👥 COME IL NARCISISTA RIVOLTA UN TRATTO CONTRO DI TE

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Il suono del mio cellulare mi aveva avvisato dell’arrivo di un messaggio. Non c’era nulla di strano in questo. Ne arrivano decine quotidianamente e si raggiunge il centinaio e oltre quando inizia la gloriosa seduzione di un nuovo obiettivo di prima scelta. Ho dato un’occhiata mezzo interessato al mio cellulare e ho visto un nome che ha attratto un maggior livello di interesse. È di Jane. Una ex. Una delle tante ex. Ho smesso ciò che stavo facendo e raggiunto il mio cellulare ho aperto il messaggio

“Sarebbero 2 anni oggi, x”

È cresciuta una fiamma dentro di me per questa improvvisa offerta di carburante. Ancora meglio essendo non richiesta. Santo cielo, sarebbero stati due anni? Come vola il tempo. Il potere fluiva, generato da questo benvenuto pizzico di carburante. Cara Jane, sempre la migliore nel ricordarsi le date. Mi mandò un biglietto e un regalo per celebrare un mese insieme. Ha danzato sul palo da pole-dance per commemorare un mese dalla prima volta che abbiamo fatto sesso (no il ballo sul palo e il regalo erano per date differenti, nel caso te lo stessi domandando. Dopotutto sono un gentiluomo). Mi ha mandato un biglietto per ricordarmi che erano tre mesi dal nostro primo bacio, un mese da quando ho passato la prima notte a casa sua, sei mesi da quando abbiamo posato gli occhi l’uno sull’altro. La chiamavo “La Cronista” per la sua abilità nel ricordare gli anniversari di certi momenti chiave della nostra relazione. All’inizio ero adeguatamente sorpreso dalla sua memoria e dal potere di richiamare alla mente ma poi ho realizzato che aveva assistenza. In una particolare occasione stavo dando una buona occhiata in casa sua mentre lei era fuori, aprendo cassetti, armadi e così via al fine di apprendere di più riguardo a questo seducente personalità che avevo sedotto e nel processo di questa pesca a strascico ho trovato un diario. Sulla parte posteriore aveva una lista di momenti chiave della nostra relazione con la data scritta di seguito. Primo appuntamento, primo bacio, prima volta che abbiamo fatto sesso, prima volta che abbiamo usato dei soprannomi, primo weekend fuori, primo “ti amo” e così via. Ogni pietra miliare, dal banale al fondamentale era stata accuratamente scritta nella sua ordinata calligrafia (scriveva sempre con una penna stilografica Mont Blanc- qualcosa che mi piaceva finché un giorno dopo avermi accusato di aver dimenticato il compleanno di sua madre ho deciso di piegarle il pennino. Non lo avevo dimenticato. Non l’ho volutamente ricordato). Ogni momento, ogni occasione erano stati accuratamente dedicati nel retro di questo diario con accanto la data inserita. Ero impressionato mentre mi sedevo a leggerlo, sentivo il carburante della sua dedizione ed ammirazione riversarsi su di me. Lei non era lì a farlo ma leggendo quelle voci ordinate sapevo solo quanto noi due significavamo per lei, solamente quanto fossi importante per lei e il carburante fluiva. Ricordo che stavo seduto sul suo letto stringendo il diario rilegato in pelle e realizzando che Jane stava incontrando le mie aspettative e che avevo speranze così grandi per lei. Non ha mai dimenticato nulla. Naturalmente gli anniversari più tradizionali – compleanno, Natale e via dicendo erano stati trasmessi e non solo per me, ma amici stretti, famiglia e perfino Matrinarcisarcato.

Ovviamente questa devozione servile verso la memoria di eventi non poteva rimanere inutilizzata da parte mia. Quando è caduta in disgrazia e sono iniziate la sua denigrazione e svalutazione le avrei sempre inviato un promemoria scritto con inchiostro nero (usando una migliore penna stilografica Mont Blanc) su un pezzo increscapato di spessa carta bianca inserito in una piccola busta elegante. Avrei lasciato questi promemoria sul suo cuscino, sul sedile dell’auto, sotto il tergicristallo, nella sua borsa, sul suo pc e così via.

– 1 settimana da quando ti ho parlato l’ultima volta –
– 2 mesi dal nostro primo litigio –
– 5 giorni da quando ti ho telefonato –
– Un mese da quando abbiamo fatto l’amore l’ultima volta –
– Tre mesi da quando ti ho portata da qualche parte –

Non avevo idea se il tempo fosse davvero corretto per alcuni di essi, era l’effetto che cercavo. Qualche volta mi avrebbe telefonato e chiesto perché l’avevo fatto. Se fosse stato durante il trattamento del silenzio non avrei detto nulla ma avrei ascoltato, permettendo al suo tono teso di nutrirmi. Altre volte l’avrei semplicemente fissata per poi ringhiare un insulto, facendole fare un salto e il suo sguardo impaurito mi avrebbe naturalmente fornito ulteriore carburante. In altre occasioni non avrebbe fatto in modo di contattarmi ma non aveva importanza perché Sapevo come avrebbe reagito poiché stavo usando contro di lei la cosa che amava di più fare come tenero gesto da parte sua a me nella nostra relazione. Amiamo prendere ciò che è meraviglioso e poi maltrattarlo, farlo arrugginire, distorcerlo e deformarlo in modo che assomigli totalmente a qualcos’altro e questo atto di profanazione è effettivamente potente nel suo effetto.

Presto, ho accelerato il loro uso ad un certo punto consegnandoli quotidianamente sotto la sua porta.

– Un giorno da quando ho realizzato che ti odio –

– Due giorni da quando ho realizzato che ti odio –

– Tre giorni da quando ho realizzato che ti odio –

– Quattro giorni da quando ho realizzato che ti odio

– Cinque giorni da quando ho realizzato che ti odio –

– Sei giorni da quando ho realizzato che ti odio –

– Sette giorni da quando ho realizzato che ti odio –

– Otto giorni da quando ho realizzato che ti odio –

– Nove giorni da quando ho realizzato che ti odio –

– Dieci giorni da quando ho realizzato che ti odio –

– Non ti odio. Ti amo. –

Questa ultima nota era un recupero tregua notevolmente efficace che l’ha fatta chiamare immediatamente e ho risposto immediatamente e lei piangeva di sollievo riversando su di me con tale potenza, quel meraviglioso carburante. Ancora una volta usando l’ottimo strumento che utilizzava nella nostra relazione sono stato capace di piegarlo e piegare lei al mio volere.

