👤 CIMENTARSI IN GIOCHI

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In una delle nostre sessioni il Dr E. mi ha chiesto quale fosse il mio gioco preferito. Ho replicato che questo implica che io giocassi a dei giochi. Lui si è scusato e mi ha chiesto quale fosse la mia attività preferita. Ho risposto che amo giocare. Ha cominciato a sospirare ma ha cercato di nasconderlo (il che mi ha ricordato un’ex fidanzata Becky che lo faceva spesso. Era abbastanza intelligente da capire che i sospiri mi facevano infuriare. Sembra noia. Chi mai potrebbe annoiarsi con me intorno?) e mi ha chiesto quindi quale fosse il mio gioco preferito. Ho risposto che non ho un gioco preferito perché ho sempre giocato ad un unico gioco. Ha annuito e mi ha chiesto quale fosse.

Ho spiegato che amo confondere la gente. Mi ha invitato a spiegare meglio il concetto. Sono stato felice di farlo. Ho spiegato che mi reca divertimento vedere le persone confuse e perplesse. Ad esempio potrei accusarle di ignorarmi. Protesterebbero e spiegherebbero che mi hanno regolarmente mandato messaggi. Allora sottolineerei la distanza tra un messaggio e l’altro, diciamo 15 minuti (che è un’eternità quanto sto aspettando una risposta) e mostrerei così con chiara evidenza che mi stanno ignorando. Non approverebbero ribattendo che non li ho cercati per una settimana ed è questo ignorare qualcuno. Allora direi loro che stanno cercando di scaricare su di me i loro problemi come fanno sempre, cosa che mi ferisce e che se mi amassero, come dicono, non agirebbero certo in questo modo. Spiegherei loro che d’altra parte non hanno il dovere di amarmi. Allora protesterebbero dicendo che mi amano ripetendo che non mi hanno trascurato. Li accuserei allora di ipocrisia e me ne andrei. Una veloce occhiata dietro la mia spalla mi confermerebbe dalla perplessa, attonita espressione sulla loro faccia, che sono confusi.

In alternativa, potrei accordarmi con qualcuno per andare a cena insieme e non presentarmi. Mi chiamerebbero allora chiedendo dove sono. Ignoro sempre le prime 2 chiamate. Rispondo alla terza e li ascolto mentre mi domandano dove sono (perché il loro umore è agitato a questo punto) risponderei in modo calmo che hanno sbagliato data, che sono impegnato con qualcun altro al momento (nonostante questo spesso non sia vero) e come mai hanno interrotto ciò che sto facendo per accusarmi dei loro errori? Inizialmente insisteranno sul fatto che ho torto ma spiegherò in modo calmo che non è così. Come potrei essere in errore? Ho un altro appuntamento e certamente non avrei accettato di incontrarli per cena quando sono già impegnato.
Potrò allora percepire la loro voce incrinarsi per il dubbio. Questo mi incoraggerà. A questo punto direi loro che hanno avuto un qualche tipo di vuoto di memoria, probabilmente dovuto al bere eccessivo consigliandogli di limitarsi e nel caso cercare aiuto.
In alcuni casi (Samantha è stata la prima a reagire così) lei allora griderebbe perdendo le staffe. Spiegherei quindi che non posso aver a che fare con lei quando è così e di non chiamarmi fino a che non si sarà calmata. Chiuderei la chiamata crogiolandomi nel piacere. Qualche altra volta va meglio quando gli altri si scusano e il pezzo forte sarebbe nel caso in cui dicessero docilmente “Scusami, hai ragione tu”. Centro! Ricorderò loro “Come sempre” e finiranno la telefonata scusandosi ulteriormente.

Ho passato 3 ore a spiegare al Dr. E. riguardo tutte le varianti e le derivazioni di questo gioco. Mi ha interrotto solamente quando la segretaria gli ha ricordato di avere un altro appuntamento. Era chiaramente affascinato di apprendere riguardo a questo gioco che faccio. Dopo che la segretaria è uscita dalla stanza, mi ha guardato e mi ha chiesto se avevo un nome per questo gioco. Ho confessato di non averlo (cosa che mi ha infastidito come se avesse trovato qualcosa a cui non avevo pensato) e immediatamente ho cominciato a scorrere nella mente una varietà di nomi da attribuire al mio gioco.
Prima che ne trovassi uno, il Dr. E mi ha detto che aveva lui un nome. Ero curioso (anche se ho finto disinteresse non dicendo nulla) e ho aspettato. Non ha detto niente.

“Allora, qual è?” sono sbottato, irritato dalla sua risposta dilazionata.

“Si chiama Gaslighting.”

Ho annuito. Ho un nome per il mio gioco. Mi piace ma non l’ho ringraziato, lo ha probabilmente preso dal nome di un negozio o di un libro e riutilizzato. La sua tipologia è un palese ladruncolo di idee altrui. Non ho riflettuto sull’origine dell’appellativo, la cosa importante è che ora il mio gioco ha un nome. Gaslighting.

H.G. TUDOR

https://narcsite.com/2016/07/03/playing-games/

Pubblicato da

Stella SHELF Unmaskers

Sono la ex vittima di un Narcisista di rango Medio/Superiore che dopo questa esperienza devastante ha deciso di approfondire le sue ricerche sul narcisismo ed è nato questo blog

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