👤 ANGELO DI MIA CREAZIONE

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Mi ricordo ancora con una chiarezza che lascia senza fiato, la prima volta che mi sono innamorato. Avevo 17 anni e c’era una ragazza nella mia classe che si chiamava Amanda. Era alta, dall’aria innocente e con il naso leggermente all’insù. I suoi capelli erano chiari e lunghi, ondeggiavano sempre dietro di lei..Sembrava sempre di fretta passando da un posto all’altro ma lo faceva con una camminata misurata che la faceva sembrare in qualche modo eterea.
Stavo lì e la guardavo andare avanti e indietro per i corridoi della scuola, la sua stecca da Hockey che sbucava dalla sua borsa e le scuse che uscivano da quella bocca seducente ogni volta che la stecca andava contro le altre persone. Mi sedevo in classe in modo da poterla guardare senza che mi notasse. Stavo in posizione ore sette dell’orologio rispetto a lei e mi abbeveravo guardando un fotogramma di lei mentre stava chinata sul banco, quelle lunghe dita che stringevano la stilografica, l’inchiostro blu che macchiava il suo dito indice. Quanto amavo il suo polso sottile spesso rivolto verso di me, la carnagione leggermente pallida rispetto al resto di lei che sembrava baciata dal sole.
La sua figura era atletica, la sua pelle leggermente abbronzata e profumava sempre di pulito. Ogni volta che mi passava vicino respiravo profondamente in modo che ogni molecola della sua fragranza mi travolgesse. Stavo sdraiato a letto, gli occhi chiusi ad immaginare che ci incontravamo e passavamo del tempo insieme. Immaginavo di proteggerla dalle cose che potessero profanare una così preziosa persona dato che conoscevo bene le tenebre che si nascondevano aspettando di intrappolare qualcuno puro come lei.
Conosco la mia tipologia e cosa accade nelle nostre menti. Mi masturbavo freneticamente evocando immagini di lei nuda che mi si avvolgevano intorno, le sue morbide labbra premute sulla mia guancia. Non potevo resistere al suo fascino anche se mi maledivo dopo essere arrivato al culmine del piacere per essermi permesso di pensare a lei in questo modo. Ogni tanto mi sorrideva e mi lasciava stordito per la gioia.

Con molta cura ho costruito un portfolio di informazioni riguardanti lei. Non c’era internet ad aiutarmi e la mia opera di spionaggio era una combinazione di osservazione e domande discrete fatte ai suoi amici. Sapevo dove viveva, una piccola cittadina vicina alla mia e la sua camera era sul davanti della casa sopra l’entrata principale. Spesso usava la bici e al Sabato mattina andava a cavallo. Sapevo che era una fan dei Duran Duran e aveva una specie di cotta per Simon Le Bon quando era più piccola. Sapevo che le piaceva fare sport e la sua bibita preferita era il Vimto. A poco a poco ho annotato tutto questo e l’ho memorizzato in previsione del giorno in cui avremmo parlato. Avevo previsto già come chiederle di uscire con me. Avevo pensato che avremmo potuto andare a vedere un film insieme, qualcosa di un po’ spaventoso così quelle dita deliziose avrebbero potuto allungarsi e prendere le mie per farsi rassicurare. Mi chiedevo se sapeva pattinare sul ghiaccio e se no come si sarebbe appoggiata a me mentre ci muovevamo lungo la pista di pattinaggio. Sognavo di prenderle la mano e lasciare che le mie dita accarezzassero la sua pelle così pulita e pura.

Non avevo mai avuto alcun indizio che avesse un ragazzo anche se sapevo dai commenti degli altri della classe che a loro piaceva. Dentro mi sentivo ferito quando li sentivo riferirsi a lei con modi volgari. Lei non apparteneva a loro per poterle parlare in quel modo e durante l’ora di storia meditavo su come far soffrire quegli stupidi per aver biascicato della mia dolce Amanda.

Lungo tutto quel primo anno di college del sesto anno l’ho amata con una nobile purezza e non ho mai parlato a nessuno del fatto che fossi innamorato di lei, ma sapevo che era amore. Come poteva questa potentissima sensazione che provavo ogni volta che la vedevo, la sentivo parlare o ne sentivo il profumo, essere altro? Le vacanze estive furono un vuoto pieno di dolore e quando passavo raramente davanti a casa sua non c’era segno di Amanda. Una volta sono arrivato fino alla porta di ingresso e stavo per lasciarle un messaggio nella cassetta della posta ma poi i miei nervi mi hanno tradito e sono tornato indietro.