Alla fine è stata messa da parte, la nuova prospettiva di Andrea è capitata sotto il mio sguardo e la cara Jane è stata rimossa, senza che nemmeno le fosse concesso di essere un ricordo. Questo fino a quando è arrivato il messaggio.

Una mossa stupida da parte sua entrare in contatto con me in questo modo ma avendo ricevuto il messaggio, sapevo che era inevitabile che l’avrebbe fatto e in effetti so che quando saranno 3 anni, 5 anni o 10 anni continuerà a mandare questi promemoria. La sua memoria è stata condizionata in questo modo. Nonostante il dolore che immancabilmente le causerà il fatto di aver voluto che io sapessi che lei ricordava ancora. L’aggiunta di una singola “x” è stato il semaforo verde che mi ha detto che il mio recupero successivo (ovviamente ce ne sarebbe stato uno) avrà successo e che lei risponderà ad esso. Pericoloso applicare quei baci. Lei è entrata nella mia sfera di influenza. Non la volevo indietro, ero occupato con Andrea e con quella seduzione, ma questo promemoria mi ha detto che ci sarebbe stato del carburante che stava solo aspettando di essere raccolto. Tutto ciò che dovevo decidere era come l’avrei fatto. Non c’era necessità di essere maligni a riguardo, un recupero successivo benigno avrebbe funzionato ma in quale forma e per quanto? Questo era ciò che occupava la mia mente mentre ancora una volta ricordavo la dolce Jane e il suo carburante delizioso. Così gentile da parte sua ricordarmelo.

H.G. TUDOR

How The Narcissist Turns A Trait Against You

👤 ANGELO DI MIA CREAZIONE

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Mi ricordo ancora con una chiarezza che lascia senza fiato, la prima volta che mi sono innamorato. Avevo 17 anni e c’era una ragazza nella mia classe che si chiamava Amanda. Era alta, dall’aria innocente e con il naso leggermente all’insù. I suoi capelli erano chiari e lunghi, ondeggiavano sempre dietro di lei..Sembrava sempre di fretta passando da un posto all’altro ma lo faceva con una camminata misurata che la faceva sembrare in qualche modo eterea.
Stavo lì e la guardavo andare avanti e indietro per i corridoi della scuola, la sua stecca da Hockey che sbucava dalla sua borsa e le scuse che uscivano da quella bocca seducente ogni volta che la stecca andava contro le altre persone. Mi sedevo in classe in modo da poterla guardare senza che mi notasse. Stavo in posizione ore sette dell’orologio rispetto a lei e mi abbeveravo guardando un fotogramma di lei mentre stava chinata sul banco, quelle lunghe dita che stringevano la stilografica, l’inchiostro blu che macchiava il suo dito indice. Quanto amavo il suo polso sottile spesso rivolto verso di me, la carnagione leggermente pallida rispetto al resto di lei che sembrava baciata dal sole.
La sua figura era atletica, la sua pelle leggermente abbronzata e profumava sempre di pulito. Ogni volta che mi passava vicino respiravo profondamente in modo che ogni molecola della sua fragranza mi travolgesse. Stavo sdraiato a letto, gli occhi chiusi ad immaginare che ci incontravamo e passavamo del tempo insieme. Immaginavo di proteggerla dalle cose che potessero profanare una così preziosa persona dato che conoscevo bene le tenebre che si nascondevano aspettando di intrappolare qualcuno puro come lei.
Conosco la mia tipologia e cosa accade nelle nostre menti. Mi masturbavo freneticamente evocando immagini di lei nuda che mi si avvolgevano intorno, le sue morbide labbra premute sulla mia guancia. Non potevo resistere al suo fascino anche se mi maledivo dopo essere arrivato al culmine del piacere per essermi permesso di pensare a lei in questo modo. Ogni tanto mi sorrideva e mi lasciava stordito per la gioia.

Con molta cura ho costruito un portfolio di informazioni riguardanti lei. Non c’era internet ad aiutarmi e la mia opera di spionaggio era una combinazione di osservazione e domande discrete fatte ai suoi amici. Sapevo dove viveva, una piccola cittadina vicina alla mia e la sua camera era sul davanti della casa sopra l’entrata principale. Spesso usava la bici e al Sabato mattina andava a cavallo. Sapevo che era una fan dei Duran Duran e aveva una specie di cotta per Simon Le Bon quando era più piccola. Sapevo che le piaceva fare sport e la sua bibita preferita era il Vimto. A poco a poco ho annotato tutto questo e l’ho memorizzato in previsione del giorno in cui avremmo parlato. Avevo previsto già come chiederle di uscire con me. Avevo pensato che avremmo potuto andare a vedere un film insieme, qualcosa di un po’ spaventoso così quelle dita deliziose avrebbero potuto allungarsi e prendere le mie per farsi rassicurare. Mi chiedevo se sapeva pattinare sul ghiaccio e se no come si sarebbe appoggiata a me mentre ci muovevamo lungo la pista di pattinaggio. Sognavo di prenderle la mano e lasciare che le mie dita accarezzassero la sua pelle così pulita e pura.

Non avevo mai avuto alcun indizio che avesse un ragazzo anche se sapevo dai commenti degli altri della classe che a loro piaceva. Dentro mi sentivo ferito quando li sentivo riferirsi a lei con modi volgari. Lei non apparteneva a loro per poterle parlare in quel modo e durante l’ora di storia meditavo su come far soffrire quegli stupidi per aver biascicato della mia dolce Amanda.

Lungo tutto quel primo anno di college del sesto anno l’ho amata con una nobile purezza e non ho mai parlato a nessuno del fatto che fossi innamorato di lei, ma sapevo che era amore. Come poteva questa potentissima sensazione che provavo ogni volta che la vedevo, la sentivo parlare o ne sentivo il profumo, essere altro? Le vacanze estive furono un vuoto pieno di dolore e quando passavo raramente davanti a casa sua non c’era segno di Amanda. Una volta sono arrivato fino alla porta di ingresso e stavo per lasciarle un messaggio nella cassetta della posta ma poi i miei nervi mi hanno tradito e sono tornato indietro.

