IL MANICOMIO DEL GROTTESCO – AMELIA

L’inverno era arrivato. Il mondo era silenzioso oltre le mura della mia proprietà. Fuori l’aria era gelida, il terreno duro e coperto di neve. L’interno era caldo, leggermente illuminato e favorevole alla conversazione. Quel giorno io e Amelia eravamo andati a fare una passeggiata.

Il morso pungente dell’inverno fendeva l’aria mentre uscivamo nel paesaggio ghiacciato. Il mondo intorno a noi sembrava immobile, come fosse ibernato nel tempo, e il freddo che avvolgeva ogni mio respiro non faceva che intensificare il senso di isolamento.

Il sentiero davanti a noi, un tempo familiare e invitante, era ora ricoperto da un fresco strato di neve. Ogni leggero passo risuonava di un leggero scricchiolio, un costante promemoria della presa inflessibile della neve sul terreno. I colori un tempo vibranti dell’autunno erano stati da tempo sostituiti da una tavolozza monocromatica di bianchi e grigi.

Mentre proseguivamo, notai che gli alberi erano alti e scheletrici, i loro rami si protendevano come dita frastagliate che con gli artigli afferravano il cielo. Il ghiaccio luccicava sulle loro membra, rifrangendo la debole luce del sole e trasformandola in visioni scintillanti. L’intera scena era avvolta in una bellezza eterea, trasformando la natura in uno spettacolo desolato ma accattivante.

L’immobilità dell’aria era interrotta solo da occasionali raffiche di vento. Portava con sé un brivido che mi penetrava in profondità nelle ossa, ricordandomi la natura spietata dell’inverno. Non incontrammo nessun altro durante la nostra passeggiata.

Mentre proseguivamo, il paesaggio ghiacciato sembrava inghiottire tutto sul suo cammino. I ruscelli che un tempo scorrevano liberamente erano ora imprigionati nel ghiaccio, le loro melodie gorgoglianti messe a tacere dalla morsa del gelo invernale. Il mondo era stato reso immobile, quasi inquietante nella sua immobilità, ogni elemento colto in un’animazione sospesa.

Il tempo stesso sembrava muoversi lentamente, come se il gelido respiro dell’inverno avesse rallentato la sua marcia inesorabile. Le ombre si allungavano, dipingendo un ritratto cupo contro la neve immacolata, evidenziando la crudezza della stagione.

Mentre giravamo un angolo attraverso la foresta, Amelia lanciò un breve grido di paura. Davanti a noi c’era il cadavere di un cervo, con un ramo conficcato nella gola. Si era chiaramente diretto a capofitto contro questa lancia di legno che l’aveva trafitto e ucciso. Amelia si girò verso di me affondando la testa contro il mio petto mentre io guardavo la scena. Era chiaramente successo da un po’ di tempo, dato che il cervo era congelato e il sangue versato parzialmente nascosto dalla fresca nevicata. Cercai di avvicinarmi per guardare più da vicino, ma Amelia mi tirò, il viso ancora nascosto, cercando di fermarmi.

“Possiamo andare, per favore?”, chiese. Io acconsentii dicendo che ero accordo mentre la allontanavo dalla scena della morte.

Qualche ora dopo, sistemata nel calore della mia proprietà, Amelia sembrava pensierosa. Capii che stava continuando a pensare al cervo morto.

“Tu non sei stato turbato da quel cervo, vero?”, mi chiese lei.

“No”, confermai.

“Perché? Non ti turbano le cose morte? Io lo odio, lo odio assolutamente. Non sopporto di vedere animali morti e guardare qualcuno sul letto di morte, come mio zio (il suo zio preferito era morto pochi mesi prima); è così orribile, così senza senso”, spiegò con un brivido.

“Cosa ti passa per la mente quando vedi qualcuno morire? Presumo ti sia successo a un certo punto”, domandò lei.

“Vuoi davvero saperlo?”, chiesi.

Lei annuì in segno di assenso.

Trassi un respiro e posai il bicchiere mentre mi giravo verso di lei sul divano su cui entrambi eravamo seduti.