Una volta ritornato l’Autunno e con l’inizio del nuovo anno, sono tornato a scuola con aspettativa entusiasta. Seduto nel mio solito posto, aspettando che lei volteggiasse in aula, mi chiedevo se fosse cambiata molto durante le vacanze estive. Il professore arrivò ed iniziò la lezione, ma Amanda non c’era. Non apparve nemmeno nel resto della settimana. E neanche nella successiva. Il mio sonno era frammentato dalle domande su dove fosse finita e alla fine chiesi al nostro tutor. Mi spiegò che la sua famiglia si era trasferita durante l’estate per via del lavoro di suo padre. Non sapeva esattamente dove. La mia rabbia per averla perduta era monumentale ma la tenni nascosta dentro, come mi era stato insegnato non volevo che il mondo vedesse l’agonia che covavo dentro. Provai a chiedere dove si era trasferita ma le mie domande non diedero risultati.

Gli anni sono passati e ho continuato a cercarla. Ho usato la tecnologia per provare a localizzarla ma non è servito a niente. Il suo nome potrebbe essere cambiato e quindi mi sfugge. Ho guardato nei profili dei suoi vecchi amici per vedere se sono rimasti in contatto ma rimane nascosta. Ho portato il peso del mio amore perduto per tutto questo tempo nonostante mi sia rifugiato tra le soffici braccia di innumerevoli donne, ogni volta sperando che Amanda apparisse nel loro abbraccio o nel loro profumo, ogni volta mi lascia distrutto e amaramente deluso. Nessuna di loro si può avvicinare all’angelo che riempiva di grazia la mia classe. Nessuna di loro la eguaglia in purezza e grazia, nelle sue immacolate maniere e nei movimenti graziosi. Il mio amore per Amanda era perfetto e ho paura che niente possa competere. Ogni singola volta loro si mostrano così promettenti e ogni singola volta rimango deluso e pieno di rabbia quando falliscono mostruosamente di fronte alla sua perfezione. Mi rifiuto di rinunciare al mio angelo, non lo farò mai, perché è con lei che troverò la salvezza.

H.G. TUDOR

Angel of My Creation

👤 VA TUTTO BENE O NON FA COSÌ SCHIFO

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Nella tarda primavera scorsa ho avuto l’occasione di andare in Scozia. Un paese meraviglioso pieno di bellissimi panorami e con moltissima storia. Ho realizzato di essere piuttosto vicino ad un posto dove ho passato una manciata di vacanze durante l’infanzia e ho deciso di guidare fino lì per accertarmi se fosse rimasto come ricordavo. Ho trovato la tenuta con facilità e ho seguito l’unica strada rurale provando a vedere qualcosa di sfuggita, qualcosa che mi ricordasse le nostre visite qui. Questo fino a quando ho girato dalla strada verso un vialetto d’ingresso e sapevo di aver trovato il posto. Ho fermato la macchina e mi sono messo a fissare il vialetto. Era contornato da decine di alberi di ciliegio in piena fioritura. Ho ricordato la prima volta che ho visto questo viale e sono stato riportato indietro alla vivacità del rosa fiorito e a come pioveva sopra di noi mentre mio padre ci portava lungo il vialetto, il vento scomponeva i fiori facendoli cadere sopra di noi. Era quasi un quadro e qualcosa che ho sempre ricordato anche se non così tanto come ciò che avvenne dopo.

Avevamo trascorso una settimana in un hotel a cinque stelle a circa un’ora di strada da dove ci trovavamo adesso. Questo su insistenza di mia madre che aveva dichiarato

“Se devo starci allora voglio essere circondata dal lusso.”