Una volta ritornato l’Autunno e con l’inizio del nuovo anno, sono tornato a scuola con aspettativa entusiasta. Seduto nel mio solito posto, aspettando che lei volteggiasse in aula, mi chiedevo se fosse cambiata molto durante le vacanze estive. Il professore arrivò ed iniziò la lezione, ma Amanda non c’era. Non apparve nemmeno nel resto della settimana. E neanche nella successiva. Il mio sonno era frammentato dalle domande su dove fosse finita e alla fine chiesi al nostro tutor. Mi spiegò che la sua famiglia si era trasferita durante l’estate per via del lavoro di suo padre. Non sapeva esattamente dove. La mia rabbia per averla perduta era monumentale ma la tenni nascosta dentro, come mi era stato insegnato non volevo che il mondo vedesse l’agonia che covavo dentro. Provai a chiedere dove si era trasferita ma le mie domande non diedero risultati.

Gli anni sono passati e ho continuato a cercarla. Ho usato la tecnologia per provare a localizzarla ma non è servito a niente. Il suo nome potrebbe essere cambiato e quindi mi sfugge. Ho guardato nei profili dei suoi vecchi amici per vedere se sono rimasti in contatto ma rimane nascosta. Ho portato il peso del mio amore perduto per tutto questo tempo nonostante mi sia rifugiato tra le soffici braccia di innumerevoli donne, ogni volta sperando che Amanda apparisse nel loro abbraccio o nel loro profumo, ogni volta mi lascia distrutto e amaramente deluso. Nessuna di loro si può avvicinare all’angelo che riempiva di grazia la mia classe. Nessuna di loro la eguaglia in purezza e grazia, nelle sue immacolate maniere e nei movimenti graziosi. Il mio amore per Amanda era perfetto e ho paura che niente possa competere. Ogni singola volta loro si mostrano così promettenti e ogni singola volta rimango deluso e pieno di rabbia quando falliscono mostruosamente di fronte alla sua perfezione. Mi rifiuto di rinunciare al mio angelo, non lo farò mai, perché è con lei che troverò la salvezza.

H.G. TUDOR

Angel of My Creation

👤 UNA CIOTOLA DI CILIEGIE

190920C A Bowl of Cherries.jpgIo ho un Amico del Circolo Interno. È quello che le persone considererebbero generalmente come un “buon uomo”. È più vecchio di me, non abbastanza vecchio  per essere un padre. Piuttosto lo zio più giovane che è con i piedi per terra, ma si gode un po’ di sale della vita. Combatte le frodi nelle organizzazioni governative, si gode una birra, ama il suo sport, un entusiasta uomo di famiglia, devoto e svolge un ruolo nella parrocchia locale, suona strumenti musicali, scrive poesie e ogni sabato fa la spesa e passa un’ora a chiacchierare con un suo amico di famiglia. Lui e io ci godiamo il cibo italiano e un buon dibattito mentre mettiamo il mondo al posto. Si gode ​​un’accanita discussione ed è tutto buon carburante, ma non c’è mai alcun rancore dopo, anche quando ho girato e girato per evitare di ammettere una certa questione. Ogni volta che ci incontriamo inizia sempre col ricordarmi che la mia vita è una ciotola di ciliegie.

“Sì, HG è una ciotola di ciliegie. Guardati. Un uomo istruito con molti amici, un buon lavoro, letterato, capace di fare ciò che vuole, e viaggi. Organizzi il tuo tempo in modo da poter passare il tempo con molte persone e soprattutto con le ragazze. Santa Toledo, le ragazze. Le affronti e nessun disguido ma non sei mai turbato da questo vero? A volte vorrei essere single e più giovane così da potermi unire a te in queste avventure. Tu sei un uomo a suo agio nella sua stessa pelle. Posso vederlo e ciò significa che puoi avere una vita che è una ciotola di ciliegie”.

Mi piace sempre questo suo piccolo discorso. È importante che le persone riconoscano la  mia posizione elevata e i benefici che ne derivano. Non mostra mai gelosia né giudica quello che faccio (anche se ovviamente non sa tutto). Considera i miei comportamenti come “passatempi” e “avventure”. La conservazione più giovane con il mondo ai suoi piedi. Racconterò l’ultima storia delle mie attività mentre lui sorseggia la sua rioja. Ride e scuote la testa mentre gli descrivo quello che ho fatto, ma non è mai allarmato da quello che gli dico. È un grande sostenitore del vivere la vita fino in fondo, del cogliere le opportunità e del dar fuoco al mondo. Tutto ciò che faccio io naturalmente. C’è solo un argomento dove commenta in modo leggermente negativo. I bambini.

“Allora HG,” inizierà prima di inghiottire ancora vino e accendere un’altra sigaretta se stiamo cenando a casa sua, “quando possiamo aspettarci dei bambini? Tutte queste signore, e non puoi dirmi che non vogliono un piccolo HG con cui condividere le ciliegie?”

“Forse un giorno”, mento, dal momento che non ho intenzione di avere figli. Non sa che ci ho pensato un po’ di tempo fa.

“Beh, sei nel periodo migliore, quindi quelle ciliegie continueranno ad apparire, succose e mature, ma seriamente, un uomo dovrebbe avere figli. Io ne ho quattro. Due da ciascuna moglie. I bambini sono un grande conforto. Ti dice che qualcuno può sopportarti se vuole portare la tua prole, ti danno qualcosa per cui lottare, qualcosa per cui vivere e poi hai degli eredi mentre li vedi andare per il mondo facendo a modo loro.”

Sorrido e gli permetto di dire tutto questo. Lo sento ogni volta che ci incontriamo.

“Devi aver incontrato la donna giusta ormai, giusto? Non hai problemi ad attirarle con la tua grande ciotola di ciliegie vero?”

“È in parte vero, ma c’è così tanto da fare e condividere quelle ciliegie non è davvero in programma.”

“Andiamo”, sorride, “ne hai più che abbastanza e dovresti condividerle. Dovresti far piovere i tuoi regali su qualcuno di speciale e sulla tua prole. È la cosa giusta da fare. Non devi preoccuparti, ragazzo mio, di condividere quelle ciliegie che sai. Ne hai sempre una ciotola piena e se ne condividerai qualcuna in giro sarai sempre in grado di prenderne altre, vero?”

“Non ce ne sono mai abbastanza e devo stare attento sai, ci sono troppe persone che mi
ruberebbero le ciliegie e mi lascerebbero senza niente.”

“No non è vero, te l’ho detto prima, le ciliegie sono lì per condividerle, non per
accumularle. Devi ascoltarmi. Condividi e continua a raccogliere.”