“Immagina la scena, una persona, in punto di morte accanto a me. Mentre sto al capezzale dell’individuo morente, osservo la fragilità della vita soccombere lentamente all’inevitabilità della morte. La luce dell’esistenza che si affievolisce tremola nei suoi occhi stanchi, come la fiamma di una candela in bilico sull’orlo dell’estinzione

La stanza è permeata da una silenziosa quiete, un silenzio che sembra avvolgere l’essenza stessa della vita che scivola via. Gli angoli della stanza sono diventati una testimonianza della vulnerabilità umana, adornati da accessori medici e un piccolissimo frammento di vita preservato con mezzi artificiali. Il beep sommesso dei monitor si intromette, punteggiando il silenzio inquietante che persiste.

Osservo i cari del paziente, i loro volti segnati da un’angoscia palpabile. Le loro lacrime cadono, tracciando sentieri di tristezza sulle loro guance consumate. Si tengono per mano, cercando conforto nella fragile rete della connessione umana. Cautamente, cercano nelle loro anime parole di conforto e congedo. Tuttavia, è qui che le emozioni diventano incongrue con il mio stato distaccato, perché io osservo, ma non provo niente.

Mentre si avvicinano gli ultimi momenti, sospiro e mi rendo conto che la morte è un visitatore imparziale del regno dei vivi: non onora i confini di età o circostanza. Non si preoccupa dei ricordi creati, dei sogni non realizzati o del potenziale ancora non sfruttato. Non è altro che la cessazione dell’essere, la fine della complessa sinfonia dell’esistenza umana.

Con il lieve salire e scendere di ogni respiro, osservo la definitività che pervade la stanza. È come se il tempo stesso si muovesse a un ritmo diverso in questa circostanza, ogni attimo che trascorre fosse pregno di significato profondo. Eppure, paradossalmente, è anche come se il tempo si fermasse, sospeso tra i regni della vita e della morte, in un precario equilibrio sulla soglia.

Di tanto in tanto fugaci lampi di rimpianto emanano dagli occhi dell’anima morente, come se fosse alla disperata ricerca di fare ammenda per le trasgressioni di una vita. Non ci sono seconde possibilità nella morte, nessuna possibilità di redenzione o cambiamento. La fiamma che si spegne non assolve né condanna, semplicemente svanisce nell’etereo abisso.

Il battito che si affievolisce diventa più debole – il costante staccato di un tamburo che si ritira nei lontani recessi del silenzio. Il ritmo della vita diventa un residuo di una sinfonia in cui incombe il movimento finale. L’inevitabile morsa della morte inizia il suo soffocante abbraccio, consumando la vitalità di chi un tempo aveva promesse e propositi.

Mi viene in mente la fragile esistenza che molti conducono. La maggior parte non sono che passeggeri in questo viaggio nel tempo, soggetti a soccombere ai capricci del destino e delle circostanze. I cicli della vita e della morte sono intrecciati per sempre, una danza intricata in cui la dipartita alla fine diventa la realtà per tutti.

Perché in questa osservazione, priva di emozioni travolgenti, percepisco più acutamente la fragilità della vita, la sua natura effimera che consuma tutti i miei sensi. Ogni respiro diventa una fragile melodia, ogni battito un ritmo delicato. Innesca un certo apprezzamento per la brevità dell’esistenza, un’accettazione della natura transitoria dell’essere.

Negli ultimi momenti, io sono alleggerito dal dolore o dal cordoglio, assisto al culmine del viaggio di una vita – dai primi sussulti dell’infanzia alla fragilità calante della vecchiaia. E in questa posizione distaccata, semplicemente osservo mentre cala il sipario su questa storia mortale”.

Mentre terminavo, i singhiozzi bassi e leggeri di Amelia mi riportarono nella stanza davanti a me: il suo bel viso bagnato dalle lacrime che cadono per una persona che non aveva mai conosciuto e che non avrebbe mai potuto conoscere, una connessione così affascinante che lei aveva creato dalle parole che avevo pronunciato.

Traduzione di PAOLA DE CARLI dal testo originale di H.G. TUDOR