La tipica rabbia gelida garantita finché mio padre, come sempre, concesse e accordò e fu d’accordo che saremmo rimasti prima per una settimana e una volta finito per altri quattro giorni in un sontuoso hotel. Il posto verso cui eravamo diretti era una tenuta di un amico di mio padre. Avevano fatto parte entrambi della Royal Air Force e Geraint, il suo amico, si era ritirato in Scozia per sovrintendere a questa tenuta. Mia madre non aveva più detto nulla dal momento in cui avevamo lasciato l’albergo quella mattina. Stava seduta, la sua ira gelida ghiacciava l’interno della macchina mentre mio padre guidava verso la tenuta. Mia sorella blaterava in modo incessante durante il viaggio, facendo commenti su ogni cosa che passavamo per riempire il silenzio. Mio padre era concentrato sulla strada utilizzando in modo efficace questo gelido viaggio in macchina e senza dubbio domandandosi come avrebbe continuato a comportarsi mia madre una volta arrivati. Io sapevo esattamente ciò che avrebbe fatto e potevo vedere il mio riflesso mentre sorridevo con trepidazione.

La nostra macchina procedeva lentamente lungo questo luminoso tunnel rosa fino a che fummo fermati da un cancello. Su una collinetta a destra c’era una grande e stupefacente casa da cui una figura, che supponevo fosse Geraint, un po’ camminava e un po’ saltellava. I suo pantaloni di velluto rossi ospitavano due gambe che saltavano in mezzo al prato ben curato che abbracciava la collinetta, il colore contrastava con il color senape del maglione e il verde della maglietta sotto. Era colorato come l’entrata della sua tenuta. Mio padre abbassò il finestrino mentre Geraint si avvicinava e diceva con voce tonante nella macchina,

“Ciao ciao, a tutti voi splendide persone, va tutto benone o non fa così schifo?”

L’abitacolo della macchina esplose di risate per questa espressione. Non avevamo mai sentito nulla di quel tipo e unito a questo uomo multicolore che aveva un enorme sorriso sulla faccia eravamo estremamente divertiti. Questo divenne il mantra della settimana dato che io e i miei fratelli appena ce n’era l’opportunità ci chiedevamo l’un l’altro se andava tutto bene o se non faceva così schifo. Mentre stavo ancora ridendo vidi mia madre chinarsi verso il lato di mio padre e trillare

“Geraint che meraviglia vederti. Ti trovo benissimo. Lasciami dire che non vedevamo l’ora di stare da te questa settimana, è terribilmente gentile da parte tua ospitarci. È magnifico, ma dimmi come sta tua moglie?”

Ho sogghignato nel riconoscere che aveva fatto uscire la facciata. Ho dato un’occhiata allo specchietto retrovisore per vedere la reazione di mio padre. Come sospettavo era sollevato.

Noi bambini ci divertimmo durante quella settimana. Eravamo alloggiati in un grande cottage che chiaramente in passato doveva essere la casa di qualcuno che lavorava nella proprietà, un contadino o forse un guardaboschi. Geraint occupava la casa principale dove se ricordo bene mangiavamo tre volte al giorno e c’erano quindici cottage sparpagliati nella tenuta. Passavamo le giornate localizzandoli e aggiungendoli alla mappa che avevamo fatto. Mia madre alternava tra l’essere intensa e affascinante ogni volta che incontrava Geraint e la sua famiglia (stava benone) per poi stare seduta in silenzio quando relegata nel cottage (non così schifo). Come sempre mio padre le svolazzava intorno provando a celebrare le virtù del cottage e lo stile di vita semplice. Il cottage aveva un costante odore di muffa ed era necessario tagliare la legna all’esterno per accendere il camino e metterla nel forno aga per cucinare e riscaldare. A noi piaceva questa differenza dalle comodità usuali di cui godevamo a casa ma a mia madre no. Non emetteva alcun giudizio negativo. Non ne aveva bisogno dato che aveva ripetutamente rimproverato mio padre quando eravamo all’hotel riguardo la sua scelta nel venire a stare in questo “maledetto tugurio medioevale” e mi parve che il lusso più sfrenato su cui aveva insistito non le facesse così schifo dato che aveva trascorso tutto il tempo stroncando mio padre perché voleva vedere il suo vecchio compagno della RAF. Insultare e colpevolizzare poi hanno lasciato posto al suo atteggiamento glaciale per l’intera settimana. Non ricordo che mia madre parlasse a mio padre tranne in presenza di Geraint e della sua famiglia quando mia madre era il fascino personificato, lusinghiera e la star della cena.