Sorrido e lo lascio continuare con il suo monologo sulle ciliegie e i bambini. Ha ragione anche se io sono colui che raccoglie le ciliegie. Sono in alto, elevato sopra ogni altra cosa intorno a me e raggiungo quei posti che le persone piccole non potranno mai raggiungere. Posso spostarmi da una parte all’altra, su e giù e assicurarmi di ottenere sempre le ciliegie più saporite e succulente prima di chiunque altro. Posso vederle rosse scure e con quella lucentezza raffinata che aspettano solo di essere colte da me e solo da me. Così tante da raccogliere là fuori per cercare di riempire la mia ciotola. Se solo riuscissi a scoprire un modo per tappare il buco nella mia ciotola, in quel caso forse potrei essere tentato di condividere.

H.G. TUDOR

A Bowl of Cherries

👥 NASCONDERTI DA TE STESSO

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Un’altra seduta con il dott. E. Mentre ero seduto nel suo studio mi chiedevo quanto fosse stato speso finora per quella presunta terapia. Poche migliaia di sterline, senza dubbio, e ho immaginato che sia il Dr E che la Dr O sarebbero stati più che contenti di continuare queste consultazioni data la loro natura redditizia. Il cinico che era in me rifletteva sul fatto che le risorse finanziarie erano tali che loro avrebbero esteso questa durata della terapia per tutto il tempo che potevano. Questo non mi riguarda. Non ero io che pagavo e di solito mi piaceva il battibecco con i bravi dottori. Mi divertiva. Tuttavia, dato che rimuginavo sul fatto che il richiamo dello sporco lucro fosse ciò che aveva motivato il Dr E e la Dr O, mi sono reso conto che almeno davano l’impressione di volermi aiutare. So dalle svariate sedute che molto riguardava il fatto che acquisissi consapevolezza e intuizione al fine di prendere decisioni informate su ciò che volevo io, piuttosto che un’impostazione prescrittiva da parte di questi primari, ma io ho capito che a loro in realtà importava. Volevano aiutarmi. Questo naturalmente era il motivo principale per cui ero contento di continuare a presentarmi e di essere sottoposto alle loro domande; questi due esaminatori di HG esibivano tratti empatici e quindi si dimostravano attraenti per me. La mia tolleranza per il loro ripetuto sondaggio di aree della mia vita che preferivo mantenere chiuse e sbarrate è sorto perché mi hanno fornito l’attenzione che è così vitale per la mia esistenza. Sapevo anche che lì c’era un’ammirazione anche per me. Era evidente nel modo in cui i due mi guardavano, specialmente la dottoressa O. Sapevo che, in quanto studiosi, ammiravano la mia maniera di essere così sincero riguardo al modo in cui mi comportavo. Potevo vedere come ammiravano il modo in cui sono stato creato. Sapevo che a loro non piaceva, come può piacere uno come me, dato l’abuso che ho perpetrato liberamente come un contadino che sparge i semi, ma avevano quella profonda ammirazione per questa efficiente macchina che era stata spogliata di tutte le emozioni non necessarie e super-caricata con determinate caratteristiche al fine di funzionare alla massima efficacia. Di conseguenza, anche i medici mi fornivano ciò di cui avevo bisogno e il nostro rapporto poteva continuare all’infinito. Continuavano ad essere affascinati da me e volevano aiutarmi. Io, a mia volta, ero contento di impegnarmi in questo rapporto perché mi forniva qualcosa che richiedevo. L’accordo era reciprocamente soddisfacente, anche quando i dottori divagavano in territori che era meglio lasciar stare.

“Ciao HG come stai?” Chiese il dott. E. Io esitai. Di solito non si informava su come stavo. Altri avrebbero tirato fuori una simile domanda di solito non interessati alla risposta, ma si limitavano a mostrare una formalità. Il dottor E non ha fatto una domanda del genere e il fatto che lo faccia ora mi mette in guardia.

“Sto benissimo, grazie per la tua gentile richiesta,” risposi con un sorriso. Non indagai su come stava lui; Non ero interessato e non dovevo fingere un tale interesse.

“Bene. Andiamo subito al sodo, chi sei tu? “

“H G Tudor”.

“Infatti lo sei. C’è altro?”

Mi fermai. Vedo, dottor E, che stiamo andando in profondità oggi vero? Molto bene, staniamo dove vuoi andare.

“La domanda su chi sono io è una cosa che dipende dal contesto”, iniziai. Il dott. E iniziò a prendere appunti.

“Come una persona definisce se stesso è ciò che sospetto sia dove vuoi davvero arrivare.” Guardai il dottor E per un segno di affermazione, ma non c’era.

“Ho un’idea di chi sono io? Come c’è arrivato? So chi sono o cerco di farmi definire dagli altri? Sono un’identità indipendente che è stata plasmata dalle mie stesse decisioni o sono un prodotto degli altri e delle loro esperienze? Sono consapevole di chi sono o devo ancora scoprire tutto ciò che sono?”

“Tutte domande interessanti, ma lasciami tornare alla mia domanda iniziale”, interruppe il dottor E, “chi sei tu?”

“Chi sono? Sono molte cose per molte persone. Amico, amante, capo o confidente sono etichette che sono applicabili a me. Conquistatore, seduttore, vittima e profanatore sono altre che sono ugualmente applicabili. Carismatico, raffinato, intelligente, interessante, stimolante, di successo e affascinante sono anche le caratteristiche che si uniscono per creare ciò che sono.”

“Capisco. Diresti quindi che sei sicuro di sapere chi sei?”

“Sì.”

“Pensi che se facessi questa domanda alla tua famiglia e ai tuoi amici, ai tuoi colleghi o persino alla mia segretaria, darebbero risposte simili a quelle che mi hai dato tu?”

Sbuffai.

“I bugiardi si annidano nelle file di quelli che hai descritto e non hanno altro che malevolenza nei miei confronti. La loro perfidia è così grande che posso avvertire il suo fetore mentre sono seduto qui. Chiedi con ogni mezzo ma non ti sarà dato nulla se non una sequela di bugie. Insulti e attacchi alla mia buona natura.”

“Quindi tutti ti insulterebbero?”

“No, non tutti, ci sono quelli che mi conoscono per quello che sono.”

“Si potrebbe dire che tutti ti conoscono per quello che sei?”, Insisté il dott. E.

