivano sempre portate per essere accese.

Quelle candele non venivano mai usate due volte.
A seconda di quanto durava la cena, ciò che restava veniva buttato via e nuove candele venivano messe sul tavolo.
Cercavo sempre di accenderle tutte e quattro con un solo fiammifero, muovendo con attenzione il fiammifero acceso dalla prima alla seconda, poi alla terza e infine alla quarta.
Il dolce abbraccio della fiamma gialla che passava dal fiammifero allo stoppino, e poi una nuova fiamma, una nuova progenie che nasceva.
Uno, due, tre e quattro.

Una volta finito, con il fiammifero ancora acceso, mi giravo cercando qualcos’altro da incendiare.
Il giornale di papà?
La tovaglia?
I capelli di mia sorella?

I pensieri arrivavano rapidi mentre restavo in attesa con la mia bacchetta infuocata, crogiolandomi all’idea di scatenare caos e reazioni attraverso l’applicazione della fiamma.
Questi progetti immediati venivano spesso frustrati dall’ingresso improvviso di un altro membro della famiglia; distratto, il fiammifero mi bruciava le dita, facendomi imprecate, e lo spegnevo.
La scatola dei fiammiferi mi veniva tolta, anche se naturalmente ne avevo già nascosti tre o quattro in tasca per usarli altrove.
Sapevo che il fiammifero poteva essere acceso anche sulla zip dei pantaloni e che avrei di nuovo tenuto il potere del fuoco nella mia mano.

Cosa avrei bruciato?
Qualsiasi cosa?
Tutto?

Prendevo il fumetto di mio fratello e avvicinavo il fiammifero acceso all’angolo, tenendolo sopra la vasca da bagno.
Osservavo le fiamme crescere mentre resistevo il più a lungo possibile, vedendo gli aranci e i gialli salire e divorare i volti, i personaggi, le parole nei fumetti.
Guarda quanto è completo il fuoco.
Vedi come annienta l’arte, cancella le parole, elimina l’esistenza stessa di tutto ciò che c’è in quel fumetto.
Li cancella dalla faccia della terra.

Lasciavo cadere il fumetto annerito e ancora ardente nella vasca e fissavo finché non diventava completamente nero.

«HG! Cos’è quell’odore?», gridava una voce (a volte) dall’altra parte della porta.

«Credo che un vicino stia bruciando rifiuti in un falò», rispondevo senza esitazione mentre aprivo la finestra per far uscire il fumo.

«Che stai facendo?»

«Cosa pensi che stia facendo in bagno? Vattene!», ordinavo.

Seguiva una pausa, poi la voce intimava:

«Sbrigati».

Io ignoravo l’ordine, aprivo il rubinetto e riducevo la carta fragile e annerita in grumi fradici che scivolavano giù per lo scarico.
Prendevo uno spray e lo spruzzavo per mascherare l’odore di fumo, poi mi sedevo sul water stringendo i fiammiferi rimasti e contemplando cosa avrei fatto con loro.
Dove avrei portato il mio fuoco la prossima volta?

Così mia sorella trovava talvolta bambole rapite e condannate a una pira funeraria costruita in giardino.
Accatastavo ramoscelli e piccoli rami, giornale attorcigliato tra di essi, poi mettevo Cindy o Barbie sopra e, con una solennità degna di una cerimonia religiosa, accendevo il fiammifero e recitavo i peccati della bambola che richiedevano la sua purificazione attraverso il fuoco.

Alberi venivano bruciacchiati nel giardino mentre cercavo di incendiarne la corteccia.
Fotografie venivano strappate dagli album e posizionate con cura su un fuoco già acceso per guardare le fiamme cancellare le persone ritratte.
Le immagini dei miei abusatori erano particolarmente ricercate e rimosse dagli album, non solo a casa mia, ma anche a casa di mio zio.
Che brucino ciò che hanno fatto e ciò che fanno.
Brucia.

Trovavo che la precisione clinica della fiamma mi rispecchiasse.
Incessante. Impietosa. Implacabile.
Dispensava l’oblio senza alcuna preoccupazione, esitazione o ripensamento.
Proprio come facevo io.

C’era così tanto da bruciare, così tanti scenari e materiali che perivano sotto la mia ossessione per il fuoco mentre sperimentavo e imparavo, e come per ogni cosa che mi riguarda, avevo bisogno di risultati più grandi, più appaganti, più memorabili.