Sì, questo viaggio è rimasto nella mia memoria per molte ragioni ma prima di tutto per la frase va tutto benone o non fa così schifo. Ho visto come queste polarità di stato vennero giocate da mia madre come parte della manipolazione su mio padre, la sua quasi straordinaria esitazione tra fascino delizioso e muto risentimento. Lei risplendeva e poi si ricopriva di ghiaccio. Sono venuto dell’idea che questa divertente frase è la più azzeccata per la nostra tipologia. Sia che tutto vada benone, sia bellissimo, meraviglioso e dorato o non faccia così schifo, orribile, terribile e crudele. Non c’è mai una via di mezzo. Nessuna neutralità. Non siamo mediocri o banali. Ti facciamo stare benone o ti sottoponiamo allo schifo.

H.G. TUDOR

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👤 DIMMI A COSA STAI PENSANDO

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Forse ricordi Sophie che è stata una delle mie ex-fidanzate. Lei era quel tipo di persona spensierata e passava da persona a persona dando amore con vivacità augurando loro il meglio. Era come una macchina che sputa fuori auguri, gentilezze e complimenti.

“Stai proprio bene, sei dimagrita”

“Quella gonna ti sta davvero bene”

“Ho sentito che vi siete sposati, sarete davvero felici. È davvero meraviglioso.”

“Hey che grande notizia del tuo nuovo lavoro. Sono davvero contenta per te.”

“Sembri così contento, sono davvero felice per te.”

Lei era davvero, davvero di buon carattere. Oh e le serviva davvero tanto. Non c’era nemmeno un grammo di cattiveria nel corpo di Sophie e vedeva sempre il lato bello di tutto. A mia volta ero affascinato per come lo gestiva e anche enormemente attratto dalla sua capacità di trasformare la sconfitta in una vittoria.

“È scontroso perché è stanco, lavora troppo lo sai.”

“Credo che non avesse tempo di parlarmi oggi, ha davvero grandi responsabilità. Davvero.”

“Non mi importa che si sia dimenticato del mio compleanno, sono solo davvero contenta di stare con lui, è abbastanza come regalo per me.”

“Non l’ho sentito quindi credo sia fuori con gli amici. È davvero bello passare del tempo con altre persone ogni tanto, mantiene le cose brillanti.”

Lei semplicemente saltellava allegramente distribuendo gentilezza e calore come se fosse tutto quello che era programmata per fare. Ho tratto questa conclusione perché dietro l’eterno sorriso, gli occhi scintillanti e le espressioni esultanti che indossava non c’era davvero molto altro. Non aveva alcun interesse politico, attualità, sport, storia, letteratura e così via. Ascoltava pazientemente se mi lanciavo contro l’ultima proposta riguardante l’immigrazione, annuendo e sorridendo e quando le chiedevo cosa ne pensasse diceva,

“Oh tutto questo è per gente davvero intelligente. Non per me.”

Non era mai sprezzante nel senso di riversare disprezzo solo perché non era interessata o non capiva. No, semplicemente non aveva interesse perché sentiva che era superiore a lei, non qualcosa di cui dovesse preoccuparsi. Era preoccupata di una cosa sola; saltellare intorno come una specie di fatina moderna spargendo ovunque bontà. Penso che mancasse molto nel senso di opinioni personali e pensieri perché solitamente sviava ogni tentativo di farle criticare qualcosa con un commento di modestia come quello sopra. Non sembrava mai essere colta in un momento di riflessione. Non sembrava mai fermarsi a pensare. Mi chiedeva solamente cosa pensavo io. Lo faceva continuamente. Era sempre preoccupata di sapere cosa stavo pensando.

“Che hai in mente?”

“Un penny per i tuoi pensieri?”

“A cosa stai pensando?”

“Dove hai la testa oggi?”

“Che succede lì sopra?”

Continuamente durante la giornata, mentre eravamo seduti a guardare la televisione, dopo che avevamo fatto l’amore, durante la cena, mentre passeggiavamo, mentre mi facevo la barba e così via. Voleva sempre sapere a cosa stavo pensando. Così glielo dicevo. Dal banale (Questo gel per la barba non è così buono come l’ultimo che ho comprato) passando per l’amorevole (stavo solo pensando quanto è meraviglioso stare con te) al feroce (“mi stavo solo chiedendo per quale ragione al mondo sto con una donna con la testa così vuota come te”). Questo era tutto quello che voleva sapere. Cosa stavo pensando? Andava avanti senza sosta, chiedendo e chiedendo e non importava cosa dicessi, che fossero complimenti o commenti brutali o frivolezze, lei sorrideva e annuiva soddisfatta.