“No. Ci sono quelli che hanno in programma di abbattermi e sono loro che pensano di conoscermi ma hanno costruito un’idea di ciò che sono ed è un’idea falsa che viene usata per servire i loro nefandi propositi. Altri riconoscono la mia grandezza e si accontentano di accoglierla.”

“Ma non potrebbe essere il caso che a queste categorie di persone capiti di comprendere semplicemente diversi elementi di te. I tuoi ammiratori conoscono l’H.G. che è generoso, interessante e affascinante. Quelli che consideri come denigratori forse conoscono una parte diversa di te, il profanatore e il conquistatore a cui hai fatto riferimento, così questo li induce a considerarti in una luce meno positiva?”, Chiese il dott. E.

“No. Il profanatore e il conquistatore sono artifici creati da coloro che cercano di farmi del male. Lascia che lo facciano e io sarò ciò che pensano che sia. Non è più di quanto meritino. Creano una simile mostruosità con la loro perfidia e attacchi ingiustificati, così lasciamo che conoscano la bestia, lasciamo che sentano il loro alito caldo e fetido in faccia, il graffiare dei loro artigli contro la loro pelle che cede e il pieno orrore del potere sul loro essere. Loro lo creano, lasciamoli subire,” sputai, la semplice considerazione di quelli che mi avevano fatto un torto facendo innescare la mia furia.

“Non potresti possedere tutti quegli attributi? Non potrebbe essere che li hai tutti e la gente ne vede alcuni prima di altri?”

“No”, dissi con fermezza. Il dottor E annuì e tacque.

“Cosa penseresti se ti dicessi che penso che tu ti stia nascondendo da te stesso?”

Distolsi lo sguardo dal dottor E e mi concentrai su una foto sul muro. Non questo, non ricominciare da capo. Non permettergli di ottenere un appiglio H.G. Respingi l’attacco, espelli l’intruso, caccialo.

“Non mi nascondo.”

“Ma potresti non capire che lo stai facendo?”

“No.”

“Potrebbe essere che non sai chi sei?”

“No.”

“Potrebbe essere che tu lo sappia, ma preferisci non prenderlo in considerazione?”

“No.”

“Questo argomento di discussione ti sta mettendo a disagio?”

“No.”

Spostai lo sguardo di nuovo verso il dottor E. Forza, continua a cercare di colpire le mie difese, non ci riuscirai. Conosco il tuo gioco Dr E. So dove stai cercando di portarmi ma io non ci andrò.

“Ottimo. Torniamo al modo in cui consideri te stesso, approfondisci questo”, Invitò.

Il senso di sollievo mi investì, ma non diedi alcun segno esteriore del suo effetto. Sorrisi, esultante per aver respinto questo sondaggio ancora una volta ed eccitato dalla prospettiva di parlare più nei dettagli della mia materia preferita; me.

H.G. TUDOR

Hiding From Yourself

👤 RIMPIANTI

190928C 🌼 Regrets.jpgIl Dr. E mi ha spiegato di voler discutere con me il problema del rimpianto.

“Hai mai avuto rimorso per qualcosa?” ha chiesto.

“No” ho risposto prontamente.

“Capisco. Cosa hai compreso riguardo al rimpianto?”

“È un’emozione di tristezza o forse disappunto per qualcosa che hai fatto o hai fallito nel fare”

“Quando hai sperimentato questa emozione?” ha chiesto.

“Non l’ho fatto”

“Perché?”

“Vediamo. Probabilmente perché non ho nulla per cui esprimere rimpianto. L’assenza di qualcosa tende ad essere la ragione per cui tu non hai qualcosa. Sei d’accordo?”

“Ok. Ora, in molte spiegazioni tu hai spiegato riguardo a cose che avevi fatto, sì ” Ha notato che facevo per interromperlo ma ha continuato “So che tu aggiungi dettagli alle cose a mio beneficio e apprezzo che tu condivida informazioni con me. Questi atti di commissione e omissione rendono le persone arrabbiate con te, ferite e sconvolte. Sei d’accordo?”

Ho annuito.

“Okay. Ora voglio ipotizzare che una persona potrebbe sentire rimpianto nell’aver causato che queste persone si sentissero in quel modo. Sei d’accordo?”

“Tu potresti sentire rimorso Dr. E, Io no”

“Perchè?”

“Perché riguardo a quale parte del discorso, Perché tu puoi sentire un senso di rimpianto o perché io non posso farlo?

Se era irritato dalla mia pedanteria non lo stava mostrando.

“La seconda”

“Perché non ho colpa. In tutte queste situazioni è l’altra persona che sbaglia”

“Potresti fare qualche esempio?”

“Okay. Il cane di Kate è sparito. Ti ricordi cosa ti ho detto a riguardo?” Lui ha annuito. “Se se ne fosse presa cura nel modo giusto e mi avesse dato le attenzioni che merito non si sarebbe perso. Cristopher che è stato licenziato dalla sua posizione, era un incompetente. Emily continuava a farmi la domanda sbagliata ecco perché l’ho trattata in quel modo. Sophie continuava a chiedermi cosa stavo pensando ed è per questo che ho perso le staffe e ho rotto la sua televisione. Riguardo a Paula, era in ritardo così me ne sono andato lasciandola a piedi. Vuoi che vada avanti?”

“No, è sufficiente”

“Se le persone si fossero impegnate di più, se fossero state più riflessive, questo non sarebbe successo. Io lo faccio perché loro no? Te lo dico io perché. Diventano deboli e autocompiaciuti. Pensano di poter evitare di investire energie nella nostra relazione, che sia intima o meno. Se tu non nutri qualcosa appassirà e morirà. Fanno tutto da soli e sono gli unici che sbagliano. La mia reazione è perfettamente naturale. Sono in diritto di rispondere in quel modo. Non possono giudicarmi, non hanno la giurisdizione per farlo, certamente non quando mi deludono ogni singola volta. Fanno tutto da soli con la loro debolezza e il loro piagnucolare, la riluttanza nel fare quello di cui c’è bisogno, quello che io ho bisogno. Mi danno il voltastomaco dottore, mi fanno davvero vomitare. Hai una qualche idea di come sia difficile trovare qualcuno che mantiene vivo il mio interesse, qualcuno abbastanza scintillante da eguagliare la mia brillantezza? È impossibile. Ci ho provato Dr. E, ho sanguinato provando ad offrire loro il mondo nella speranza che almeno uno di essi corrispondesse alle mie aspettative e non mi deludesse. Succede sempre. Resto sempre deluso. Lei lo ha fatto la prima volta e poi è successo ancora e ora si è ripetuto. Perché? Cosa faccio di così sbagliato per meritare di essere trattato in questo modo? Non rimpiango niente, Dottore, perché niente è colpa mia.