Durante una parte della mia infanzia, io e i miei amici inventavamo giochi nel giardino avvolto dall’oscurità durante l’autunno e l’inverno.
Costruivamo spade, scudi, armature, mazze, flagelli e molto altro, creando avventura dopo avventura.
Invariabilmente accendevamo un fuoco dietro uno degli edifici di servizio nei vasti giardini. Quel fuoco fungeva da falò attorno al quale ci riunivamo, i nostri volti giovani illuminati dalle fiamme mentre discutevamo quale accampamento di orchi avremmo assaltato o se il drago rosso sarebbe sceso dal suo covo per darci la caccia dopo che avevamo rubato parte del suo tesoro.

Uno dei miei amici si chiamava David e ci fu un’occasione in cui mio padre, il padre di David, David ed io eravamo tutti seduti nell’auto di mio padre mentre ci portava da qualche parte un sabato pomeriggio.

«Papà, posso dormire a casa di HG stasera?», chiese David.

Suo padre, un uomo cupo che si credeva molto più intelligente di quanto fosse (un contabile pedante in qualche istituzione governativa), si girò sul sedile del passeggero e si rivolse al figlio.

«Sì, puoi», poi rivolse lo sguardo verso di me.
«Ma non tornare puzzando di quel maledetto fumo. Succede ogni volta che giochi con lui», aggiunse.

Lui? Lui? Lui!

Sentii le mie stesse fiamme divampare dentro di me.
Chi credeva di essere per riferirsi a me come lui?

Guardai verso lo specchietto retrovisore e gli occhi di mio padre si posarono su di me mentre inclinava la testa, invitandomi a confermare. Debole, come sempre, mio padre.

«Oh no, David non odorerà di fumo, stasera a casa mia non ci sarà alcun fuoco», risposi con calma.
Ricambiai lo sguardo del padre di David. Non mi faceva paura.

Mi fissò per un momento, poi annuì soddisfatto prima di tornare a guardare avanti e coinvolgere mio padre in qualche osservazione noiosa sulla contabilità a partita doppia o qualcosa del genere.

Mantenendo la mia parola, quando David e gli altri amici si unirono a me a casa mia, insieme a mio fratello, non accendemmo alcun fuoco.
Spiegai che ciò avrebbe inevitabilmente attirato coloro che, nel gioco, ci stavano dando la caccia e così il giardino rimase avvolto in una relativa oscurità.

I miei amici erano impegnati a raccogliere vari ingredienti dal giardino da aggiungere alla nostra collezione di pozioni, che venivano preparate e conservate in una vecchia dependance di pietra.
Mentre loro si dedicavano alla raccolta di funghi, frutta caduta, strisce di corteccia, foglie ed erbe dall’orto, io mi allontanai dal gruppo e, avvolto dalla quasi oscurità, mi diressi verso una zona del giardino dove alcuni tronchi erano accatastati al riparo vicino a un capanno.

Il mio premio si trovava tre file in profondità e quattro colonne in alto.
La mia mano scivolò all’interno e toccò la sommità della bottiglia nascosta lì.
La tirai fuori.
Era una bottiglia vuota di limonata che normalmente sarebbe stata restituita al negozio per una piccola cauzione, ma questa volta aveva un debito ben più importante da saldare.

Infilai la bottiglia sotto il cappotto e mi muovetti rapido lungo il vecchio muro del giardino fino all’estremità.
Scavalcai con agilità la recinzione finale e atterrai tra i cespugli dall’altra parte, trovandomi così in un altro giardino, appartenente a un vicino.

Sapevo esattamente dove stavo andando (l’avevo fatto molte volte prima come scorciatoia) mentre mi facevo strada tra i cespugli, attraversando una recinzione, costeggiando il retro di un altro giardino, superando un muretto basso, attraversando ancora un giardino e infine scavalcando un altro muro di pietra per ritrovarmi nel giardino della famiglia di David.

Mi accovacciai, sentendo quella sensazione familiare di potere che cominciava a crescere dentro di me.

«Lui?», sibilai a bassa voce.

Davanti a me vidi il capanno degli attrezzi in fondo al giardino e avanzai verso di esso.
Mi abbassai e guardai in alto.
Il prato era lungo, più stretto di quello di casa mia, e saliva fino alla casa, dove potevo distinguere il profilo della luce attorno alle tende che incorniciavano varie finestre.

La luna forniva un po’ di luce e attesi, assicurandomi che nessuno stesse osservando da una finestra il giardino nero come l’inchiostro.
Soddisfatto di non essere visto, infilai la mano sotto il cappotto ed estrassi la bottiglia di limonata.
Svitai il tappo e lo misi in un’altra tasca.