Tutto questo la rendeva molto attraente per una persona come me all’inizio dato che era un generatore di carburante di gran quantità ma una volta consumato tutto, era davvero difficile denigrarla in modo da farla reagire nel modo che volevo. Mi faceva venire in mente quel giocattolo Gli Ovetti. Lo slogan de Gli Ovetti era “Gli Ovetti traballano ma non cadono”. Sophie era così. Se ero orribile con lei manteneva il sorriso (anche se pensavo o almeno speravo che stesse morendo dentro) creando scuse e trovando una motivazione per la mia sgradevolezza. Gli insulti sembravano solamente rimbalzarle sopra. Rompere piatti e soprammobili la faceva rimanere ferma a guardare con uno sguardo lievemente perplesso sul viso prima che rassettasse i pezzi. Non piangeva o mostrava paura. Stavo seduto a flirtare con altre donne su internet e facevo commenti a Sophie su quanto fossero attraenti. Mi guardava convenendo con le mie osservazioni e facendo complimenti su quanto fossero bianchi i loro denti o di come le piacesse il loro stile di capelli. Se stavo fuori fino a metà mattina mi chiedeva solo com’era andata la mia nottata. Sono sicuro che poteva sentire l’odore delle altre donne su di me ma non sembrava reagire. Era come se fosse avvolta in questa patina di gentilezza che era impervia a qualsiasi cattiveria le lanciassi. Rispondeva con un commento distensivo, trovando una scusa per ciò che avevo detto o fatto oppure semplicemente non reagiva andando avanti con la sua giornata. Mi chiedevo se mi avesse capito e questo fosse il suo modo di annullarmi. Come aveva fatto a fare una cosa simile? Chi l’aveva messa su questa strategia?

Un weekend stava con me nella mia casa e sono ritornato prima di quanto si aspettasse. Non mi aveva sentito entrare (spesso si è detto che riesco a muovermi con una strana abilità di essere molto calmo, saltando fuori senza avvertire) e potevo sentirla parlare dalla camera da letto. Sono strisciato più vicino e attraverso la porta leggermente socchiusa mi sono accorto che parlava con se stessa.

“Non devi pensare, non pensare Sophie. Continua solo a farlo. Sorridi e splendi, splendi e sorridi. Continua ad andare avanti. Non pensarci. Lo sappiamo che succede quando ci pensi. Accadono brutte cose ma noi non faremo cose brutte vero? No. Solo cose belle. Non sono io quella che pensa, lui lo fa. Devo sapere cosa sta pensando e poi posso renderlo felice, è più che giusto, lo merita no? Non pensare Sophie, non devi farlo, dai, ce la puoi fare, lo fai sempre. Fallo e non fantasticare.”

L’ho rubato e poi ho realizzato di cosa avevo bisogno per romperla.

Dopo questo, ogni volta che mi chiedeva cosa stessi pensando, rispondevo dicendo “Niente”. Appariva confusa e rifaceva la domanda. Ripetevo la mia risposta. Allora appariva lievemente ansiosa. Mi giravo verso di lei chiedendo

“Cosa ne pensi Tu”

Provava a sviare la mia domanda chiedendomelo ancora o cambiando argomento ma ora sapevo come arrivare a lei. Non le dicevo cosa stavo pensando e al suo posto la inseguivo per farmi dire cosa ci fosse dentro quella sua testa zuccherosa. Funzionò. È diventata irritata, arrabbiata, frustrata e ansiosa così ho continuato ancora ancora e ancora. Non avevo idea perché la turbasse così tanto. I suoi occhi si sono riempiti di panico mentre continuavo a non dirle nulla e poi è sembrato che si rimpicciolisse, la sua luce si è oscurata mentre le chiedevo cosa stesse davvero pensando. Non poteva farvi fronte. Non avevo capito cosa stesse pensando da causarle così tanto sgomento e non mi importava, tutto ciò che mi importava era essere in grado di provocarla per darmi quella reazione emotiva. Sembrava che pensare troppo da parte sua fosse una cosa veramente pericolosa. La cosa importante era che avevo capito come provocarle la fornitura di carburante negativo. Ti fa pensare, non è vero?

H.G. TUDOR

Tell Me What You Are Thinking

👤 LA PREMUROSA

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Vorrei parlarvi di una mia ex fidanzata, Karen. Karen questo è per te che non puoi sapere quanto spettacolare fosse la tua capacità di fornirmi di carburante. Una delle migliori, anche se non la migliore.