H.G. TUDOR

Regrets

📁 IL NARCISISTA MANIPOLA: OGGETTIFICAZIONE

191127 🌼 The Narcissist Manipulates – Objectification.jpgC’era una volta una mia fidanzata chiamata Lesley. Il mio metodo preferito di ottenere carburante da lei e allo stesso tempo manipolarla era chiamarla “Cosa”.
Era estremamente sminuente ed in linea con il mio modo di vedere le cose secondo cui le persone sono solo oggetti ed apparecchi che fanno cose per me. Tu puoi essere un dispositivo che fornisce ammirazione, puoi essere un’apparecchiatura premurosa e corrermi attorno.
In alternativa puoi essere un oggetto utile che mi procura ciò che voglio. Una persona è un elettrodomestico, un oggetto. Ero capace di rafforzare questa idea specialmente con Lesley.
Non lo facevo per tutto il tempo. Questo ne avrebbe diluito l’effetto. D’altra parte ero coerente nell’applicazione. In qualche modo era una mezza via rispetto al Trattamento del Silenzio dato che non la riconoscevo totalmente, la sminuivo ma senza ignorarla del tutto. Il fatto è che le parlavo facendola sentire come se dovesse rispondere e nello stesso tempo ottenevo quello che stavo cercando; una reazione.

Iniziavo come prima cosa al mattino. Come sempre, mi svegliavo per primo dato che avevo trascorso una notte di sonno riposante, il sonno del giusto. Lei probabilmente era rimasta sveglia per qualche ora dopo che mi ero girato di spalle quando voleva fare l’amore. Lei sapeva bene come infastidirmi. Mentre stavo disteso appoggiato su un gomito guardando la sua faccia lentigginosa, lei sbatteva le palpebre per svegliarsi. I suoi occhi azzurri incontravano i miei e potevo leggervi la speranza per il fatto che la stavo guardando.

“Ah, Cosa è sveglia” sorridevo mantenendo il mio sguardo fisso. La speranza si infrangeva immediatamente e anche se cercava di nasconderlo, potevo vedere che il mio colpo era andato a segno.

“Oh non fare così, per piacere, è orribile” diceva gentilmente

“Cosa sembra avere qualcosa da dire. ce l’ha sempre” sottolineavo. Lei scuoteva la testa.

“Per favore smetti di fare questa cosa, sai che questa cosa non mi piace”

“Cosa, vuole che la smetta. Cosa, vuole sempre averla vinta.”

“No, non voglio”

“Cosa ora si sta arrabbiando. Cosa perde sempre la pazienza”

“Smetti con questa cosa”. Lei si alzava dal letto e andava a farsi la doccia, io le gironzolavo attorno facendole la radiocronaca.

“Cosa sta lavando Cosa usando il doccia schiuma che ho comprato per Cosa. A Cosa piace avere un buon profumo.”

“Cosa sta lavando i capelli di Cosa ora. Cosa cerca di lavare via la colpa. Cosa odora di questa Cosa.”

Lesley provava ad ignorare i commenti ma sapevo dai suoi sospiri e dal fatto che le spalle le si erano incurvate, che stava avendo effetto su di lei. Dopo averla sottoposta a circa 15 minuti di commenti su quel che stava facendo, cambiavo tattica e iniziavo ad usare questa tecnica in un modo più affascinante.

“Cosa dovrebbe indossare una gonna stretta e una camicetta oggi. Cosa non vuole sembrare troppo sciatta anche se Cosa è, un Venerdì.”

Lesley si metteva l’abbigliamento suggerito. Sapevo perché lo faceva. Lei sentiva che dando questi suggerimenti, anche se la chiamavo “Cosa”, mostravo di provare interesse per lei e se la beveva alla grande. Lei aveva completamente mancato il fatto che era ciò che volevo che lei facesse e non aveva niente a che fare con il fatto di essere interessato a lei.

“Cosa dovrebbe davvero cucinare la colazione dato che non dovremmo essere affamati”

“Cosa dovrebbe assicurarsi che la spesa sia fatta prima che torniamo a casa stasera”

“Cosa dovrebbe ricordare che dobbiamo uscire stasera e Cosa non è invitata”

Lei partiva per il lavoro irritata ma senza voler peggiorare la situazione. La mia tecnica continuava lungo la giornata, le telefonavo

“Cosa, è occupata?”

“Sì lo sono, quindi ora stai parlando con me, giusto?”

“Cosa vuole sapere se sto parlando con Cosa. Ora non lo stiamo facendo” e le mettevo giù il telefono.

Alla sera mi supplicava di smettere di chiamarla Cosa con gli occhi che le si riempivano di lacrime. Lesley aveva avuto abbastanza trattamento di oggettificazione che fosse sostenibile e diviso lungo tutto il giorno. Mentre prendevo il portafoglio per prepararmi ad uscire con i miei amici, senza di lei, mi giravo e le dicevo

“Ora esco. Io e te ci rivediamo dopo”

Il sorriso che scoppiava sul suo viso era immenso appena abbandonavo la telecronaca del Cosa.

“Okay, divertiti” mi rispondeva gentilmente

“Lo farò. Ciao Karen”

Non mi voltavo mai a guardare oltre la mia spalla ma sapevo come l’uso del nome sbagliato l’avesse ferita.

H.G. TUDOR

The Narcissist Manipulates : Objectification

👤 VA TUTTO BENE O NON FA COSÌ SCHIFO

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Nella tarda primavera scorsa ho avuto l’occasione di andare in Scozia. Un paese meraviglioso pieno di bellissimi panorami e con moltissima storia. Ho realizzato di essere piuttosto vicino ad un posto dove ho passato una manciata di vacanze durante l’infanzia e ho deciso di guidare fino lì per accertarmi se fosse rimasto come ricordavo. Ho trovato la tenuta con facilità e ho seguito l’unica strada rurale provando a vedere qualcosa di sfuggita, qualcosa che mi ricordasse le nostre visite qui. Questo fino a quando ho girato dalla strada verso un vialetto d’ingresso e sapevo di aver trovato il posto. Ho fermato la macchina e mi sono messo a fissare il vialetto. Era contornato da decine di alberi di ciliegio in piena fioritura. Ho ricordato la prima volta che ho visto questo viale e sono stato riportato indietro alla vivacità del rosa fiorito e a come pioveva sopra di noi mentre mio padre ci portava lungo il vialetto, il vento scomponeva i fiori facendoli cadere sopra di noi. Era quasi un quadro e qualcosa che ho sempre ricordato anche se non così tanto come ciò che avvenne dopo.