L’odore intenso della benzina salì nell’aria.
Ah, che profumo delizioso.
Sa di potere.

Avevo rubato la benzina quella stessa giornata dalla tanica tenuta nel garage.
Una parte si era versata sul pavimento di pietra e avevo avuto la tentazione di accenderla e guardare le fiamme danzare finché il carburante non fosse bruciato del tutto, ma avevo resistito.
Sapevo che ci sarebbe stato uno spettacolo di gran lunga migliore da godere.

Versai la benzina lungo il legno del capanno, lasciando che il liquido potente ricoprisse la parte inferiore mentre, accovacciato, mi muovevo all’indietro continuando a versare, assicurandomi di impregnare una porzione di terra e foglie autunnali sul lato nord-ovest del capanno, fino a svuotare completamente la bottiglia.

Rimisi il tappo e infilai la bottiglia vuota nella tasca interna del cappotto.
Allungai la mano verso un’altra tasca, la aprii e ne estrassi la scatola di fiammiferi mentre mi allontanavo ancora, ritirandomi tra i cespugli all’estremità del giardino.

«Lui?», ripetei.

Presi un fiammifero e lo strisciai contro la scatola.
Si accese e io proteggii la fiamma con la mano lasciandole il tempo di stabilizzarsi.

Alzai lo sguardo e dissi:
«Brucia. Brucia solo per me».

Lanciai il fiammifero a breve distanza così che cadesse sulla zona impregnata e le fiamme presero immediatamente.
Ci fu quel suono soddisfacente di “wumph” mentre le fiamme esplodevano, seguito da quel momento meraviglioso in cui le fiamme scorrevano lungo il bordo del capanno intriso di benzina.

Le fiamme blu e gialle si innalzarono mentre la benzina bruciava, poi i colori virarono all’arancione e al giallo quando il legno del capanno venne attaccato dall’incendio in crescita.

Guardai e arretrai.
Fissai il fuoco che aumentava, i primi suoni di crepitio che emergevano mentre il legno secco cominciava a soccombere al suo aggressore.

Continuai ad arretrare finché sentii il muro di pietra contro la schiena e lì, nascosto tra i cespugli, osservai l’inferno che si stava formando.

Le fiamme si alzarono sempre di più, lunghe lingue arancioni che si protendevano verso l’alto; il legno gemeva e scoppiava, crepitava e schioccava mentre le fiamme continuavano a crescere.

Le vidi lambire la parte inferiore della finestra di vetro, le vidi avvolgere gli altri lati del capanno, le vidi salire verso il tetto, un’edera arancione che si arrampicava e inghiottiva tutto.

Ci fu un primo schiocco secco quando un vetro si incrinò, il pannello si ruppe ma rimase per un istante ancora al suo posto prima di frantumarsi di nuovo e cadere sul pavimento.

Ora le fiamme potevano, come un ladro, insinuarsi all’interno, le lunghe membra arancioni che penetravano per cercare ciò che vi si trovava dentro.
Attrezzi da giardino, fertilizzanti, sostanze chimiche, giocattoli, vernici, biciclette – qualunque cosa fosse, ora veniva consumata.


«Gesù! Chiama i pompieri!», gridò una voce dalla casa.

Vidi qualcuno fermo in cima ai gradini di pietra che scendevano nel giardino.
Era immobile, incerto se avanzare o correre a prendere il tubo dell’acqua per tentare una rudimentale lotta contro l’incendio.

Sentii un’altra ondata salire dentro di me mentre ascoltavo quella reazione al mio fuoco.

Attesi ancora un istante, assaporando la scena della conflagrazione mentre il capanno era ormai quasi completamente avvolto.
Era legno vecchio e secco, senza alcuna possibilità contro quell’inferno alimentato da accelerante.

Che soddisfazione vedere quelle fiamme e sapere che l’odore di fumo non proveniva dal mio giardino, proprio come avevo promesso, ma che avevo portato l’odore di fumo lì, insieme al mio fedele e abile amico: il fuoco.

Era il momento di andarmene.

Scavalcai il muro di pietra, mi infilai nel giardino del vicino e corsi rapidamente verso casa mia.

L’avevo fatto bruciare.
Gli avevo dimostrato.

Questo era solo l’inizio.

Brucia.
Brucia solo per me…

H.G. TUDOR – “Burn, Burn Just For Me…” – Traduzione di PAOLA DE CARLI

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