Usando il mio leggendario potere radar dell’empatia ho saputo scovarti come un maiale che annusa il tartufo. Qualcuno potrebbe suggerire che sia un paragone appropriato.
Ho identificato che eri una Curatrice. Tu sei passionale, premurosa e forte. Quale era il modo migliore di sfruttare questa dolce dolce energia con cui eri obbligata a rifornirmi? Ho pensato che con te non avrei utilizzato la bomba d’amore ma una tecnica differente. Sì, sono stato gentile, ti ho fatto i complimenti e mi sono interessato a te ma non ti ho bombardato nel modo in cui faccio usualmente. No, ho deciso che avevo bisogno di testarti. La ragione di questo è che per me rappresentavi una sfida. Molte delle mie vittime applicano il loro istinto di protezione quando inizio a svalutarle, sminuirle, umiliarle. Vogliono mettere a posto le cose per tornare ai tempi d’oro. Nel tuo caso ho optato di testarti fin dall’inizio.

Non ti era permesso di contattarmi per prima, dovevi aspettare fino a che non fossi io a contattarti e dopo dovevi rispondere entro un minuto. Se non lo facevi evidentemente non ti importava di me. Aspettavo ore in un giorno prima di contattarti. Mi stavo negando il carburante? Sì e no. Naturalmente non ricevevo il solito blitz di telefonate e di messaggi come di solito nel periodo del love bombing. Questa volta tuttavia sapevo che tu mi pensavi costantemente, chiedendoti quando avessi chiamato o avessi mandato un messaggio. Sapevo che controllavi costantemente il telefono stando in uno stato di allerta per rispondere. Sapere che ero costantemente presente mi forniva un altro tipo di carburante, ad una fase differente della relazione in cui di solito avveniva. Quando arrivava la prima risposta, il potere che mi procurava per averti lì piena di aspettativa e pronta, era intenso.

Insistevo che tu ti astenessi dal mangiare prima di me anche quando eravamo separati, per far sì che il tuo brontolio allo stomaco ti ricordasse che lo stavi facendo perché così avevo detto. Tu eri d’accordo perché volevi provarmi quanto fossi innamorata, piena di passione per me e che non saresti stata punita. Sei diventata presto una complice in questo gioco. Ho ideato e alzato la difficoltà delle sfide, pungolandoti ogni volta e tu sempre hai raccolto la sfida spesso superando le mie aspettative.

Come sempre, ero molti passi avanti a te. Quando mi sono stancato e ho iniziato a sminuirti, il condizionamento a cui ti avevo sottoposto nel nostro periodo d’oro era così forte che sei andata molto oltre per cercare di compiacermi. Non importa quanto fosse inutile tu non mollavi. Mostravi immense riserve di disciplina e forza, la tua profondità di carattere era sorprendente ed è stata tutta utilizzata su di me.

Potrei dirvi come la mia relazione con Karen sia finita ad un certo punto.

H.G. TUDOR

The Caretaker

👤 NEL MEZZO

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Ho avuto una seduta con la Dottoressa O. Sembrava così pulita e più invitante che mai. Ero seduto dall’altra parte della stanza rispetto a lei ma il profumo di pulito era percepibile. Scommettevo che se l’avessi assaggiata avrebbe saputo di pulito. I suoi vestiti erano immacolati, i suoi capelli splendenti e raccolti in una coda di cavallo e potevo vedere che le sue unghie erano ancora fresche di manicure. Il tipo di carnagione mi ricordava qualcuno conosciuto molto tempo prima. Immagino che si attenga a un energico regime di dieta, esercizio e cura della pelle per assicurarsi che la sua pelle sana e dall’aspetto soffice, continui ad essere così invitante per me. La Dottoressa O era impegnata nel discutere il mio comportamento.

“Cosa pensi di questo assunto?”ha iniziato, “Il tuo comportamento è ripetitivo. Attiri le persone verso di te, le ferisci e poi le metti da parte solo per poi attirarle di nuovo.”

Ho aspettato mentre prendevo in considerazione il commento.

“Prima che risponda, desidero aggiungere un’obiezione.” Ho commentato.

“Forse potresti rispondere senza l’obiezione. Manterrà le cose più semplici.”

“Ma è importante perché tu comprenda il contesto della risposta.”