Avevamo trascorso una settimana in un hotel a cinque stelle a circa un’ora di strada da dove ci trovavamo adesso. Questo su insistenza di mia madre che aveva dichiarato

“Se devo starci allora voglio essere circondata dal lusso.”

La tipica rabbia gelida garantita finché mio padre, come sempre, concesse e accordò e fu d’accordo che saremmo rimasti prima per una settimana e una volta finito per altri quattro giorni in un sontuoso hotel. Il posto verso cui eravamo diretti era una tenuta di un amico di mio padre. Avevano fatto parte entrambi della Royal Air Force e Geraint, il suo amico, si era ritirato in Scozia per sovrintendere a questa tenuta. Mia madre non aveva più detto nulla dal momento in cui avevamo lasciato l’albergo quella mattina. Stava seduta, la sua ira gelida ghiacciava l’interno della macchina mentre mio padre guidava verso la tenuta. Mia sorella blaterava in modo incessante durante il viaggio, facendo commenti su ogni cosa che passavamo per riempire il silenzio. Mio padre era concentrato sulla strada utilizzando in modo efficace questo gelido viaggio in macchina e senza dubbio domandandosi come avrebbe continuato a comportarsi mia madre una volta arrivati. Io sapevo esattamente ciò che avrebbe fatto e potevo vedere il mio riflesso mentre sorridevo con trepidazione.

La nostra macchina procedeva lentamente lungo questo luminoso tunnel rosa fino a che fummo fermati da un cancello. Su una collinetta a destra c’era una grande e stupefacente casa da cui una figura, che supponevo fosse Geraint, un po’ camminava e un po’ saltellava. I suo pantaloni di velluto rossi ospitavano due gambe che saltavano in mezzo al prato ben curato che abbracciava la collinetta, il colore contrastava con il color senape del maglione e il verde della maglietta sotto. Era colorato come l’entrata della sua tenuta. Mio padre abbassò il finestrino mentre Geraint si avvicinava e diceva con voce tonante nella macchina,

“Ciao ciao, a tutti voi splendide persone, va tutto benone o non fa così schifo?”

L’abitacolo della macchina esplose di risate per questa espressione. Non avevamo mai sentito nulla di quel tipo e unito a questo uomo multicolore che aveva un enorme sorriso sulla faccia eravamo estremamente divertiti. Questo divenne il mantra della settimana dato che io e i miei fratelli appena ce n’era l’opportunità ci chiedevamo l’un l’altro se andava tutto bene o se non faceva così schifo. Mentre stavo ancora ridendo vidi mia madre chinarsi verso il lato di mio padre e trillare

“Geraint che meraviglia vederti. Ti trovo benissimo. Lasciami dire che non vedevamo l’ora di stare da te questa settimana, è terribilmente gentile da parte tua ospitarci. È magnifico, ma dimmi come sta tua moglie?”

Ho sogghignato nel riconoscere che aveva fatto uscire la facciata. Ho dato un’occhiata allo specchietto retrovisore per vedere la reazione di mio padre. Come sospettavo era sollevato.

Noi bambini ci divertimmo durante quella settimana. Eravamo alloggiati in un grande cottage che chiaramente in passato doveva essere la casa di qualcuno che lavorava nella proprietà, un contadino o forse un guardaboschi. Geraint occupava la casa principale dove se ricordo bene mangiavamo tre volte al giorno e c’erano quindici cottage sparpagliati nella tenuta. Passavamo le giornate localizzandoli e aggiungendoli alla mappa che avevamo fatto. Mia madre alternava tra l’essere intensa e affascinante ogni volta che incontrava Geraint e la sua famiglia (stava benone) per poi stare seduta in silenzio quando relegata nel cottage (non così schifo). Come sempre mio padre le svolazzava intorno provando a celebrare le virtù del cottage e lo stile di vita semplice. Il cottage aveva un costante odore di muffa ed era necessario tagliare la legna all’esterno per accendere il camino e metterla nel forno aga per cucinare e riscaldare. A noi piaceva questa differenza dalle comodità usuali di cui godevamo a casa ma a mia madre no. Non emetteva alcun giudizio negativo. Non ne aveva bisogno dato che aveva ripetutamente rimproverato mio padre quando eravamo all’hotel riguardo la sua scelta nel venire a stare in questo “maledetto tugurio medioevale” e mi parve che il lusso più sfrenato su cui aveva insistito non le facesse così schifo dato che aveva trascorso tutto il tempo stroncando mio padre perché voleva vedere il suo vecchio compagno della RAF. Insultare e colpevolizzare poi hanno lasciato posto al suo atteggiamento glaciale per l’intera settimana. Non ricordo che mia madre parlasse a mio padre tranne in presenza di Geraint e della sua famiglia quando mia madre era il fascino personificato, lusinghiera e la star della cena.

Sì, questo viaggio è rimasto nella mia memoria per molte ragioni ma prima di tutto per la frase va tutto benone o non fa così schifo. Ho visto come queste polarità di stato vennero giocate da mia madre come parte della manipolazione su mio padre, la sua quasi straordinaria esitazione tra fascino delizioso e muto risentimento. Lei risplendeva e poi si ricopriva di ghiaccio. Sono venuto dell’idea che questa divertente frase è la più azzeccata per la nostra tipologia. Sia che tutto vada benone, sia bellissimo, meraviglioso e dorato o non faccia così schifo, orribile, terribile e crudele. Non c’è mai una via di mezzo. Nessuna neutralità. Non siamo mediocri o banali. Ti facciamo stare benone o ti sottoponiamo allo schifo.

H.G. TUDOR

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👤 MADRE-NARCI

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Sia il Dr E. che la Dottoressa O mi chiedono ripetutamente di parlare della mia infanzia. Non mi piace parlarne. Ho detto loro che non mi piace parlarne e che la ragione è che non ricordo molto a riguardo e quindi mi sento a disagio nel parlare di qualcosa su cui non ho controllo. È per tutti così, no? Se stai facendo una presentazione ma hai solo metà del materiale, ti senti imbarazzato, non è forse così? Se qualcuno ti fa una domanda ma tu non hai tutte le informazioni in mano, ti senti a disagio. Ho spiegato che la mia risposta era questa e che era perfettamente comprensibile. Non ho detto loro la vera ragione dietro il mio essere recalcitrante. Neanche per sogno.