“E se invece rispondi prima alla domanda e poi aggiungi l’obiezione?”Ha proposto.

I riflettuto su questo. Facendo così indubbiamente l’avrei compiaciuta. Accontentandola si sentirà attratta verso di me.

“Piuttosto equo. Questo assunto è esatto, tuttavia,” ho risposto.

Lei ha alzato una mano. Normalmente avrei proseguito, dopotutto, chi sulla terra è in diritto di stopparmi quando sto parlando? Continuavo a sentire che essendo indulgente con lei, avrei tratto un beneficio io stesso.

“Grazie. Cosa senti riguardo a questo assunto? Tu sei bloccato nel tuo comportamento.”

Lei ha indagato con una domanda ulteriore, quando invece mi aveva detto che mi avrebbe consentito di aggiungere il monito. Mi ha ingannato. Ho fatto nel modo a cui aveva acconsentito e ora lei sta rinnegando l’accordo. Non ero contento. Potevo sentire la rabbia crescermi dentro. Sapevo perché aveva fatto così. Voleva farmi sentire piccolo. Questo è ciò che fanno tutti, proprio come lei. Provano a farmi sentire piccolo e impotente e inutile e patetico e indegno. Potevo sentire il mio controllo sulla situazione che si allentava. Era la stessa sensazione di cadere intanto che cercavo di saltarci fuori afferrando ciò che mi circonda ma questo muta e si sposta, sfuggendo dalle mie mani.
Potevo avvertire l’abisso aprirsi nell’attesa di inghiottirmi, questo luogo di emozioni perdute con cui combatto ogni giorno. Si sollevavano per trascinarmi nel baratro. Volevano sottomettermi e consumarmi. Potevo sentire la sua voce alla deriva provenire dal basso, eccheggiante e distante eppure in qualche modo nitida. Questa voce spettrale di tanto tempo fa che si annida nell’abisso e che quando accadono momenti come questo, si scatena. Posso sentire le parole, le rimproveranti, criticanti, umilianti parole che si rovesciano da quello spietato squarcio di bocca. Perfavore fermalo. Ti prego, ti prego, ti prego.

“Sì, mi sento bloccato. Sono bloccato con lei.”, ho detto all’improvviso, le parole che uscivano in modo innaturale e affannoso. La Dottoressa O era ancora nella stanza? Non potevo esserne certo, sembrava sfocata come se si fosse sciolta nell’ambiente circostante.

“Sono bloccato a sentire le sleali e ingiuste critiche su tutto ciò che faccio. Ci provo e vado avanti, ci provo ogni singolo giorno, provando a cancellare la sua voce che mi accusa, trovando chi mi loda così che le loro parole la fermeranno dal buttarmi giù. Devo contornarmi con chi mi può aiutare a ridurla e poi cancellarla, sono necessari per aiutarmi a sopravvivere. Mi giro verso gli altri in modo che le loro voci la sommergano, le parole gentili, l’adorazione. Devo avere tutto questo per riuscire a fermarla. Perfino le urla e i singhiozzi pieni di lacrime e le grida, sono preferibili ad ascoltare questa donna e la sua lingua acida. Qualche volta funziona per un po’, la sua voce e perduta nella cacofonia delle altre ma ritorna sempre. Perché? Cosa ho fatto per meritarmi questo? Non mi posso liberare da lei. Perfino quando penso, che questa volta sono riuscito a zittirla, lei in qualche modo torna in superficie. Non posso sopportarlo. Perché mi fai questo? Non ti ho mai fatto niente no? Volevo solo che mi dicessi che quello che facevo andava bene, ottenere la tua approvazione, ma non lo faresti mai, non è vero? Non ti ho mai ferita, ho fatto del mio meglio per te, ma dicevi sempre che potevo fare meglio, potevo migliorare, potevo arrivare più in alto. Volevo solo compiacerti, ci voleva tanto? Dimmi cosa devo fare, perfavore? Voglio solo che smetta, voglio essere buono, te lo dicevo sempre, ma tu rispondevi che ero cattivo perché non facevo ciò che volevi, ma io facevo ciò che volevi, tu lo cambiavi sempre appena mi sembrava di esserci vicino. Ti prego, voglio che ora tu vada via e la smetti di ferirmi, perché continui a farlo, non ne hai avuto abbastanza? Smettila, per piacere smettila, voglio che la smetti, non lo voglio più, non voglio più rimanere bloccato, non voglio rimanere bloccato nel mezzo di questo, mai più, non voglio essere bloccato… nel bel… mezzo…con… te.”