Sfortunatamente, la Dottoressa O ha messo il coltello in mezzo ai denti in una delle sessioni e ha deciso che avrebbe parlato con me della mia famiglia.

“Chi ti ha rubato la ciambella questa settimana? Tuo fratello o tua sorella?” Ho sparato indietro per deviare il discorso. Lei mi ha ignorato e ha insistito.

“C’è qualcuno della tua famiglia di cui vorresti discutere con me?” ha chiesto

“No.”

“Perché?”

Da dove inizio? Perché dovrei voler parlare di persone con cui perdo pochissimo tempo (tranne mio fratello)? Perché questa gente dà per scontato che io abbia qualche desiderio imperativo di discutere di un gruppo di persone con cui sono imparentato ma con cui non ho niente in comune? Cos’è questa ossessione?

Sono rimasto in silenzio.

“Ok, ora scegliamo un membro della famiglia e tu mi dici tre cose che ti piacciono e tre cose che non ti piacciono a riguardo. Solo un modo per iniziare a parlare, ok?” ha suggerito.

Sono rimasto in silenzio.

“Cosa dici riguardo a tua madre?” mi ha chiesto guardandomi con aspettativa.

Mi sono alzato e ho lasciato la stanza. Non gioco a questo gioco con la Dottoressa O. Non se ne parla.

H.G. TUDOR

Matrinarc

👤 BURATTINO APPESO AL FILO

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Becky (una ex fidanzata) si volgeva verso di me e qualche volta diceva,

“Mi sento il tuo pupazzetto a volte”

Dovevo girarmi dall’altra parte perché mi veniva da ridere. Il mio soprannome per lei era pupa. le piaceva che la chiamassi così. Lo usavo già prima che ci incontrassimo. Effettivamente era uno strumento efficace anche per le altre signorine che stavo frequentando. Susan ricevette questo soprannome allo stesso modo, ma era verso la fine. Voglio dire che posso chiamare entrambe pupa e così non scambiare i nomi con i soliti melodrammi che potrebbero derivarne. Dio quanto sono bravo.

Quello che Becky non ha capito nel mio chiamarla pupa è che era una corruzione del termine pupazzo e ogni volta che la chiamavo così, ridevo internamente ed ero raggiante esternamente. Lei pensava che stessi sorridendo perché mi piaceva stare con lei.

Tutto riguarda solo questo. Farti diventare il mio pupazzo. Questo è il mio scopo. È il mezzo per ottenere il mio carburante da te. Anche se non ho dubbi che ormai ti sia familiare, i mezzi giustificano sempre il fine. Dato questo, assicurandomi che tu diventi il mio pupazzetto ho un’ottima posizione per controllarti ed estrarre così tanto combustibile quanto posso da te.

Ho bisogno di controllarti in modo che mi ammiri quando voglio. Ho bisogno di controllarti così posso muovere i fili e farti ballare alla mia musica. Io sono il master che muove i pupazzi, il burattinaio.

Per fare di te il mio pupazzetto metto in atto un duplice approccio. Prima ti rendo totalmente dipendente da me. Apro le porte e lascio che afferri il paradiso. In questo modo rimani a bocca aperta per quello che ti do che tu desideri, oh tu davvero, davvero vuoi tutto questo. Secondariamente, rimuoverò ogni forma di supporto reale o potenziale su cui potresti contare per recuperare la tua libertà (famiglia, amici, colleghi e così via- ho scritto in un altro post di come ci arrivo usando una campagna denigratoria) in modo che tu non abbia nessuno su cui fare affidamento. Quindi, mentre guardi ipnotizzata verso le porte del paradiso, io ti apro la trappola sotto i piedi che porta all’inferno.

Una volta che ti ho attaccato i fili, possiamo iniziare la nostra danza. È lunga. È estenuante. È pericolosa.

H.G. TUDOR

Puppet On A String

👤 PUNTO DI VISTA DISTORTO

191125F 🌼 Point Askew

In una discussione con il Dr E iniziata in una delle nostre sessioni, lui mi ha invitato a considerare il punto di vista delle persone con cui interagisco. In questa particolare occasione stavamo discutendo di quelle situazioni dove una vittima desidera smettere di interagire con me e lui voleva sapere se io potevo comprendere perché arrivava ad avere questo punto di vista. Dato che sono un tipo intelligente sono capace di capire come le persone si sentano nell’essere destinatarie dei miei comportamenti. Capisco che l’ansia, l’allerta costante, la sofferenza e la rabbia seguono il modo in cui tratto le persone. Anche se lo so non mi importa. Le persone fanno l’errore di pensare che io sia sprezzante verso i sentimenti delle persone. Non è così. Posso vedere che sono scossi. Vedo che sono arrabbiati. So tutto di questo. Quello che le persone spesso non realizzano è che i miei bisogni devono venire per primi. Ho bisogno del mio carburante. Se questo significa che tu debba singhiozzare per me, questo accadrà in modo che io abbia il mio carburante. Se ci fosse un altro modo di ottenerlo, lo userei. Se questo modo alternativo non ti lasciasse sconvolta lo assumerei, ma non c’è un altro modo, non quando mi stanco di te. Ho bisogno dell’energia e questo significa che devi soffrire perché io possa rifornirmi.

Capisco come ti senti perché ho visto queste reazioni molte molte volte. So come appare la rabbia, so come è la sofferenza e ho visto la disperazione molto spesso. Posso comprendere il tuo punto di vista quando discuti con me, ma non lo ammetterò. Voglio che continui a litigare in modo da darmi il mio carburante.Impiegherò un circolo vizioso per far sì che il dramma continui. Voglio che esplodi di frustrazione e mi riempi di attenzioni facendolo. Ascolto tutto quello che mi dici (anche se ti prendo in giro dicendo che non posso sentirti così che parli a voce più alta e ti esasperi). Le persone pensano che io non possa comprendere quale sia il loro punto di vista. Io posso ma deve sempre essere sottomesso al mio desiderio di energia. Naturalmente, dicendo questo posso estrarre molto più carburante da te perché ora sai che io capisco il tuo punto di vista ma non voglio prestarvi alcuna attenzione e questo ti farà infuriare ancora di più.

H.G. TUDOR

Point Askew