Non riuscivo più a respirare e ormai le mie parole non arrivavano più in superficie. Il mio petto è serrato e l’aria, l’aria è stata rubata dai miei polmoni ora, il pavimento si muove e cambia. Posso sentire qualcosa ma non riesco a capire cosa è stato detto, è come un fragore. Le mie mani rastrellano l’aria come se combattessero avversari invisibili ma sembrano muoversi così lentamente. La Dottoressa O entra brevemente nel mio raggio d’attenzione mentre si muove attraverso la stanza nella mia direzione. Sono caduto e il pavimento si è sollevato per accogliermi mentre le tenebre mi afferravano. L’abbraccio dell’oscurità mi ingoia quando sento

“Mi hai deluso un’altra volta.”

Allora non resta più nulla.

H.G. TUDOR

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👤 DOLCE CAROLINE

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Vorrei parlarvi di una ex-ragazza chiamata Caroline. La canzone “Sweet Caroline” salta subito alla mente. Era una delizia di positività. Niente era troppo disturbo per lei. Amava aiutare le persone e quando la incontrai tutti i peli sulle mie braccia e la parte posteriore del mio collo si alzarono. Le mie narici si strizzarono, le mie pupille si dilatarono e, mentre prendevo la sua mano dolcemente, ho potuto sentire il potere che avrei guadagnato da questo modello di virtù che già stava attraversando il mio corpo. Descriverla come un’empatica sarebbe un insulto. Era una super empatica. Se fossi stato un vampiro sarebbe significato aver appena ricevuto le chiavi della banca di sangue.

Caroline aveva un’enorme coscienza. Sarebbe sufficiente dire questo per distinguerne la portata rispetto a varie persone. Questo era meraviglioso per me e mi dava l’assicurazione che fosse completamente aperta al mio comportamento manipolatore. Non solo sapevo che il suo decoro, la sua natura empatica e la sua onestà la rendeva suscettibile alle mie trovate. Sapevo anche che non avrebbe resistito a me né combattuto. Mai. Questo perché sapevo che lei sentiva che combattere per sé stessa la faceva sentire strana e sbagliata. Non era una cosa per cui era portata perché non aveva mai avuto bisogno di farlo. Tutti l’amavano e lei si realizzava tanto nell’ aiutare le altre persone che non riusciva a vedere quando le persone si approfittavano della sua generosità perché era troppo impegnata ad essere una buona persona.

Ho approfittato il più possibile e l’ho sottoposta a tutta la gamma dei miei strumenti dal mio kit di svalutazione. Stava lì a strillare davanti a me, con la frustrazione e lo sconvolgimento che sovraccaricava le sue emozioni mentre diceva:
“Vorrei farla finita, ma sembra sbagliato farlo con qualcuno che ha bisogno di aiuto”.
Era manna dal cielo. Mi ha anche detto perché non avrebbe combattuto. Le sembrava sbagliato. Questo è stato veramente il lasciapassare per me per fare tutto quello che mi andava e ho sempre saputo che lei non sarebbe rimasta lontana o mi avrebbe ignorato a lungo, si sarebbe impegnata per cercare di far andare tutto bene e tentato di comprendermi. Arrivando ad essere esausta, gli occhi spalancati mentre cercava il modo di raggiungermi e di spingermi a dirle solamente che cosa non va in modo che potesse aiutarmi.

Mi sono chiesto se fosse stata ingannata da un tipo come me in precedenza, ma non era successo. Pensavo a questo perché il suo pensiero sembrava automaticamente allineato per fare quello che volevo già appena incontrata. Di solito richiede un po ‘di tempo raggiungere questo stato. Devo plasmare la loro coscienza in una particolare forma, in modo che comincino a pensare in un modo che sia calibrato ai miei desideri e richieste. Non con Caroline. Questo lavoro era già stato fatto ma non da uno di noi, no, è nata già programmata. È stata l’unica che ho trovato già così. Davvero era una “Devota”. È stata una vergogna che mi sia stata portata via alla fine, suppongo che anche qualcuno con una grande coscienza come Caroline non possa rimanere più di tanto. Non ho ancora trovato nessuno al suo livello, ma naturalmente cerco sempre.

H.G. TUDOR

Sweet Caroline